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«Cristo vive, e vive per Dio»

Il Mantello della Giustizia – Luglio 2020

«Cristo vive e vive per Dio»

Rublev_Saint_Pauldi Stefano Tarocchi · Non è raro ascoltare qualcuno, che di tanto in tanto, chi di fronte alla ricchezza della parola di Dio della liturgia domenicale accetta con una certa difficoltà, ad esempio la lettura semi-continua di una delle lettere di san Paolo, tipica delle domeniche del tempo ordinario.

Nonostante la difficoltà di raccogliere un pensiero da un testo limato (senza pietà!) dai curatori dei lezionari, ha un ruolo particolare indubbiamente la lettera ai Romani, quasi il testamento di Paolo indirizzato ad una comunità che non ha fondato, per ottenere il mandato di annunciare il vangelo nell’estremo occidente conosciuto al tempo: la Spagna. Nessuno si sognava al tempo di pensare ad una terra piatta…

Ascoltiamo le stesse parole dell’apostolo: «non trovando più un campo d’azione in queste regioni [ossia tutto le terre dell’oriente] e avendo già da parecchi anni un vivo desiderio di venire da voi, spero di vedervi, di passaggio, quando andrò in Spagna, e di essere da voi aiutato a recarmi in quella regione, dopo avere goduto un poco della vostra presenza». E aggiunge: «partirò per la Spagna passando da voi (Rom 15,23-24.28).
Nel sesto capitolo della lettera l’apostolo affronta il tema del legame del credente con il Cristo attraverso il battesimo. Paolo può ben dire che coloro che sono stati battezzati in Cristo sono «immersi» nella sua morte – è il senso letterale del verbo greco –, e di conseguenza sono stati sepolti con il Cristo per poter ottenere la pienezza della vita nella risurrezione.

Ascoltiamo le sue parole: «non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo, dunque, siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova». Il battesimo, cioè, è qui richiamato non in quanto rito bensì in quanto efficace per rendere presente l’evento storico della morte di Cristo. È questa ad operare la salvezza.

E Paolo così prosegue: «se siamo stati intimamente uniti [lett. “della stessa natura”] a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione» (Rom 6,3-5).

L’apostolo mette in luce una profonda comunione con il Cristo, particolarmente sotto il profilo della risurrezione. Se infatti si parla di immersione nella morte, a maggior ragione Paolo parla di somiglianza nella risurrezione. Tutto questo prelude ad un nuovo essere del credente: «camminare in una vita nuova».Cristiani_2

La vita nuova del Cristo supera la stessa dimensione della morte: dice infatti Paolo:

«se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Infatti, egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio».

Ora, se Cristo è morto al peccato – vale a dire a danno del peccato, quello dell’intera umanità, così che Paolo altrove può dire altrove che Cristo fu fatto «peccato» (2 Cor 5,21: «colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio») –, morire al peccato vuol dire uscire dall’influsso di quest’ultimo. Di conseguenza, «anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù» (Rom 6,8-11). Infatti, «l’uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti, chi è morto, è liberato dal peccato» (Rom 6,6-7).

Questa dimensione di vita in pienezza illumina anche il cammino dell’intera umanità. Se, invece, tanti uomini e donne del nostro tempo non solo si lasciano vivere, ma addirittura, in un modo o in un altro, pretendono di decidere la sorte del loro prossimo qualunque ruolo rivestano, probabilmente vivono la loro vita senza avere cercato, e trovato, un senso.

Ma «Cristo vive e vive per Dio»: nelle fragilità e le povertà delle nostre relazioni con gli altri si è installato un germe di novità, che cancella ogni virus distruttivo. Così lo stesso Paolo scriverà: «nessuno di noi vive per sé stesso e nessuno muore per sé stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore» (Rom 14,7-8).

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Gesù Cristo, l’ebreo di Nazareth

Il Mantello della Giustizia, Febbraio 2020

Cristo, l’ebreo di Nazareth: in margine ad un recente volume

Ebreo-di-Nazaret_copdi Stefano Tarocchi • Scrive Paolo nella lettera ai Romani che «Cristo è diventato servitore dei circoncisi – lett. “della circoncisione” – per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri» (Rom 15, 8). Paolo si basa «sul dato che il Gesù storico non è mai andato a predicare fuori dai confini di Israele». Ma è pur vero che «Gesù era ed è stato ebreo dall’inizio alla fine. È vissuto per Israele, è stato servitore dei circoncisi» (R. Penna).

L’apostolo già aveva scritto che «unico è il Dio che giustificherà i circoncisi in virtù della fede e gli incirconcisi per mezzo della fede» (Rom 3,30). E, a proposito di Abramo, che egli «divenne padre di tutti i non circoncisi che credono, cosicché anche a loro venisse accreditata la giustizia ed egli fosse padre anche dei circoncisi, di quelli che non solo provengono dalla circoncisione ma camminano anche sulle orme della fede del nostro padre Abramo prima della sua circoncisione» (Rom 4,11-12).

San Paolo ha più di un titolo per pronunciare queste affermazioni: fu infatti «circonciso all’età di otto giorni, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo figlio di Ebrei; quanto alla Legge, fariseo» (Fil 3,5).

È ciò che Gesù afferma di sé stesso, ad esempio, nel vangelo di Matteo: «non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele» (Mt 15,24). Per questa ragione, viene messo in rilievo il mandato missionario successivo, che ha un evidente carattere universale: «andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,19-20).

Perciò «non è sufficiente confessare che Gesù è vero uomo: è un’affermazione troppo generica. Uomo significa che la personalità di ognuno può essere definita dalle singole culture che compongono le diversità. Ora Gesù non è solo un uomo, è un ebreo, un dato di realtà che va ha ribadito in maniera forte: colui che chiamiamo Nostro Signore è un ebreo. L’incarnazione è umanizzazione ma è anche storicizzazione e inculturazione» (R. Penna).

È la sensibilità che appartiene alle fondamenta della fede cristiana. Lo dice l’incipit del Vangelo di Matteo: «genealogia (lett. “libro delle origini”) di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo» (Mt 1,1). E lo ripetono il Vangelo di Giovanni: «non dice la Scrittura: Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo?» (Gv 7,42), e la stessa Apocalisse: «Io sono la radice e la stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino» (Ap 22,16).

In quest’ottica il P. Frédéric Manns, dell’ordine dei frati minori, archeologo ed esegeta dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme ha recentemente pubblicato un saggio (L’ebreo di Nazaret. Indagine sulle radici del cristianesimo, Edizioni Terra Santa, Milano 2019) che muove dal punto di vista precedentemente messo in luce.Frederic-Manns

Il padre Manns si muove su linee concentriche: dapprima delinea il quadro generale, a cominciare da un inquadramento della «Galilea all’epoca di Gesù» e il contesto culturale di quello spazio particolare della terra del Vangelo. Ecco pertanto lo sguardo alla frequentazione di Gesù al culto sinagogale e l’adesione alla preghiera dello Shemà, la professione dell’unico Dio («ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore»: Dt 6,4), e, infine,  la conoscenza da parte di Gesù delle tradizioni targumiche – testimonianza di quando il popolo ebraico abbandonò progressivamente l’ebraico a favore dell’aramaico come lingua parlata – , mettono in luce un orizzonte interpretativo su Gesù, forse finito un po’ dimenticato.

Manns si interroga anche sul ruolo di Gesù sempre all’interno della sua ebraicità, come discepolo del Battista, oppure su quanto si possa essere avvicinato al movimento del fariseismo, nella sua duplice scuola, quella di Hillēl (60 a.C. – 7 d.C.)  e quella di Shammai (50 a.C. – 30 d.C.), – il secondo si distingue dal primo per un atteggiamento più rigorista – oppure al movimento tipicamente galilaico dei chassidim, i “pii”. Significativamente però Gesù non viene mai chiamato così nei Vangeli, bensì “giusto” («non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua»: Mt 27,19; da notare che però Manns scrive: 27,24).

Quest’analisi approfondita non può dimenticare anche le parabole, come del resto il modo di interpretare le Scritture dell’Antico Testamento. A proposito delle prime, così scrive Manns: «il linguaggio parabolico è allusivo ed enigmatico: con le parabole Gesù non parla apertamente, Egli dice e non dice, svela e nasconde, manifesta e occulta… Gesù non fa seguire alle parabole la spiegazione: solo i discepoli la ricevono in privato, nella casa. Non si possono quindi considerare le parabole di Gesù strumenti didattici geniali, quasi che fossero esempi semplici per condurre l’ascoltatore ad un insegnamento dimostrato poi in termini più concettuali… La parabola è un modo di esprimersi che utilizza esempi concreti ed è basata sul paragone tra due situazioni: una nota e una non nota. Ha lo scopo di illustrare in modo chiaro concetti complessi, favorendo una comprensione immediata ma pure l’intento di consentire il passaggio degli ascoltatori da un modo – per loro abituale – di capire ed interpretare le parole espresse e gli eventi narrati a una profondità inaspettata».

Quanto sia attuale questo itinerario interpretativo, lo comprendiamo facendo riferimento alla storia, e non solo, a cominciare da quando nel settembre 1938 il papa Pio XI – Hitler era stato a Roma nel maggio precedente – pronunciò in Vaticano il famoso e memorabile discorso in cui affermò che «l’antisemitismo è inammissibile. Spiritualmente siamo tutti semiti». Come ha messo in luce qualche anno fa lo storico Giovanni Sale, della Civiltà Cattolica, l’Osservatore Romano pubblicò il testo omettendo la parte riguardante gli ebrei e altrettanto fece la stessa Civiltà Cattolica.

Di stretta, quanto inquietante, attualità invece, non tanto delle omissioni, ma il riapparire di scritte inquietanti sulle case dove abita una persona di origine (e/o di fede) ebraica.

Comprendere il Gesù della storia, e anche il Gesù della fede, significa poter leggere nel pieno senso del termine anche l’oggi del nostro esistere.

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Abramo e la fede: (2) la Lettera di san Paolo ai Romani

La fede di Abramo: (2) la Lettera ai Romani

Il Mantello della Giustizia, Ottobre 2019

san-paolo1di Stefano Tarocchi • Nello scorso numero della nostra rivista ho affrontato il tema della fede di Abramo nella lettera agli Ebrei (vedi). Questo scritto dell’apostolo, l’unico indirizzato ad una comunità che non è stata fondata da lui, ha una straordinaria importanza nel suo ministero e nel suo insegnamento. Qui possiamo solo accennare come alla fine del suo an­nuncio evangelico in Oriente (Rom 15,19), egli rivendica il suo diritto di an­nunciare legittimamente il Vangelo alle chiese d’origine pa­gana (cf. Rom 15,16-17): Giudei e pagani hanno lo stesso di­ritto davanti al Vangelo, perché partecipano ugualmente della salvezza di Cristo, attraverso la fede (cf. 1,16-17): nel vangelo, infatti, «si rivela la giustizia di Dio, da fede a fede, come sta scritto: Il giusto per fede vivrà (Ab 2,4)» (Rom 1,17).

Dopo aver stabilito che «indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla Legge e dai Profeti» (Rom 3,21), l’apostolo conclude: «noi riteniamo che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge. Forse Dio è Dio soltanto dei Giudei? Non lo è anche delle genti? Certo, anche delle genti! Poiché unico è il Dio che giustificherà i circoncisi in virtù della fede e gli incirconcisi per mezzo della fede. Togliamo dunque ogni valore alla Legge mediante la fede? Nient’affatto, anzi confermiamo la Legge» (Rom 3,28-31). Ebbene, è stato scritto (R. Penna) che la lettera ai Romani comincia con questi versetti.

Ora, seguire il pensiero di Paolo non è mai stato semplice: basta dire che egli usa la parola “Legge” con diverse accezioni: può così parlare delle Scritture dell’Antico Testamento («la Legge e i Profeti», o soltanto la «Legge»).

Paolo così continua: «che diremo di Abramo, nostro progenitore secondo la carne? Che cosa ha ottenuto? Se infatti Abramo è stato giustificato per le opere, ha di che gloriarsi, ma non davanti a Dio. Ora, che cosa dice la Scrittura? Abramo credette a Dio e ciò gli fu accreditato come giustizia» (Rom 4,1-3).

Qui l’apostolo rammenta espressamente il libro della Genesi: Abramo «credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia» (Gen 15,6). Nella lettera di Giacomo si dice esattamente l’opposto: «Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le sue opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull’altare? Vedi: la fede agiva insieme alle opere di lui, e per le opere la fede divenne perfetta. E si compì la Scrittura che dice: Abramo credette a Dio e gli fu accreditato come giustizia, ed egli fu chiamato amico di Dio» (Gc 2,21-23).

Invece Abramo, secondo Paolo, è l’esponente della fede pura: egli credette in Dio. Scrive ancora l’apostolo: «noi diciamo infatti che la fede fu accreditata ad Abramo come giustizia. Come dunque gli fu accreditata? Quando era circonciso (cf. Gen 17,24) o quando non lo era? Non dopo la circoncisione, ma prima. Infatti, egli ricevette il segno della circoncisione come sigillo della giustizia, derivante dalla fede, già ottenuta quando non era ancora circonciso. In tal modo egli divenne padre di tutti i non circoncisi che credono, cosicché anche a loro venisse accreditata la giustizia ed egli fosse padre anche dei circoncisi, di quelli che non solo provengono dalla circoncisione ma camminano anche sulle orme della fede di nostro padre Abramo prima della sua circoncisione» (Rom 4,9b-12).

E l’apostolo così prosegue: «se dunque diventassero eredi coloro che provengono dalla Legge, sarebbe resa vana la fede e inefficace la promessa. La Legge infatti provoca l’ira; al contrario, dove non c’è Legge, non c’è nemmeno trasgressione» (Rom 4,14-15). Dal momento che nessuno può osservare tutta la Legge, Paolo scandalosamente afferma che è questa a provocare l’ira del Signore.Paul_Papyrus

Ma torniamo ad Abramo. Scrive ancora Paolo, a proposito della fede di lui, ma soprattutto riguardo al mistero che è Dio: «eredi … si diventa in virtù della fede, perché sia secondo la grazia, e in tal modo la promessa sia sicura per tutta la discendenza: non soltanto per quella che deriva dalla Legge, ma anche per quella che deriva dalla fede di Abramo, il quale è padre di tutti noi – come sta scritto: Ti ho costituito padre di molti popoli (Gen 17,5) – davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono» (Rom 4,16-17).

Davanti alla rilettura giudaica, contemporanea a Paolo, circa la fede che diventa paradossalmente un atto che merita ricompensa (così in Filone: 20 a.C. – 45 d.C.) e così mette in secondo piano l’azione totalmente gratuita di Dio («eredi … si diventa in virtù della fede, perché sia secondo la grazia»), l’apostolo afferma con forza che Abramo «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza (Gen 15,5)» (Rom 4,18).

Proprio la virtù della speranza («saldo nella speranza contro ogni speranza», principio così caro a Giorgio La Pira) diviene il centro del cammino del popolo di Dio, dall’Israele antico alla comunità dei discepoli del Signore, al di là di una visione esclusivamente centrata sul presente, cara per esempio allo stoicismo.

Per questo da Abramo si passa a ciascuno di noi: se infatti, Abramo «di fronte alla promessa di Dio non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. Ecco perché gli fu accreditato come giustizia. E non soltanto per lui è stato scritto che gli fu accreditato, ma anche per noi, ai quali deve essere accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rom 4,20-25).

Abramo è perciò alla base della nostra fede, nella certezza, salda come roccia, della risurrezione del Cristo, centro di tutta la storia come di ciascuno di noi e di tutti gli uomini.

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San Paolo nella Divina Commedia

San Paolo nella Divina Commedia

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