Tag Archive 2018

Dicembre 2018 – Gennaio 2019

domenica 2 dicembre I dom. di Avvento 10:30 S. Messa
sabato 8 dicembre Immacolata Concezione 10:30 S. Messa  [e Battesimi]
lunedì 24 dicembre Vigilia di Natale 9:30 Confessioni [fino alle 12:00]
22:00 Messa della Notte
martedì 25 dicembre Natività del Signore 8:30 e 10:30 SS. Messe
lunedì 31 dicembre Ultimo giorno dell’anno 18:00 S. Messa e Te Deum
martedì 1 gennaio Maria SS. Madre di Dio 10:30 S. Messa
domenica 6 gennaio Epifania 10:30 S. Messa

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Natale 2018

lunedì 24 dicembre Vigilia di Natale 9:30 Confessioni (fino alle 12:00)
22:00 S. Messa della Notte
martedì 25 dicembre Natività del Signore 8:30 e 10:30 SS. Messe
mercoledì 26 dicembre S. Stefano 10:30 S. Messa
lunedì 31 dicembre   18:00 S. Messa e Te Deum
martedì 1 gennaio 2019 Maria SS. Madre di Dio 10:30 S. Messa
domenica 6 gennaio Epifania 10:30 S. Messa
domenica 13 gennaio Battesimo di Gesù 10:30 S. Messa

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«Che cos’è la verità?»: la domanda di Pilato a Gesù

Il Mantello della Giustizia – Dicembre 2018

«Che cos’è la verità?»

download (2)di Stefano Tarocchi • La liturgia dell’ultima domenica dell’anno liturgico (anno “B”), appena trascorso, ha nel suo centro una pagina del vangelo di Giovanni, tratta dal processo di Gesù davanti al prefetto romano: «Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?». E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei» (Gv 18,33-38).

In verità il testo usato dalla liturgia termina con il versetto precedente, il 37. Quindi la celeberrima domanda di Pilato («che cos’è la verità»), con il suo carico di significato, viene totalmente omessa agli orecchi di quanti partecipano all’Eucaristia. Inoltre, non è un caso che Pilato la pronuncia quando sta uscendo per tornare verso i suoi interlocutori esterni, coloro che «non erano entrati nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua» (Gv 18,28) come segnalava Giovanni al suo lettore con la sua drammatica ironia. Gli stessi che vanno a chiedere la condanna a morte di un innocente hanno il timore di una contaminazione puramente esterna.

Ma Pilato, come detto, formula la domanda mentre sta uscendo verso i Giudei, in quella situazione paradossale che costringe il prefetto ad entrare ed uscire dal suo tribunale, prima di sedersi sulla sella curule, da cui avrebbe pronunciato la condanna.

In effetti egli si trova in una ben strana condizione: non può conoscere le parole dette da Gesù a Tommaso, «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv14,6). Ma forse, al pari di tanti nostri contemporanei, che non sono in grado di interloquire con il prossimo – né lo desiderano veramente –, non è nemmeno interessato alla risposta.

Com’è noto, nelle accuse mosse a Gesù, c’era stato uno slittamento dal piano religioso a quello politico, che prevedeva il ben noto principio dell’autonomia delle terre amministrate da Roma (suis moribus legibusque suis uti). Pilato venne usato per ratificare la condanna già stabilita dai maggiori esponenti del giudaismo: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare» (Giovanni 19,12). Era questo l’unico motivo per portare Gesù alla morte, senza poter invocare a Gerusalemme la Lex Iulia maiestatis che a Roma puniva chi avesse voluto sostituirsi al potere costituito proclamandosi «re dei Giudei».

Pilato pone una domanda, senza attendere la risposta di Gesù. Che peraltro nemmeno c’è, ma il prefetto non ha il tempo di ascoltarla, e nemmeno di accoglierla, al pari di tante domande così declinate nelle relazioni umane di tutti i giorni.

Questo dettaglio è straordinariamente attuale nei tempi che viviamo, in cui – come scrive papa Francesco in Evangelii Gaudium – «gli enormi e rapidi cambiamenti culturali richiedono che prestiamo una costante attenzione per cercare di esprimere le verità di sempre in un linguaggio che consenta di riconoscere la sua permanente novità» (EG 41).

D’altronde, «una cultura, in cui ciascuno vuole essere portatore di una propria verità soggettiva, rende difficile che [gli uomini] desiderino partecipare ad un progetto comune che vada oltre gli interessi e i desideri personali» (EG 61).

Pertanto, l’idea di verità viene mutata in quella, molto più inquietante di post-verità, in cui hanno senso solo le interpretazioni che vengono date ai fatti, come già nel 1873 aveva già sostenuto Nietzsche.

Ossia, ma era già l’insegnamento di Platone, «si manipola la verità, così come si sostituisce la ginnastica con la cosmesi» (EG 232). Scrive papa Francesco: «L’idea – le elaborazioni concettuali – è in funzione del cogliere, comprendere e dirigere la realtà. L’idea staccata dalla realtà origina idealismi e nominalismi inefficaci, che al massimo classificano o definiscono, ma non coinvolgono. Ciò che coinvolge è la realtà illuminata dal ragionamento. Bisogna passare dal nominalismo formale all’oggettività armoniosa. Diversamente si manipola la verità, così come si sostituisce la ginnastica con la cosmesi». E così aggiunge: «vi sono politici – e anche dirigenti religiosi – che si domandano perché il popolo non li comprende e non li segue, se le loro proposte sono così logiche e chiare. Probabilmente è perché si sono collocati nel regno delle pure idee e hanno ridotto la politica o la fede alla retorica. Altri hanno dimenticato la semplicità e hanno importato dall’esterno una razionalità estranea alla gente». (EG 232).

E qui il papa è fin troppo ottimista, dato lo spettacolo che quotidianamente ci assale…

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Ugo Vanni e il Libro dell’Apocalisse

Il Mantello della Giustizia – Novembre 2018

Michelangelo-Le-sette-trombedi Stefano Tarocchi • Di ritorno da un recente viaggio in Turchia alla ricerca delle chiese dell’Apocalisse, i cui resti più o meno importanti ho potuto vedere nell’interezza per la prima volta – la differenza sostanziale è data dalla loro collocazione all’interno dell’area urbana della città attuale –,  il mio ricordo non può non andare alla memoria del padre Ugo Vanni, gesuita, nato in Argentina nel 1929 e morto a Roma nel luglio scorso, dopo una lunga malattia che l’aveva debilitato ma non aveva minato la sottile intelligenza.

Il padre Ugo Vanni è nato a Jesús María (Argentina) il 26 settembre 1929 ed è stato ordinato sacerdote il 9 luglio 1960. Gesuita, ha conseguito la licenza in filosofia e teologia presso la Pontificia Università Gregoriana, la laurea in lettere classiche presso l’Università statale di Roma e la laurea in Scienze Bibliche al Pontificio Istituto Biblico.

Sono stato studente di padre Ugo negli anni 1980-83 al pontificio istituto biblico e sotto la sua guida ha condotto la tesi di licenza in Sacra Scrittura per l’appunto sulla lettera alla chiesa di Laodicea nel capitolo terzo dell’apocalisse. Di padre Ugo, che aveva stretti contatti attraverso la famiglia con la città di Firenze, vorrei ricordare anche la sua partecipazione al Dies academicus della Facoltà Teologica dell’Italia Centrale nel 2010: vi svolse una relazione sull’autore dell’Apocalisse medesima poi pubblicata nella rivista Vivens Homo della nostra facoltà.

Vorrei rammentare anche il sorriso e l’ironia leggera di questo grande esegeta, come pure la grande sapienza nell’introdurre i suoi studenti ad una letteratura difficile come quella dell’ultimo libro del Nuovo Testamento, e quindi delle Sacre Scritture.

Ai tempi dei miei studi, fra noi studenti circolava voce che padre Vanni era stato penalizzato accademicamente per l’essere lui italiano, al tempo in cui al Biblico di Roma insegnavano grandi maestri di altre nazionalità: da Vanhoye a De La Potterie e Alonso Schoekel. Forse non era vera l’illazione, ma certo non si può dire che incarnasse l’accademico alquanto distante dagli studenti.

Tornando al libro della Rivelazione di Giovanni con la sua complessa simbologia, che talora si distende lineare ma più spesso moltiplica i suoi elementi dando quasi al lettore una condizione di estraniamento, va notato che questo è sostanzialmente  il modo di esprimersi del veggente di Patmos: «beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e custodiscono le cose che vi sono scritte: il tempo infatti è vicino» (Ap 1,3); «a chiunque ascolta le parole della profezia di questo libro io dichiaro: se qualcuno vi aggiunge qualcosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro e se qualcuno toglierà qualcosa dalle parole di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro» (Ap 22,18-19).

L’Apocalisse era il suo insegnamento fondamentale nonostante che le pubblicazioni di cui diremo, abbiano spaziato, tra la letteratura giovannea appunto e le lettere paoline e quelle apostoliche. Padre Vanni ha infatti insegnato per molti anni esegesi del Nuovo Testamento alla Pontificia Università Gregoriana e al Pontificio Istituto Biblico, pubblicando nel frattempo numerosi studi e impegnandosi anche in varie attività pastorali.

Com’è noto l’Apocalisse fu pubblicata da un discepolo anonimo del gruppo dei discepoli di Giovanni sotto il nome di quest’ultimo, probabilmente al tempo ed in corrispondenza della persecuzione di Domiziano, verso la fine del I secolo.

Quella letteratura nata in tempi in cui i discepoli del Cristo vivono la loro fede in tempi quando il volto ostile ed arcigno del potere in ogni sua forma li sfida fino al sacrificio totale, attraverso l’esegesi profonda e tuttavia leggera di padre Ugo, lasciava emergere il suo senso perennemente attuale di una lettura sapienziale della storia, valida per ogni tempo. Come ebbe a dire uno studioso «la letteratura apocalittica nasce per aiutare a sopportare l’insopportabile» (P. Beauchamp). Nasce cioè in momenti di estrema crisi per portare un messaggio di speranza: anche se il male sembra prevalere, bisogna aver fiducia nella vittoria finale di quanti sono sotto la protezione divina.

Non va dimenticato, inoltre, che questo libro, come sa ogni suo lettore appassionato, è amato in maniera direi quasi smisurata da coloro che lo apprezzano e ignorato immeritatamente da quanti invece non sanno trovare la pazienza di decifrarne ogni singolo passaggio.

Proprio nelle lettere alle sette chiese («quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Èfeso, a Smirne, a Pèrgamo, a Tiàtira, a Sardi, a Filadèlfia e a Laodicèa»: Ap 1,1) che si leggono dopo la visione iniziale della rivelazione del Cristo al veggente di Patmos. Questi nel giorno del Signore sperimenta la sapienza e la sua passione verso la chiesa universale disegnata però dal quadro a tinte chiaro-scure delle chiese.

Il percorso delineato dal libro è quello di un ideale messaggero che nella sua corsa trasmette alle singole lettere la parole del Cristo, che giudica con grande attenzione e partecipazione la situazione di ogni singola comunità, tanto da indirizzare un processo di vera conversione, che dalla singola chiesa si estende alla comunità universale, in cammino verso la Gerusalemme celeste, ad un tempo sposa e città: «vidi la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». E soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e vere». E mi disse: «Ecco, sono compiute! Io sono l’Alfa e l’Omèga, il Principio e la Fine. A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita. Chi sarà vincitore erediterà questi beni; io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio» (Ap 21,2-7).

 

 

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