Category Archive Mantello della Giustizia 2019

«Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me»

«Avevo fame e mi avete dato da mangiare»

Il Mantello della Giustizia – Dicembre 2019

Cristo_separa_pecore_Ravennadi Stefano Tarocchi • «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria.  Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”» (Matteo 25,31-40).

Difficilmente si potrebbe riassumere in uno spazio più breve un giudizio così forte sulla storia degli uomini e il suo impatto sulla vicenda dei singoli: è il primo quadro della nota parabola del giudizio finale.

Premetto solo che ho reso ­ con “pecore e capri”, e non “pecore e capre”, i nomi dei due “gruppi” chiamati in gioco dal Vangelo attraverso la metafora del pastore e del suo gregge. Infatti, parlare di “pecore e capre” non ha molto senso. Infatti, il loro accoppiamento è sterile, e dunque non esiste nessuna possibilità di confondere le pecore con i capri, che restano quindi separati senza alcuna eccezione: la loro stessa natura li divide, prima ancora della parola del giudice.

La presenza di tutti i popoli davanti al Figlio dell’uomo, svelato nella sua gloria, crea la condizione per evidenziare la cifra dell’agire delle creature umane: «tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».

È questo il criterio del giudizio divino, che emerge nel secondo quadro della parabola: «poi [il Figlio dell’uomo] dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me” (Mt 25,41-45).

La risposta del giudice divino, il Figlio dell’uomo, è più che eloquente. Specularmente opposta a quanti hanno agito nei confronti «uno solo di questi miei fratelli più piccoli», di quelli cioè che contano meno.cq5dam.web.800.800

Possiamo attualizzare il Vangelo con le parole che papa Francesco ha usato recentemente davanti a specialisti del diritto: «la persona fragile, vulnerabile, si trova indifesa davanti agli interessi del mercato divinizzato, diventati regola assoluta (Evangelii Gaudium  56Laudato si’, 56)». E ancora: «oggi, alcuni settori economici esercitano più potere che gli stessi Stati (Laudato si’, 196)» pertanto, «il principio di massimizzazione del profitto, isolato da ogni altra considerazione, conduce a un modello di esclusione – automatico! – che infierisce con violenza su coloro che patiscono nel presente i suoi costi sociali ed economici, mentre si condannano le generazioni future a pagarne i costi ambientali» (Francesco al Congresso mondiale dell’Associazione internazionale del diritto penale: 15 novembre 2019)

Significativamente le parole del Papa, muovendo da una condizione – quella dell’uomo recluso in carcere, che al tempo del Vangelo, era l’intervallo che separava dal processo, e si concludeva solo con la liberazione o la morte del carcerato –, finisce per dare contenuto e spessore a tutte le condizioni di “minorità” e povertà, insite nella debolezza umana bisognosa di assistenza.

Così il racconto dell’evangelista Matteo chiude in una maniera inequivocabile l’insegnamento della parabola: «e se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna» (Mt 25,46).

Questo assunto conclusivo traccia in sostanza una linea insormontabile fra la follia evangelica, che di norma passa sotto silenzio, e l’umana follia (o stravaganza) che fa notizia anche per motivi banali: il Vangelo è infinitamente più rivoluzionario di quanto viene percepito nella realtà quotidiana.

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Lettera di Francesco sulla sacra Scrittura

«Aprì loro la mente per comprendere le Scritture»

Il Mantello della Giustizia, Novembre 2019

9788831552523di Stefano Tarocchi • «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni» (Lc 24,44-48).

Con il racconto nel Vangelo di Luca dell’incontro del Signore risorto con i discepoli, che lo attendono nel luogo dove già ha trascorso con loro la cena avanti la sua passione il Papa Francesco apre la lettera apostolica Aperuit illis – lett. «Aprì loro….» – nella quale istituisce la domenica della parola di Dio. Così scrive il papa: la «III Domenica del Tempo Ordinario [nel 2020 sarà il 26 gennaio] sia dedicata alla celebrazione, riflessione e divulgazione della Parola di Dio».

Se il percorso del papa muove dalla Costituzione dogmatica conciliare sulla divina rivelazione (Dei Verbum) e passa attraverso insegnamento dell’esortazione di Papa Benedetto dopo il sinodo sulla Parola di Dio (Verbum Domini), lascia trasparire un percorso mai compiuto del tutto, all’interno della Chiesa cattolica.

Si tratta di un percorso che non si è mai perso nella grande Chiesa, a cominciare da quando san Girolamo, dopo la morte di papa Damaso I, si trasferì in Terra santa, a Betlemme, dove morì il 30 settembre 420, per completare la traduzione delle Scritture nella lingua parlata dal popolo: la Vulgata latina, appunto. Per una di quelle eterogenesi delle vicende umane la lingua è divenuta poi estranea al popolo di Dio. C’è voluto un percorso durato secoli prima che il Vaticano II si dedicasse raccomandare le traduzioni nelle lingue parlate comunemente: «è necessario che i fedeli abbiano largo accesso alla sacra Scrittura. Per questo motivo, la Chiesa fin dagli inizi fece sua l’antichissima traduzione greca dell’Antico Testamento detta dei Settanta, e ha sempre in onore le altre versioni orientali e le versioni latine, particolarmente quella che è detta Volgata. Poiché, però, la parola di Dio deve essere a disposizione di tutti in ogni tempo, la Chiesa cura con materna sollecitudine che si facciano traduzioni appropriate e corrette nelle varie lingue, di preferenza a partire dai testi originali dei sacri libri (Dei Verbum 22).

S. Efrem il Siro († 373), citato da Papa Francesco, così scriveva: «chi è capace di comprendere, Signore, tutta la ricchezza di una sola delle tue parole? È molto di più ciò che sfugge di quanto riusciamo a comprendere. Siamo proprio come gli assetati che bevono a una fonte. La tua parola offre molti aspetti diversi, come numerose sono le prospettive di quanti la studiano. Il Signore ha colorato la sua parola di bellezze svariate, perché coloro che la scrutano possano contemplare ciò che preferiscono. Ha nascosto nella sua parola tutti i tesori, perché ciascuno di noi trovi una ricchezza in ciò che contempla» (Commenti sul Diatessaron, 1, 18).papa-francesco-san-pietro-e-paolo-evangeliario-110086.660x368

Se la fede, scrive Paolo ai Romani, «viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo» (Rom 10,17), il papa pone in rilievo la celebrazione eucaristica, con la duplice mensa del pane e della parola: «la Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli» (DV 21).

A tale proposito papa Francesco aggiunge: «l’omelia… riveste una funzione del tutto peculiare, perché possiede «un carattere quasi sacramentale» (Evangelii Gaudium 142)… Per molti dei nostri fedeli, infatti, questa è l’unica occasione che possiedono per cogliere la bellezza della Parola di Dio e vederla riferita alla loro vita quotidiana. È necessario, quindi, che si dedichi il tempo opportuno per la preparazione dell’omelia. Non si può improvvisare il commento alle letture sacre. A noi predicatori è richiesto, piuttosto, l’impegno a non dilungarci oltre misura con omelie saccenti o argomenti estranei» (Aperuit illis 5).

Se è vero, come troviamo nelle “lettere pastorali” della tradizione paolina, che «tutta la Sacra Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare» (2 Tm 3,16), è il Cristo la parola definitiva data agli uomini.

È del resto così che si esprime la lettera agli Ebrei: «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo» (Eb 1,1-2).

Infatti, così scrive san Girolamo: «se al dire dell’apostolo Paolo, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio, colui che non conosce le Scritture, non conosce la potenza di Dio, né la sua sapienza. Ignorare le Scritture significa ignorare Cristo» (Commento ad Isaia, Prologo).

È così che la prima generazione cristiana ha inteso le parole di Gesù, a cominciare dalle parole con cui nel vangelo di Marco di narra l’esordio del suo ministero: «il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15).

E il papa ancora aggiunge, citando sant’Agostino a proposito della Madre di Dio: «qualcuno in mezzo alla folla, particolarmente preso dall’entusiasmo, esclamò: “Beato il seno che ti ha portato (cf. Lc 11,27)”. E lui: “Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio, e la custodiscono”. Come dire: anche mia madre, che tu chiami beata, è beata appunto perché custodisce la parola di Dio, non perché in lei il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi, ma perché custodisce il Verbo stesso di Dio per mezzo del quale è stata fatta, e che in lei si è fatto carne» (Sul Vangelo di Giovanni, 10, 3).

È la stessa dimensione comunionale che si percepisce nell’Apocalisse: «ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).

Così infatti scrive lo stesso libro: «beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e custodiscono le cose che vi sono scritte: il tempo infatti è vicino… se qualcuno toglierà qualcosa dalle parole di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro (Ap 1,3; 22,19).

«Il giorno dedicato alla Bibbia – è ancora Francesco che parla – vuole essere non “una volta all’anno”, ma una volta per tutto l’anno, perché abbiamo urgente necessità di diventare familiari e intimi della Sacra Scrittura e del Risorto, che non cessa di spezzare la Parola e il Pane nella comunità dei credenti» (Aperuit illis 8).

Così infatti scrive lo stesso libro: «beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e custodiscono le cose che vi sono scritte: il tempo infatti è vicino… se qualcuno toglierà qualcosa dalle parole di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro (Ap 1,3; 22,19).

«Il giorno dedicato alla Bibbia – è ancora Francesco che parla – vuole essere non “una volta all’anno”, ma una volta per tutto l’anno, perché abbiamo urgente necessità di diventare familiari e intimi della Sacra Scrittura e del Risorto, che non cessa di spezzare la Parola e il Pane nella comunità dei credenti» (Aperuit illis 8).

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Abramo e la fede: (2) la Lettera di san Paolo ai Romani

La fede di Abramo: (2) la Lettera ai Romani

Il Mantello della Giustizia, Ottobre 2019

san-paolo1di Stefano Tarocchi • Nello scorso numero della nostra rivista ho affrontato il tema della fede di Abramo nella lettera agli Ebrei (vedi). Questo scritto dell’apostolo, l’unico indirizzato ad una comunità che non è stata fondata da lui, ha una straordinaria importanza nel suo ministero e nel suo insegnamento. Qui possiamo solo accennare come alla fine del suo an­nuncio evangelico in Oriente (Rom 15,19), egli rivendica il suo diritto di an­nunciare legittimamente il Vangelo alle chiese d’origine pa­gana (cf. Rom 15,16-17): Giudei e pagani hanno lo stesso di­ritto davanti al Vangelo, perché partecipano ugualmente della salvezza di Cristo, attraverso la fede (cf. 1,16-17): nel vangelo, infatti, «si rivela la giustizia di Dio, da fede a fede, come sta scritto: Il giusto per fede vivrà (Ab 2,4)» (Rom 1,17).

Dopo aver stabilito che «indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla Legge e dai Profeti» (Rom 3,21), l’apostolo conclude: «noi riteniamo che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge. Forse Dio è Dio soltanto dei Giudei? Non lo è anche delle genti? Certo, anche delle genti! Poiché unico è il Dio che giustificherà i circoncisi in virtù della fede e gli incirconcisi per mezzo della fede. Togliamo dunque ogni valore alla Legge mediante la fede? Nient’affatto, anzi confermiamo la Legge» (Rom 3,28-31). Ebbene, è stato scritto (R. Penna) che la lettera ai Romani comincia con questi versetti.

Ora, seguire il pensiero di Paolo non è mai stato semplice: basta dire che egli usa la parola “Legge” con diverse accezioni: può così parlare delle Scritture dell’Antico Testamento («la Legge e i Profeti», o soltanto la «Legge»).

Paolo così continua: «che diremo di Abramo, nostro progenitore secondo la carne? Che cosa ha ottenuto? Se infatti Abramo è stato giustificato per le opere, ha di che gloriarsi, ma non davanti a Dio. Ora, che cosa dice la Scrittura? Abramo credette a Dio e ciò gli fu accreditato come giustizia» (Rom 4,1-3).

Qui l’apostolo rammenta espressamente il libro della Genesi: Abramo «credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia» (Gen 15,6). Nella lettera di Giacomo si dice esattamente l’opposto: «Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le sue opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull’altare? Vedi: la fede agiva insieme alle opere di lui, e per le opere la fede divenne perfetta. E si compì la Scrittura che dice: Abramo credette a Dio e gli fu accreditato come giustizia, ed egli fu chiamato amico di Dio» (Gc 2,21-23).

Invece Abramo, secondo Paolo, è l’esponente della fede pura: egli credette in Dio. Scrive ancora l’apostolo: «noi diciamo infatti che la fede fu accreditata ad Abramo come giustizia. Come dunque gli fu accreditata? Quando era circonciso (cf. Gen 17,24) o quando non lo era? Non dopo la circoncisione, ma prima. Infatti, egli ricevette il segno della circoncisione come sigillo della giustizia, derivante dalla fede, già ottenuta quando non era ancora circonciso. In tal modo egli divenne padre di tutti i non circoncisi che credono, cosicché anche a loro venisse accreditata la giustizia ed egli fosse padre anche dei circoncisi, di quelli che non solo provengono dalla circoncisione ma camminano anche sulle orme della fede di nostro padre Abramo prima della sua circoncisione» (Rom 4,9b-12).

E l’apostolo così prosegue: «se dunque diventassero eredi coloro che provengono dalla Legge, sarebbe resa vana la fede e inefficace la promessa. La Legge infatti provoca l’ira; al contrario, dove non c’è Legge, non c’è nemmeno trasgressione» (Rom 4,14-15). Dal momento che nessuno può osservare tutta la Legge, Paolo scandalosamente afferma che è questa a provocare l’ira del Signore.Paul_Papyrus

Ma torniamo ad Abramo. Scrive ancora Paolo, a proposito della fede di lui, ma soprattutto riguardo al mistero che è Dio: «eredi … si diventa in virtù della fede, perché sia secondo la grazia, e in tal modo la promessa sia sicura per tutta la discendenza: non soltanto per quella che deriva dalla Legge, ma anche per quella che deriva dalla fede di Abramo, il quale è padre di tutti noi – come sta scritto: Ti ho costituito padre di molti popoli (Gen 17,5) – davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono» (Rom 4,16-17).

Davanti alla rilettura giudaica, contemporanea a Paolo, circa la fede che diventa paradossalmente un atto che merita ricompensa (così in Filone: 20 a.C. – 45 d.C.) e così mette in secondo piano l’azione totalmente gratuita di Dio («eredi … si diventa in virtù della fede, perché sia secondo la grazia»), l’apostolo afferma con forza che Abramo «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza (Gen 15,5)» (Rom 4,18).

Proprio la virtù della speranza («saldo nella speranza contro ogni speranza», principio così caro a Giorgio La Pira) diviene il centro del cammino del popolo di Dio, dall’Israele antico alla comunità dei discepoli del Signore, al di là di una visione esclusivamente centrata sul presente, cara per esempio allo stoicismo.

Per questo da Abramo si passa a ciascuno di noi: se infatti, Abramo «di fronte alla promessa di Dio non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. Ecco perché gli fu accreditato come giustizia. E non soltanto per lui è stato scritto che gli fu accreditato, ma anche per noi, ai quali deve essere accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rom 4,20-25).

Abramo è perciò alla base della nostra fede, nella certezza, salda come roccia, della risurrezione del Cristo, centro di tutta la storia come di ciascuno di noi e di tutti gli uomini.

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Abramo e la fede: (1) la Lettera agli Ebrei

La fede di Abramo: (1) la Lettera agli Ebrei

Mantello della Giustizia, Settembre 2019

43_il-sacrificio-di-isacco_G67C0262-e1457973038722di Stefano Tarocchi • Già in precedenza mi sono occupato della lettera agli Ebrei (Il Cristo, «colui che apre la strada»:http://www.).

Stavolta vorrei affrontare il tema di Abramo e della sua fede, così come viene presentato attraverso la medesima lettera agli Ebrei, che il canone del Nuovo Testamento colloca dopo quelle dell’apostolo Paolo; e, successivamente del medesimo concetto nella lettera ai Romani.

La lettera agli Ebrei, com’è noto, viene definita dagli studiosi come un’omelia, o  un “trattato per i cristiani di origine ebraica ed etnica ora ellenizzati” (Attridge), sul sacerdozio di Cristo, basato sul modello del sacerdozio di Melchisedek (Eb 7,15-17), e quello di tutti i battezzati (Eb 10,24).

Solo la conclusione dello scritto la rendono una vera e propria lettera: «Vi esorto, fratelli, accogliete questa parola di esortazione; proprio per questo vi ho scritto brevemente. Sappiate che il nostro fratello Timoteo è stato rilasciato; se arriva abbastanza presto, vi vedrò insieme a lui. Salutate tutti i vostri capi e tutti i santi. Vi salutano quelli dell’Italia. La grazia sia con tutti voi» (Eb 13,22-25).

Si tratta di una scarna aggiunta, che attraverso Timoteo sembra coinvolgere l’apostolo Paolo – del tutto estraneo allo scritto, come si ritiene fin dall’antichità – e credenti della nostra penisola, probabilmente di Roma, assurti a co-mittenti dello scritto, del resto anonimo.

Nel capitolo 11, contenuto nella sezione esortativa della lettera (Eb 10,19-13,17), si parla della fede, definita il «fondamento di ciò che si spera e la prova di ciò che non si vede» (Eb 11,11).

Abramo è anzitutto descritto come colui che, «chiamato da Dio», gli «obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità»: così dice il testo della lettera. E aggiunge che Abramo «partì senza sapere dove andava» (Eb 11,8). Ecco così espresso il totale affidarsi a Dio di questo straniero, emigrato dalla sua terra lontana, che diventerà, secondo la promessa divina, padre di molti popoli («non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abramo, perché padre di una moltitudine di nazioni ti renderò»: Gen 17,5).

La stessa fede racchiude, e dunque caratterizza, l’abitare nella terra promessa come in una terra straniera nell’attesa della città dalle salde fondamenta, progettata e costruita da Dio medesimo.0acda03247c07474fe25d7f8c7d18269_XL

La fede di Abramo si completa nella fede della moglie Sara, così da far sì che da un «uomo solo, già segnato dalla morte», nasca una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia sulla riva del mare (cf. Eb 11,11.12).

Secondo la lettera agli Ebrei, Abramo e i padri antichi sono morti senza avere ottenuto i beni promessi , «come stranieri e pellegrini sulla terra» (Eb 11,13). È in questo modo che l’affidarsi a Dio raggiunge il suo culmine e il suo compimento.

Ma è più avanti, nel verso 17 del medesimo capitolo, che si completa la definizione della fede di Abramo in maniera decisamente più stringente: «per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: Mediante Isacco avrai una tua discendenza.  Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo» (Eb 11,17-19).

L’uomo su cui Dio aveva gettato il suo sguardo, come aveva detto l’apostolo Paolo, «ebbe fede, saldo nella speranza contro ogni speranza» (Rom 4,18).

Peraltro – sia detto incidentalmente, e in conclusione –, la versione CEI usa, a proposito di Abramo, una traduzione dal testo greco («Abramo fu messo alla prova» [peirazòmenos]) che avrebbe dovuto ispirare la nuova versione del Padre Nostro, anziché l’infelice soluzione che si prospetta.

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