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«La Chiesa di Abele». Un libro sulla Chiesa dei nostri tempi

In margine al volume «Ridotti allo stato ecclesiale. La Chiesa di Abele»

Il Mantello della Giustizia, Settembre 2020

9788892208230_0_0_626_75di Stefano Tarocchi · Fratel Michael-Davide Semeraro, monaco benedettino – che nel 2018 ha pubblicato un libro divenuto famoso: «Preti senza battesimo? » – scrive adesso un breve saggio dal titolo non meno intrigante: Ridotti allo stato ecclesiale. La Chiesa di Abele, San Paolo, Cinisello Balsamo 2019.

Lo spunto del titolo ha due origini: è anzitutto fornito dalla lunga citazione di André Neher  (1914 – 1988), uno dei più grandi esegeti di lingua francese dell’Antico Testamento del secolo scorso: «quando la Bibbia dice Abele… il testo [ebraico] può designare al contempo la nozione di vapore e l’uomo che, nel racconto biblico incarna questa nozione. Abele [hébel] è nato fratello. È nato accanto a un altro e prima di lui c’è qualcosa che egli non fu mai. Non solo è il frutto delle viscere dei suoi genitori ma è anche posto accanto a Caino e, in realtà, egli muore di ciò che fiancheggia, visto che sarà ucciso da Caino … Nulla è maggiormente causa dello svanire dell’alito che la stessa fonte da cui esso emana, il lembo di spazio su cui si posa. Abele è sempre rimasto identico a sé stesso, come il vapore non smette mai di essere vapore nonostante tutte le modulazioni di forma e la molteplicità delle sue spirali. [A differenza di Caino, ] Abele non ha ricevuto un nome, non era necessario che un nome identificasse il suo essere: era [soffio] sin dalla sua nascita» (p. 56).

Se già sant’Agostino già parlava di “Chiesa a partire da Abele” («ha le sue primizie nel santo Abele»), il primo giusto, evidenziare una “Chiesa di Abele” significa indicare una Chiesa accogliente per tutti. Anche se è vero – affermano due sociologi dell’Università Cattolica, Chiara Giaccardi e Mauro Magatti –, che «nella storia millenaria della chiesa, l’esercizio dell’autorità molte … si è trasformato in esercizio di potere cioè di controllo e prevaricazione sulla realtà e su gli altri anche strumentalizzando l’idea preziosa di obbedienza». Perciò «la stabilità della tradizione e dell’autorità devono trovare un punto di equilibrio con la speculare esigenza di novità che sprigiona dalla vita umana». Questo, secondo Giaccardi e Magatti – contrariamente al luogo comune di segno opposto –, permette di evidenziare la sostanziale continuità tra Ratzinger e Bergoglio: il primo «ha posto con grande lucidità la questione del restringimento della ragione … «Il pontefice argentino invece insiste nel far presente a noi europei che non si allarga la ragione attraverso la ragione. Ma solo tornando a sporcarsi le mani con l’uomo in carne e ossa».Michaeldavide-semeraro-755x491

Dal canto suo – afferma fratel Michael-Davide, che così chiarifica la prima parte del titolo del libro –: «il problema, per un chierico che chiede o a cui viene imposto di lasciare il ministero, non è quello di essere ridotto allo stato laicale, ma di doversi misurare con le ragioni per cui è stato dimesso dallo stato clericale. Il fatto di ritrovarsi come un battezzato laico può, infatti, rivelarsi la grande occasione per coltivare e far crescere la realtà discepolare che, in realtà, è la cosa più importante per ogni battezzato. Il senso della scelta del titolo di questo libro vuole approfittare l’assonanza con la frase ricorrente “ridotto allo stato laicale” per andare al cuore di ciò che stiamo vivendo come chiesa: un cammino sofferto e appassionato sotto la guida autorevole del magistero ordinario oggettivo del vescovo di Roma, Papa Francesco» (p. 11).

La tesi di Fratel Michael-Davide si salda su eventi che coincidono con scelte evidenti del Papa attuale. Ad esempio, quando ad Abu Dhabi venne firmato nel febbraio 2019 il Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza umana dal papa Francesco insieme al grande Imam di Al-Azhar – che fratel Michael-Davide legge in parallelo all’incontro tra san Francesco d’Assisi e il Sultano di Egitto Malik al Kamil –, quasi contemporaneamente viene pubblicato un manifesto a cura di uno dei quattro cardinali firmatari – due sono già defunti, un terzo ha espresso pubblicamente teorie deliranti sulla causa del Covid-19 – che attaccarono il magistero di papa Francesco espresso nell’Amoris Laetitia, subito dopo i ben due sinodi consecutivi sulla famiglia.

Peraltro, non va dimenticato anche Laudato sì, duramente contestata al di là dell’oceano, e che secondo alcuni ha segnato sul tema specifico affrontato – “La Cura della Casa Comune”   – l’inizio degli attacchi più duri contro il papa Francesco da parte di ambienti ultraconservatori americani, che trovano un’eco impressionante anche in Italia, magari in nome di una fedeltà irreale alla tradizione.

Proprio la Laudato sì, pubblicata nel 2015, citando san Vincenzo di Lerino, scrittore ecclesiastico della Gallia meridionale nel V secolo, affermava testualmente: «il dogma della religione cristiana è bene segua questa legge del progresso: si consolidi con gli anni, si approfondisca con il tempo, migliori con l’età» (Commonitorium primum, 23).

Dietro agli attacchi, sottili o pesanti, contro il Papa Francesco condotti da più fronti, esterni o interni alla Chiesa cattolica, a mio modesto avviso, c’è di fatto un attacco sciagurato al Concilio Vaticano II, e quindi oltre che al papa Francesco, al magistero limpido di papa Paolo VI, che pose la firma (Ego Paulus Catholicae Ecclesiae Episcopus) in calce a tutti i testi conciliari. Tutto questo ha permesso di parlare di una «campagna di odio – come è stata definita – incredibilmente efficace e letale, che ha trasformato il pastore in un lupo agli occhi del gregge e che sta dividendo lo stesso clero in due fronti contrapposti». È un percorso che necessita di un ulteriore approfondimento nel solco delle lucide intuizioni di fratel Michael-Davide.

Sono comunque ben note le parole di papa Giovanni XXIII (1881-1963): «non è il Vangelo che cambia: siamo noi che incominciamo a comprenderlo meglio. (…) È giunto il momento di riconoscere i segni dei tempi, di coglierne l’opportunità e di guardare lontano» (pag. 31).

Del resto, lo stesso papa Giovanni ebbe a dire nel discorso di apertura del Concilio: «A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo. Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa» (11 ottobre 1962).

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