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«Che cos’è la verità?»: la domanda di Pilato a Gesù

Il Mantello della Giustizia – Dicembre 2018

«Che cos’è la verità?»

download (2)di Stefano Tarocchi • La liturgia dell’ultima domenica dell’anno liturgico (anno “B”), appena trascorso, ha nel suo centro una pagina del vangelo di Giovanni, tratta dal processo di Gesù davanti al prefetto romano: «Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?». E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei» (Gv 18,33-38).

In verità il testo usato dalla liturgia termina con il versetto precedente, il 37. Quindi la celeberrima domanda di Pilato («che cos’è la verità»), con il suo carico di significato, viene totalmente omessa agli orecchi di quanti partecipano all’Eucaristia. Inoltre, non è un caso che Pilato la pronuncia quando sta uscendo per tornare verso i suoi interlocutori esterni, coloro che «non erano entrati nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua» (Gv 18,28) come segnalava Giovanni al suo lettore con la sua drammatica ironia. Gli stessi che vanno a chiedere la condanna a morte di un innocente hanno il timore di una contaminazione puramente esterna.

Ma Pilato, come detto, formula la domanda mentre sta uscendo verso i Giudei, in quella situazione paradossale che costringe il prefetto ad entrare ed uscire dal suo tribunale, prima di sedersi sulla sella curule, da cui avrebbe pronunciato la condanna.

In effetti egli si trova in una ben strana condizione: non può conoscere le parole dette da Gesù a Tommaso, «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv14,6). Ma forse, al pari di tanti nostri contemporanei, che non sono in grado di interloquire con il prossimo – né lo desiderano veramente –, non è nemmeno interessato alla risposta.

Com’è noto, nelle accuse mosse a Gesù, c’era stato uno slittamento dal piano religioso a quello politico, che prevedeva il ben noto principio dell’autonomia delle terre amministrate da Roma (suis moribus legibusque suis uti). Pilato venne usato per ratificare la condanna già stabilita dai maggiori esponenti del giudaismo: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare» (Giovanni 19,12). Era questo l’unico motivo per portare Gesù alla morte, senza poter invocare a Gerusalemme la Lex Iulia maiestatis che a Roma puniva chi avesse voluto sostituirsi al potere costituito proclamandosi «re dei Giudei».

Pilato pone una domanda, senza attendere la risposta di Gesù. Che peraltro nemmeno c’è, ma il prefetto non ha il tempo di ascoltarla, e nemmeno di accoglierla, al pari di tante domande così declinate nelle relazioni umane di tutti i giorni.

Questo dettaglio è straordinariamente attuale nei tempi che viviamo, in cui – come scrive papa Francesco in Evangelii Gaudium – «gli enormi e rapidi cambiamenti culturali richiedono che prestiamo una costante attenzione per cercare di esprimere le verità di sempre in un linguaggio che consenta di riconoscere la sua permanente novità» (EG 41).

D’altronde, «una cultura, in cui ciascuno vuole essere portatore di una propria verità soggettiva, rende difficile che [gli uomini] desiderino partecipare ad un progetto comune che vada oltre gli interessi e i desideri personali» (EG 61).

Pertanto, l’idea di verità viene mutata in quella, molto più inquietante di post-verità, in cui hanno senso solo le interpretazioni che vengono date ai fatti, come già nel 1873 aveva già sostenuto Nietzsche.

Ossia, ma era già l’insegnamento di Platone, «si manipola la verità, così come si sostituisce la ginnastica con la cosmesi» (EG 232). Scrive papa Francesco: «L’idea – le elaborazioni concettuali – è in funzione del cogliere, comprendere e dirigere la realtà. L’idea staccata dalla realtà origina idealismi e nominalismi inefficaci, che al massimo classificano o definiscono, ma non coinvolgono. Ciò che coinvolge è la realtà illuminata dal ragionamento. Bisogna passare dal nominalismo formale all’oggettività armoniosa. Diversamente si manipola la verità, così come si sostituisce la ginnastica con la cosmesi». E così aggiunge: «vi sono politici – e anche dirigenti religiosi – che si domandano perché il popolo non li comprende e non li segue, se le loro proposte sono così logiche e chiare. Probabilmente è perché si sono collocati nel regno delle pure idee e hanno ridotto la politica o la fede alla retorica. Altri hanno dimenticato la semplicità e hanno importato dall’esterno una razionalità estranea alla gente». (EG 232).

E qui il papa è fin troppo ottimista, dato lo spettacolo che quotidianamente ci assale…

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Ugo Vanni e il Libro dell’Apocalisse

Il Mantello della Giustizia – Novembre 2018

Michelangelo-Le-sette-trombedi Stefano Tarocchi • Di ritorno da un recente viaggio in Turchia alla ricerca delle chiese dell’Apocalisse, i cui resti più o meno importanti ho potuto vedere nell’interezza per la prima volta – la differenza sostanziale è data dalla loro collocazione all’interno dell’area urbana della città attuale –,  il mio ricordo non può non andare alla memoria del padre Ugo Vanni, gesuita, nato in Argentina nel 1929 e morto a Roma nel luglio scorso, dopo una lunga malattia che l’aveva debilitato ma non aveva minato la sottile intelligenza.

Il padre Ugo Vanni è nato a Jesús María (Argentina) il 26 settembre 1929 ed è stato ordinato sacerdote il 9 luglio 1960. Gesuita, ha conseguito la licenza in filosofia e teologia presso la Pontificia Università Gregoriana, la laurea in lettere classiche presso l’Università statale di Roma e la laurea in Scienze Bibliche al Pontificio Istituto Biblico.

Sono stato studente di padre Ugo negli anni 1980-83 al pontificio istituto biblico e sotto la sua guida ha condotto la tesi di licenza in Sacra Scrittura per l’appunto sulla lettera alla chiesa di Laodicea nel capitolo terzo dell’apocalisse. Di padre Ugo, che aveva stretti contatti attraverso la famiglia con la città di Firenze, vorrei ricordare anche la sua partecipazione al Dies academicus della Facoltà Teologica dell’Italia Centrale nel 2010: vi svolse una relazione sull’autore dell’Apocalisse medesima poi pubblicata nella rivista Vivens Homo della nostra facoltà.

Vorrei rammentare anche il sorriso e l’ironia leggera di questo grande esegeta, come pure la grande sapienza nell’introdurre i suoi studenti ad una letteratura difficile come quella dell’ultimo libro del Nuovo Testamento, e quindi delle Sacre Scritture.

Ai tempi dei miei studi, fra noi studenti circolava voce che padre Vanni era stato penalizzato accademicamente per l’essere lui italiano, al tempo in cui al Biblico di Roma insegnavano grandi maestri di altre nazionalità: da Vanhoye a De La Potterie e Alonso Schoekel. Forse non era vera l’illazione, ma certo non si può dire che incarnasse l’accademico alquanto distante dagli studenti.

Tornando al libro della Rivelazione di Giovanni con la sua complessa simbologia, che talora si distende lineare ma più spesso moltiplica i suoi elementi dando quasi al lettore una condizione di estraniamento, va notato che questo è sostanzialmente  il modo di esprimersi del veggente di Patmos: «beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e custodiscono le cose che vi sono scritte: il tempo infatti è vicino» (Ap 1,3); «a chiunque ascolta le parole della profezia di questo libro io dichiaro: se qualcuno vi aggiunge qualcosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro e se qualcuno toglierà qualcosa dalle parole di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro» (Ap 22,18-19).

L’Apocalisse era il suo insegnamento fondamentale nonostante che le pubblicazioni di cui diremo, abbiano spaziato, tra la letteratura giovannea appunto e le lettere paoline e quelle apostoliche. Padre Vanni ha infatti insegnato per molti anni esegesi del Nuovo Testamento alla Pontificia Università Gregoriana e al Pontificio Istituto Biblico, pubblicando nel frattempo numerosi studi e impegnandosi anche in varie attività pastorali.

Com’è noto l’Apocalisse fu pubblicata da un discepolo anonimo del gruppo dei discepoli di Giovanni sotto il nome di quest’ultimo, probabilmente al tempo ed in corrispondenza della persecuzione di Domiziano, verso la fine del I secolo.

Quella letteratura nata in tempi in cui i discepoli del Cristo vivono la loro fede in tempi quando il volto ostile ed arcigno del potere in ogni sua forma li sfida fino al sacrificio totale, attraverso l’esegesi profonda e tuttavia leggera di padre Ugo, lasciava emergere il suo senso perennemente attuale di una lettura sapienziale della storia, valida per ogni tempo. Come ebbe a dire uno studioso «la letteratura apocalittica nasce per aiutare a sopportare l’insopportabile» (P. Beauchamp). Nasce cioè in momenti di estrema crisi per portare un messaggio di speranza: anche se il male sembra prevalere, bisogna aver fiducia nella vittoria finale di quanti sono sotto la protezione divina.

Non va dimenticato, inoltre, che questo libro, come sa ogni suo lettore appassionato, è amato in maniera direi quasi smisurata da coloro che lo apprezzano e ignorato immeritatamente da quanti invece non sanno trovare la pazienza di decifrarne ogni singolo passaggio.

Proprio nelle lettere alle sette chiese («quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Èfeso, a Smirne, a Pèrgamo, a Tiàtira, a Sardi, a Filadèlfia e a Laodicèa»: Ap 1,1) che si leggono dopo la visione iniziale della rivelazione del Cristo al veggente di Patmos. Questi nel giorno del Signore sperimenta la sapienza e la sua passione verso la chiesa universale disegnata però dal quadro a tinte chiaro-scure delle chiese.

Il percorso delineato dal libro è quello di un ideale messaggero che nella sua corsa trasmette alle singole lettere la parole del Cristo, che giudica con grande attenzione e partecipazione la situazione di ogni singola comunità, tanto da indirizzare un processo di vera conversione, che dalla singola chiesa si estende alla comunità universale, in cammino verso la Gerusalemme celeste, ad un tempo sposa e città: «vidi la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». E soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e vere». E mi disse: «Ecco, sono compiute! Io sono l’Alfa e l’Omèga, il Principio e la Fine. A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita. Chi sarà vincitore erediterà questi beni; io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio» (Ap 21,2-7).

 

 

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Il Cristo, «colui che apre la strada»

VI-IT-ART-26385-Mantegna-San_Giovanni_Battista-k3x-U11011510878416hdF-1024x576@LaStampa.itdi Stefano Tarocchi • «Dal ponte nasce anche il pontefice, il «sacerdote che costruisce la via» […] Augusto fece propria la carica. Essa sarebbe rimasta prerogativa di tutti i successivi imperatori, fino all’era cristiana inoltrata, fin quando nella Chiesa cattolica, il titolo fu presto usato per indicare i vescovi, e in particolare il vescovo di Roma». Ogni giorno di più […] «vediamo bene quanto è difficile per il vescovo di Roma indicare una via, senza che non sorgano frange estreme intenzionate a demolire il suo ruolo, nell’attaccare la persona».

Così concludevo nel numero precedente de Il Mantello della Giustizia (Ponti e pontefici, Il Mantello della Giustizia, Settembre 2018): mi si passi l’autocitazione.

Vorrei adesso completare il percorso, riprendendo alcuni fili neotestamentari, in particolare della lettera agli Ebrei.

Mi soffermerò in particolare su due termini, lasciando ad altri momenti l’esame della terminologia del sommo-sacerdozio di Cristo. Così la lettera agli Ebrei: dato che «abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede» (Eb 4,14); d’altronde, «Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna» (Eb 9,11-12).

I termini qui affrontati sono archegós, letteralmente «colui che apre la strada» – ed è il contatto più grande con l’immagine del pontefice sopra delineata –, e mesítês, «mediatore».

Il primo termine (archegós) è usato anche negli Atti degli Apostoli, dove peraltro appare senza una traduzione adeguata nella versione ufficiale CEI, ma solo come un ricalco del latino auctor della Vulgata. Infatti, quando Pietro parla davanti al popolo dopo aver guarito l’uomo «storpio fin dalla nascita» che siede accanto alla «porta Bella», pronuncia delle parole estremamente limpide: «avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni» (At 3,15).

Il titolo attribuito al Cristo («colui che apre la strada» della vita), viene usato ancora da Pietro davanti al sinedrio: «Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati» (At 5,31).

Ragione di più per capire l’evidenza con cui la lettera agli Ebrei mette in luce ancora una delle sfaccettature del medesimo ruolo di Cristo: «conveniva che Dio – per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria – rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza» (Eb 2,10).

Ancora, tale termine si trova nella sezione esortativa della lettera, quando l’anonimo autore scrive ai suoi destinatari: «anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio» (Eb 12,1-2).

Qui, accanto al ruolo di Gesù come «colui che apre la strada della fede», viene aggiunta anche la dimensione sacerdotale dell’intero popolo di Dio, come avviene anche poco prima: «con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati» (Eb 10,14).

Questo ruolo di Gesù viene espresso anche nel suo ruolo di mediazione fra Dio e gli uomini (il Cristo come mesítês, «mediatore»), che la lettera agli Ebrei mette in luce fino dalle prime righe: il Cristo «doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo (Eb 2,17). E così ancora troviamo: «egli ha avuto un ministero tanto più eccellente quanto migliore è l’alleanza di cui è mediatore, perché è fondata su migliori promesse» (Eb 8,6): «per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa» (Eb 9,15).

C’è tuttavia un testo che mette a confronto impietosamente la prima alleanza e quella stabilita dal Cristo: «voi non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano [Dio] di non rivolgere più a loro la parola. Non potevano infatti sopportare quest’ordine: Se anche una bestia toccherà il monte, sarà lapidata. Lo spettacolo, in realtà, era così terrificante che Mosè disse: Ho paura e tremo. Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova, e al sangue purificatore, che è più eloquente di quello di Abele» (Eb 12,18-24).

Stabilendo un paragone tra gli elementi della manifestazione divina, la terrificante teofania dell’Esodo (si vedano in particolare «oscurità, tenebra e tempesta», e le stesse parole di Mosè: «ho paura e tremo»), paragonate «all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli», la lettera agli Ebrei va oltre il testo del Deuteronomio: «il Signore vi parlò dal fuoco; voi udivate il suono delle parole ma non vedevate alcuna figura: vi era soltanto una voce» (Dt 4,12). Ebbene, il nome divino non si trova nel testo greco ma nella sola traduzione italiana, al fine di rendere più comprendibile il testo. La lettera agli Ebrei lo omette, al fine di evidenziare l’incapacità assoluta della mediazione dell’alleanza di Mosè.

Il mediatore è tale in virtù del fatto che Cristo stesso si è fatto colui che apre la strada della fede, della salvezza e della vita a tutti gli uomini: «uno solo è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù» (1 Tim 2,5).

Se il pontefice è colui che costruisce strade, il Cristo è colui che percorre per primo quelle che ha aperto per tutti gli uomini.

 

 

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Ponti e pontefici

Il Mantello della Giustizia – Settembre 2018

augustodi Stefano Tarocchi • In questi tempi difficili in cui i ponti crollano, portandosi dietro il loro carico di dolore e di sofferenza, e ponendo interrogativi a non finire – e risposte inadeguate e contraddittorie – , vorrei riflettere sul senso di una parola e delle sue implicazioni. D’altra parte, nella nostra storia, in Italia ed Europa, ci sono ponti costruiti venti secoli fa, che ancora adempiono egregiamente al loro compito, sulle strade di città e paesi, per il passaggio di uomini e di mezzi, e come acquedotti perfettamente funzionanti.

Il termine «ponte» deriva dal vasto mondo del bacino linguistico indoeuropeo. Fra esse spiccano il sanscrito e una lingua liturgica iranica.

Solo verso la fine del ‘700 venne scoperto il collegamento tra il sanscrito e una serie di lingue provenienti di un’origine comune, il protoindoeuropeo, che comprende la maggior parte delle lingue d’Europa, vive ed estinte, che attraverso il Caucaso e il Medio Oriente da un lato, e la Siberia occidentale e parte dell’Asia Centrale dall’altro, sono arrivate a coinvolgere l’Asia meridionale.

Ebbene, il termine del sanscrito da cui nasce la nostra parola «ponte» ha di fatto due significati: il primo significato è “via, sentiero, cammino”; il secondo è invece, inaspettatamente, “mare”.

A nessuno verrebbe in mente di accostare alla parola latina,  da cui deriva il nostro “ponte”, il termine greco pontos, che invece significa “mare”. In realtà il ponte è il collegamento, la congiunzione, tra due strade distanti fra loro, che il ponte unisce, per crearne una nuova. E, come ci insegnano gli eventi recenti, il crollo di un ponte è sicuramente l’interruzione di una strada, un percorso, e quindi della vita di relazione, ad essi legata.

Ma è realmente possibile vedere un legame fra un ponte e il mare? Di fatto, il Mar Nero era chiamato dai greci Ponto Eusino, ossia “mare ospitale” (il termine più antico, tuttavia, era però il più attuale “mare inospitale”). Per di più, abbiamo in Italia il sito archeologico di Metaponto(che significa “Al di là del mare”, e l’eloquente Agro Pontino.

Perché nell’Europa greca e latina la stessa parola può indicare lo “scavalco” di una valle, per esempio quella scavata da un fiume – è la ragione principale per cui costruiamo ponti dalle nostre parti – ed un mare che permette di “scavalcare”, cioè accorciare i percorsi fra due terre, separate da una depressione o da un fiume?

Qui anche i nostri Vangeli ci sono d’aiuto. Ad esempio, così leggiamo nel Vangelo di Matteo: «Vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all’altra riva» (Mt 8,18). Così si dice che Gesù è «giunto all’altra riva, nel paese dei Gadarèni» (Mt 8,28). Al ritorno, lo stesso Gesù «salito su una barca, passò all’altra riva e giunse nella sua città, Cafarnao» (Mt 9,1). Più avanti si narra che «subito dopo costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla» (Mt 14,22). Ma anche in Marco leggiamo di Gesù che «in quel medesimo giorno, venuta la sera, disse ai discepoli: «Passiamo all’altra riva» (Mc 4,35), finché «li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva» (Mc 8,13).  E così via.

I Vangeli sono perciò unanimi nel dirci che un tratto di mare è la via più breve fra due terre, due città situate sulle rive del mare di Galilea.

. La creazione di strade, di percorsi, ha anche un valore religioso, e non solo nelle Scritture. Se il “sacro” indica la separazione, il “profano”, che sembra opporvisi, è in realtà ciò che è potenziale in dialogo con il sacro: il termine, è infatti composto  di pro, «davanti» e fanum, «tempio, luogo sacro». Quindi designa ciò che «che sta fuori del sacro recinto» ed ha bisogno di essere collegato con esso: l’umano necessita di entrare in contatto con il divino, attraverso una strada, come dimostra alle nostre latitudini un ponte, oppure, in altre geografie, un tratto di mare. Si presenta cioè un bisogno ineludibile di avvicinare l’umano al divino, con tutte le conseguenze del caso.
Ecco perciò che dal ponte nasce anche il pontefice, il «sacerdote che costruisce la via». Se nell’antichità, evidentemente a Roma, il nome sembra designare coloro che curavano la costruzione del ponte sul Tevere, come sembra dire l’origine del nome, in numero oscillante da 5 a 9, è maggiormente vero che in realtà i pontefici stabilivano in base a quali regole un qualsiasi rito – sacrale, processuale o negoziale che fosse – doveva essere compiuto, perché potesse considerarsi valido, e tali regole erano di volta in volta comunicate a chi lo richiedesse. Quindi, al contrario di altri sacerdoti, i pontefici non assolvevano a precise funzioni di culto, ma ne ponevano le condizioni.

Essi erano presieduti da un pontefice massimo elettivo, finché nel 12 a.C. Augusto fece propria la carica. Essa sarebbe rimasta prerogativa di tutti i successivi imperatori, fino all’era cristiana inoltrata, fin quando nella Chiesa cattolica, il titolo fu presto usato per indicare i vescovi, e in particolare il vescovo di Roma.
Con Tertulliano (155-230), per la prima volta, il vescovo di Roma è chiamato pontefice massimo.

Questa è un’altra storia, ma vediamo bene quanto è difficile per il vescovo di Roma indicare una via, senza che non sorgano frange estreme intenzionate a demolire il suo ruolo, nell’attaccare la persona. Nuovi e devastanti distruttori di ponti, destinati comunque a fallire. Lo impediscono la fede evangelica… e l’eredità delle lingue indoeuropee.

 

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