Tag Archive Apocalisse

Il Covid-19 e il «terzo sigillo» dell’Apocalisse

Il virus e il «terzo sigillo» dell’Apocalisse

Il Mantello della Giustizia, Giugno 2020

250px-St_Antonius_Babelsberg_Altarraum_mit_Apsismosaik_-_crop2di Stefano Tarocchi · Riflettendo sulle molte contraddizioni del tempo difficile che stiamo attraversando, mi sono tornati in mente alcuni passi del libro dell’Apocalisse di Giovanni, e, in particolare il “terzo sigillo”, che evoca alcuni tratti dell’attualità per darne una lettura ai credenti. Userò qui la traduzione palpitante del commento al libro di Giovanni del padre Ugo Vanni, mio antico maestro.

Ben “sette sigilli” tengono ermeticamente chiuso un “libro” (o “rotolo”), scritto «dentro e sul retro”, che si trova nella mano destra di Colui che nella visione di Giovanni è seduto sul trono: lo stesso Iddio (Ap 5,1): nel linguaggio dell’Apocalisse tutto questo indica il dominio totale divino sulle vicende umane.

L’immagine di questo “rotolo” (o “libro”) offre ai credenti un messaggio di grande speranza. Infatti, anche se la visione di Giovanni specifica che questo rotolo non può essere “aperto né guardato … né in cielo, né in terra, né sottoterra” da nessuno, ecco che entra in scena il «Leone della tribù di Giuda» per ricevere il rotolo dalla mano di Dio.

Questi nient’altri è che lo stesso Cristo, identificato significativamente nel simbolo di «un Agnello in piedi come ucciso» (5,6): l’immagine richiama la vittoria di Gesù sulla morte, dopo la passione. Questo Agnello «aveva sette corna e sette occhi: i sette Spiriti di Dio»: la forza invincibile del Cristo, che gli fa vincere tutto ciò che è negativo nella storia umana, e dona ad ogni uomo la pienezza dello Spirito.

I sette sigilli vengono aperti uno dopo l’altro dall’Agnello – l’unico degno di farlo, come canta la liturgia celeste descritta da Giovanni – fino al settimo, che nasconde un contenuto ulteriormente evocativo.

Va aggiunto che i primi quattro sigilli assegnano un ruolo determinante ai “quattro viventi”, creature angeliche particolarmente vicine a Dio, che stanno «in mezzo e attorno al trono … pieni d’occhi davanti e dietro. Il primo vivente era simile a un leone; il secondo vivente era simile a un vitello; il terzo vivente aveva l’aspetto come di uomo; il quarto vivente era simile a un’aquila che vola» (Ap 4,6-7).

L’affascinante simbologia dell’Apocalisse si arricchisce sempre più, finché arriviamo alla descrizione del terzo sigillo: «e quando [l’Agnello] aprì il sigillo, il terzo, udì il terzo vivente [“che aveva l’aspetto come di uomo”] che diceva: “Vieni”. E vidi ed ecco un cavallo nero e colui che stava seduto su di esso aveva una bilancia nella sua mano e udii come una voce in mezzo ai quattro viventi che diceva: “Una misura di grano per un denaro e tre misure d’orzo per un denaro ma non danneggiare l’olio e il vino”» (Ap 6,5-6).

Il colore nero esprime la totale negatività delle vicende umane. E capiremo a breve perché.

Una misura di grano, per avere un’idea, corrisponde esattamente a poco più di un litro: un po’ bizzarro per noi mai è così. Un denaro, costituito da un pezzo d’argento, era il salario di una giornata di lavoro (Mt 20,2). Il normale rapporto tra denaro e misura di grano – ossia il prezzo corrente del grano –, era di un denaro per 12 misure di grano (corrispondenti a circa 13 litri). Il rapporto tra denaro e misura di orzo era, invece, di un denaro per 24 misure di orzo (corrispondenti a circa 26 litri).

Nel terzo sigillo si descrive un totale rovesciamento, nel segno della negatività più drammatica, come può accadere nei tanti passaggi della storia degli uomini: si giunge addirittura ad un denaro per una misura di grano, e a un denaro per tre misure di orzo. Ora, il grano, e soprattutto l’orzo, erano prodotti di prima necessità, come ci dicono i testi evangelici: ecco i cinque pani d’orzo del racconto della moltiplicazione dei pani (Gv 6,9.13). La bilancia su cui si stabiliscono quanto grano e quanto orzo si possono acquistare con un denaro diventa così elemento capace di generare una forte ingiustizia sociale, con un impatto dirompente nella vita quotidiana purtroppo non troppo raro. Il risultato è la fame dei poveri, segno di una odiosa iniquità.

Per di più, al tempo stesso, quelli che al tempo erano considerati beni di lusso (l’olio il vino) non vengono “infettati” dalla stessa ingiustizia – è il significato letterale del verbo greco usato –, rispetto ai beni di prima necessità, più accessibili a chi ha poche risorse. Questo significa i potenti, come tante volte nel percorso della storia, passati e presenti, non hanno di che preoccuparsi. Così il “terzo sigillo” prefigura una convivenza umana in cui la pace sociale viene gravemente turbata, segno di tempi difficili, e molto difficili.

E qui spunta il virus e tutte le contraddizioni che questa peste mette in luce: se nella storia dell’umanità ci sono situazioni ingovernabili e senza apparente via d’uscita, possiamo amaramente constatare che ci sarà sempre un paracadute per chi può permettersi non solo di salvarsi comunque ma anche di arricchirsi sulle disgrazie altrui.

Pensiamo, per rimanere alla stretta attualità, ai prezzi di prodotti medicali, dai farmaci ai disinfettanti, dalle mascherine ai futuri vaccini, su cui speculano e scommettono multinazionali e governi. Ma anche, oltre ai perversi effetti delle leggi della domanda e dell’offerta, e l’atteggiamento dei paesi di un “certo nord” dell’Unione Europea, con tutte le loro incoerenze, e, ancora le grettezze di quanti usano il potere per sé stessi e i loro simili, ritenendosi esenti dalle regole che impongono agli altri.

Appare sotto un volto tragicamente nuovo l’intricata maglia delle vicende umane e dei loro protagonisti, in piena luce o nell’ombra. Lo ricordò molto bene il cardinale Elia Dalla Costa, arcivescovo di Firenze, che si narra così commentasse, profeticamente, la visita fiorentina nel 1937 di Hitler: «ho visto un malvagio trionfante, gagliardo come cedro verdeggiante; sono ripassato ed ecco non c’era più, l’ho cercato e non si è più trovato» (Sal 37,35-36). Come il libro della Rivelazione, l’Apocalisse di Giovanni, il vescovo Elia Dalla Costa, aveva messo in luce le fragilità di un potere che si basava sulla sopraffazione, la grettezza e la meschinità, mascherate sotto l’apparenza del raziocinio, l’egoismo nascosto sotto un’ipocrita “frugalità”.

Ebbene, quando nelle vicende umane si trovano situazioni che invocano l’intervento divino, questo è già in atto, e i credenti e tutti gli uomini di buona volontà non dovrebbero mai dimenticarlo.images (2)

Il libro dell’Apocalisse ce lo rivela appieno già con il primo dei sette sigilli: «e vidi, quando aprì l’Agnello il primo dei sette sigilli, e udii il primo dei quattro viventi che diceva – come una voce di tuono: – “Vieni!”. E vidi ed ecco un cavallo bianco e colui che era seduto su di esso aveva un arco e gli fu data una corona ed egli uscì vittorioso per riportare vittoria» (Ap 6,1-2).

Lo stesso colore bianco della risurrezione, un simbolo del tutto nuovo coniato nell’Apocalisse, si trova ancora nella successiva immagine del cavaliere dei capitoli finali del libro: «e vidi il cielo aperto: ed ecco un cavallo bianco e colui che vi siede sopra è chiamato Fedele e Veritiero e giudica e combatte nella giustizia. Gli occhi di lui (sono) fiamma di fuoco e sulla testa molti diademi, (lui) che ha un nome scritto, che nessuno sa se non lui. Ed è avvolto di un vestito immerso nel sangue e il suo nome è stato e rimane chiamato: la Parola di Dio. E gli eserciti del cielo lo seguivano su cavalli bianchi vestiti ciascuno di lino bianco puro. E dalla bocca di lui esce una spada acuta perché colpisca con essa le genti ed egli li pascerà con verga di ferro ed egli calca il tino del vino dell’ardore dell’ira di Dio l’Onnipotente. E ha sul manto, sul femore, un nome scritto: “Re dei re” e “Signore dei signori”» (Ap 19,11-16).

E proprio “Re dei re” e “Signore dei signori” è scritto sul balcone del Palazzo della Signoria a Firenze.

Tags, , , , , , ,

“Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Matteo 25)

Il giudizio di Cristo sulla storia degli uomini

Il mantello della giustizia- Agosto 2019

220px-BambergApocalypseFolio013vLambAndBookWith7Sealsdi Stefano Tarocchi • Il libro dell’Apocalisse descrive con lucidità estrema la scena dell’abbraccio finale tra l’umanità e Dio: siamo nella visione del sigillo sopra i centoquarantaquattromila (dodici per dodici per mille), rappresentanti delle dodici tribù d’Israele che ha fatto versare fiumi d’inchiostro. Il numero significa la totalità (mille) dell’antico (il primo dodici) e del nuovo Israele (la chiesa di Cristo, il secondo dodici).

Essi sono seguiti da una «moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani» (Ap 7,9).

È il motivo per cui letteralmente il testo originale suona come «dopo queste cose io vidi: e guarda anche tu» (Vanni), quando «uno degli anziani allora si rivolse a me [ossia a Giovanni] e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi». (Ap 7,13-17).

Il libro di Giovanni ripropone quasi al suo epilogo una visione analoga: «e vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,1-5).

Il linguaggio è naturalmente quello tipico del libro della rivelazione di Giovanni – “apocalisse” significa esattamente questo –, ma il tema è percorso nella lunga sezione del vangelo di Matteo che descrive gli avvenimenti dei tempi ultimi.SMat

L’evangelista Matteo ha negli occhi la distruzione della città santa del 70 d.C., quando inserisce l’invito di Gesù alla vigilanza (Mt 24,42: «Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà»), nell’attesa della venuta del Signore, che avverrà al momento in cui «il Figlio dell’uomo [verrà] sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria» (Mt 24,30).

Questo insegnamento procede anche nella parabola delle dieci ragazze sagge (Mt 25,1-12), che non a caso ripete il medesimo invito: «Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora» (Mt 25,13; cf. Mc 13,35.37; Lc 12,37).

La vigilanza che esclude il sonno ritorna nell’agonia di Gesù al Getsemani: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me» (Mt 26,38; cf. Mt 26,41; Mc 14,34.38). Il termine greco deriva dal perfetto intransitivo del verboeghéirô, “risvegliarsi”, particolarmente significativo perché è uno dei verbi usato per la risurrezione di Gesù.

La vigilanza è quella di chi (il servo «servo buono e fedele») ha fatto fruttare ogni dono ricevuto – ecco così nel seguito del racconto di Matteo la parabola dei talenti (Mt 25,14-30) –, a differenza del servo «malvagio e pigro (Mt 25,26). Naturalmente il “talento” evangelico indicava una moneta assai preziosa del tempo. Pare infatti che un “talento” equivaleva a seimila denari, cioè al salario di seimila giornate lavorative: ovvero fino a venti anni di lavoro.

È a questo punto che Matteo racconta la parabola del giudizio (Mt 25,31-46), quando si compirà il tempo dell’attesa, che è sconosciuto a tutti eccetto al Padre: «quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli del cielo né il Figlio, ma solo il Padre» (Mt 24,36).

La parabola, come è ben noto, si svolge di fronte al trono della gloria del Figlio dell’uomo, quando davanti a lui nella sua condizione definitiva, si raduneranno tutti i popoli della terra.

Egli separerà come il pastore le “pecore” dai “capri” – la traduzione CEI (“capre”) non è esatta –: infatti, solo le prime devono essere munte. Analogamente non può esserci nessun contatto con coloro che vengono chiamati alla destra del Figlio dell’uomo – i benedetti del Padre – a ricevere il regno che è stato preparato per loro fino dalla creazione del mondo e gli altri, alla sinistra.

Il racconto si distende attraverso sette elementi diversi, e tuttavia coerenti fra sé e perfettamente misurabili con le esperienze dei nostri giorni: la fame, la sete, la condizione di straniero, la nudità, la malattia e il carcere. In particolare, il dar da mangiare agli affamati e il vestire gli ignudi, particolari opere di misericordia, sono menzionate particolarmente nella letteratura profetica, e non solo nella religione ebraica…

Queste condizioni di inferiorità sono state soccorse da coloro che hanno compiuto un solo gesto nei confronti di uno solo dei fratelli più piccoli del Signore che giudica: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi più piccoli l’avete fatto a me. Il bene che è stato fatto, oppure negato, raggiunge il figlio dell’uomo attraverso la condizione di coloro che ne prendono il posto. «L’identificazione di Gesù con i fratelli bisognosi si radica nella dedizione senza confini che egli ha rivolto a questi uomini». Il testo dice «questi» (uno solo di questi miei fratelli più piccoli»: Mt 25,40), quasi a significare la loro presenza nel momento del giudizio: sarà questa presenza a rendere concreto l’incontro con Gesù, che giudica le azioni umane in quella «solidarietà sconfinata con tutti i bisognosi sia nella Chiesa sia anche nel mondo» (Gnilka). Sta qui la fonte di un giudizio in atto perennemente sul passato e, soprattutto sul presente, pena la riduzione del messaggio cristiano a pura convenzione.

Successivamente la narrazione evangelica racconta la condizione di coloro che non hanno saputo accogliere le situazioni disagiate dei loro fratelli. La risposta di questi è eloquente è eloquente quanto senza speranza: quando mai ti abbiamo visto in quelle condizioni e non ti abbiamo servito? Il verbo usato qui è quello del servizio ecclesiale, ossia la diakonìa.

La risposta del Figlio dell’uomo non ammette nessuna replica, e difatti si conclude con l’avvio degli ultimi chiamati in causa al supplizio eterno, mentre, gli altri, i giusti andranno verso la vita eterna.

Voglio concludere richiamando la prima lettera di Giovanni: «se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,20). È la medesima logica che si evidenzia già nel Padre nostro: «rimetti a noi i nostri debiti come noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori» (Mt 6,12).

La condizione del discepolo è sempre consapevole del comando del Signore: «se tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24), e contemporaneamente egli prende coscienza del fatto che – ancora la prima lettera di Giovanni – : «noi amiamo perché egli ci ha amati per primo» (1 Gv 4,19)

Tags, , , , ,

Quando «Dio asciugherà ogni lacrima dagli occhi degli uomini» (Apocalisse 21)

Il Mantello della Giustizia – Luglio 2019

GerusalemmeCelesteBambergadi Stefano Tarocchi • Il percorso sui testi giovannei, che caratterizza le liturgie del tempo pasquale nelle domeniche Quinta e Sesta di Pasqua, in quest’anno 2019 è stato particolarmente impreziosito con la lettura di larghi tratti del capitolo 21 del libro dell’Apocalisse di Giovanni, l’ultimo scritto del Nuovo Testamento.

Userò in queste brevi note una delle preziose traduzioni di Ugo Vanni, uscita postuma da pochi mesi in due volumi (il primo sul testo e sulla sua struttura, il secondo il commentario) per i tipi della Cittadella: traduzioni, si noti, differenti e complementari, e che – soprattutto nel primo volume – cercano di rendere la preziosità ruvida ed evocativa del testo originale, con tutti i richiami che rivolge al lettore/interprete. E Vanni ci riesce ottimamente.

Dopo aver descritto la nuova creazione, nei primi nove versetti del capitolo 21 dell’Apocalisse, con il richiamo al «cielo nuovo e della nuova terra» – non c’è più il mare, con la sua simbologia negativa –, ecco lo sguardo del lettore del libro si sposta verso Giovanni, il veggente del libro dell’Apocalisse, che contempla la città Santa, ad un tempo sposa e città, che discende dal cielo, dalla stessa altezza di Dio «pronta come una sposa che è diventata bella per il suo sposo».

È in quel momento che il libro rammenta la luce potente che deriva dal trono («la città non ha bisogno del sole, né della luna che facciano luce: infatti la gloria di Dio la illuminò e la sua lucerna è l’Agnello»: Ap 21,23), e annuncia la grande speranza divina: l’abitazione di Dio con gli uomini, che compirà realmente l’alleanza. Così egli sarà il Dio con loro e il loro Dio, e tutti gli uomini della terra saranno il suo popolo.

È allora che il libro dell’Apocalisse precisa l’intervento divino nella storia redenta: Dio asciugherà ogni lacrima dagli occhi degli uomini: non ci sarà più la morte, né il dolore e il lamento, né la fatica dell’esistenza: infatti, nella nuova creazione «le cose di prima passarono».

Proprio in quell’attimo la voce che proviene dal trono proclama: «Guarda: sto facendo nuove tutte le cose».

Quel Dio, Alfa e Omega della storia, e suo inizio e compimento, e che darà in dono i suoi beni a chi avrà condiviso la vittoria col Cristo – come troviamo sette volte nelle sette lettere alle sette chiese – : «Colui che vince avrà in eredità tutto questo; io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio». Questo significa un’alleanza con ogni singola creatura della storia umana.

Al contempo si annuncia la sorte per quanti, invece, dovranno uscire dalla città di Dio, cui è riservata la seconda morte, come dice Francesco d’Assisi nel Cantico delle creature: «guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no‘l farà male». Così il libro della rivelazione di Giovanni: «i vili, quelli senza fede, gli abominevoli, gli uccisori, gli impudichi, i fattucchieri, gli idolatri e i menzogneri».

Il grande affresco del capitolo 21 di Apocalisse si chiude con uno sguardo alla città santa, nella sua duplice immagine di donna e di città, appunto l’abitazione di Dio: «la città santa, la Gerusalemme nuova, la vidi anche discendente dal cielo, da Dio, già preparata come una fidanzata che si è adornata per il suo sposo.   E udii anche una voce grande dal trono che diceva: «Ecco la tenda di Dio insieme agli uomini! E metterà la tenda con loro ed essi saranno i suoi popoli ed egli Iddio con loro, sarà il loro Dio».

L’abitare di Dio con gli uomini utilizza la stessa terminologia del prologo del Vangelo di Giovanni: «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). I termini del testo originale greco, verbo e sostantivo, infatti, sono ricalcati sul termine ebraico shekhinah, ovvero la dimora divina. Il totalmente Altro divino diventa l’assolutamente Vicino.arton148886

C’è un ultimo sguardo che il veggente di Pàtmos dedica alla città santa: uno dei «sette angeli – quelli che avevano le sette coppe, che erano pieni delle sette piaghe ultime… mi trasportò nello Spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa Gerusalemme: discendeva dal cielo, da Dio avente la gloria di Dio (Ap 21,9-10).

Quella città che abitano Dio e l’Agnello che, ha in Dio e nell’Agnello la sua sola ed unica misura.

Tags, , , , ,

Ugo Vanni e il Libro dell’Apocalisse

Il Mantello della Giustizia – Novembre 2018

Michelangelo-Le-sette-trombedi Stefano Tarocchi • Di ritorno da un recente viaggio in Turchia alla ricerca delle chiese dell’Apocalisse, i cui resti più o meno importanti ho potuto vedere nell’interezza per la prima volta – la differenza sostanziale è data dalla loro collocazione all’interno dell’area urbana della città attuale –,  il mio ricordo non può non andare alla memoria del padre Ugo Vanni, gesuita, nato in Argentina nel 1929 e morto a Roma nel luglio scorso, dopo una lunga malattia che l’aveva debilitato ma non aveva minato la sottile intelligenza.

Il padre Ugo Vanni è nato a Jesús María (Argentina) il 26 settembre 1929 ed è stato ordinato sacerdote il 9 luglio 1960. Gesuita, ha conseguito la licenza in filosofia e teologia presso la Pontificia Università Gregoriana, la laurea in lettere classiche presso l’Università statale di Roma e la laurea in Scienze Bibliche al Pontificio Istituto Biblico.

Sono stato studente di padre Ugo negli anni 1980-83 al pontificio istituto biblico e sotto la sua guida ha condotto la tesi di licenza in Sacra Scrittura per l’appunto sulla lettera alla chiesa di Laodicea nel capitolo terzo dell’apocalisse. Di padre Ugo, che aveva stretti contatti attraverso la famiglia con la città di Firenze, vorrei ricordare anche la sua partecipazione al Dies academicus della Facoltà Teologica dell’Italia Centrale nel 2010: vi svolse una relazione sull’autore dell’Apocalisse medesima poi pubblicata nella rivista Vivens Homo della nostra facoltà.

Vorrei rammentare anche il sorriso e l’ironia leggera di questo grande esegeta, come pure la grande sapienza nell’introdurre i suoi studenti ad una letteratura difficile come quella dell’ultimo libro del Nuovo Testamento, e quindi delle Sacre Scritture.

Ai tempi dei miei studi, fra noi studenti circolava voce che padre Vanni era stato penalizzato accademicamente per l’essere lui italiano, al tempo in cui al Biblico di Roma insegnavano grandi maestri di altre nazionalità: da Vanhoye a De La Potterie e Alonso Schoekel. Forse non era vera l’illazione, ma certo non si può dire che incarnasse l’accademico alquanto distante dagli studenti.

Tornando al libro della Rivelazione di Giovanni con la sua complessa simbologia, che talora si distende lineare ma più spesso moltiplica i suoi elementi dando quasi al lettore una condizione di estraniamento, va notato che questo è sostanzialmente  il modo di esprimersi del veggente di Patmos: «beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e custodiscono le cose che vi sono scritte: il tempo infatti è vicino» (Ap 1,3); «a chiunque ascolta le parole della profezia di questo libro io dichiaro: se qualcuno vi aggiunge qualcosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro e se qualcuno toglierà qualcosa dalle parole di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro» (Ap 22,18-19).

L’Apocalisse era il suo insegnamento fondamentale nonostante che le pubblicazioni di cui diremo, abbiano spaziato, tra la letteratura giovannea appunto e le lettere paoline e quelle apostoliche. Padre Vanni ha infatti insegnato per molti anni esegesi del Nuovo Testamento alla Pontificia Università Gregoriana e al Pontificio Istituto Biblico, pubblicando nel frattempo numerosi studi e impegnandosi anche in varie attività pastorali.

Com’è noto l’Apocalisse fu pubblicata da un discepolo anonimo del gruppo dei discepoli di Giovanni sotto il nome di quest’ultimo, probabilmente al tempo ed in corrispondenza della persecuzione di Domiziano, verso la fine del I secolo.

Quella letteratura nata in tempi in cui i discepoli del Cristo vivono la loro fede in tempi quando il volto ostile ed arcigno del potere in ogni sua forma li sfida fino al sacrificio totale, attraverso l’esegesi profonda e tuttavia leggera di padre Ugo, lasciava emergere il suo senso perennemente attuale di una lettura sapienziale della storia, valida per ogni tempo. Come ebbe a dire uno studioso «la letteratura apocalittica nasce per aiutare a sopportare l’insopportabile» (P. Beauchamp). Nasce cioè in momenti di estrema crisi per portare un messaggio di speranza: anche se il male sembra prevalere, bisogna aver fiducia nella vittoria finale di quanti sono sotto la protezione divina.

Non va dimenticato, inoltre, che questo libro, come sa ogni suo lettore appassionato, è amato in maniera direi quasi smisurata da coloro che lo apprezzano e ignorato immeritatamente da quanti invece non sanno trovare la pazienza di decifrarne ogni singolo passaggio.

Proprio nelle lettere alle sette chiese («quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Èfeso, a Smirne, a Pèrgamo, a Tiàtira, a Sardi, a Filadèlfia e a Laodicèa»: Ap 1,1) che si leggono dopo la visione iniziale della rivelazione del Cristo al veggente di Patmos. Questi nel giorno del Signore sperimenta la sapienza e la sua passione verso la chiesa universale disegnata però dal quadro a tinte chiaro-scure delle chiese.

Il percorso delineato dal libro è quello di un ideale messaggero che nella sua corsa trasmette alle singole lettere la parole del Cristo, che giudica con grande attenzione e partecipazione la situazione di ogni singola comunità, tanto da indirizzare un processo di vera conversione, che dalla singola chiesa si estende alla comunità universale, in cammino verso la Gerusalemme celeste, ad un tempo sposa e città: «vidi la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». E soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e vere». E mi disse: «Ecco, sono compiute! Io sono l’Alfa e l’Omèga, il Principio e la Fine. A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita. Chi sarà vincitore erediterà questi beni; io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio» (Ap 21,2-7).

 

 

Tags, , , , ,