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La parabola del grano e della zizzania

Il regno dei cieli e il buon seme

Il Mantello della Giustizia, Agosto 2020

unnameddi Stefano Tarocchi · La parabola della zizzania (Mt 13,24-30), che recentemente la liturgia ci ha posto davanti agli occhi, è sicuramente una delle pagine più intriganti del Vangelo secondo Matteo. Accanto alla parabola della rete gettata nel mare che raccoglie ogni genere di pesci (Mt 13,47-50), che chiude il lungo discorso di Gesù (ben sette parabole), la parabola della zizzania fornisce una delle chiavi di interpretazione più lucide del vivere dei credenti nell’esistenza concreta.

Essa segue immediatamente quella forse più nota del seme che il seminatore getta nel terreno, apparentemente senza nessun criterio, ma che mette in luce la potenza della parola che nella terra buona porta un frutto straordinario (Mt 13,3-9). “Zizzania” (letteralmente al plurale) è il nome che designa collettivamente le piante nocive che spesso accompagnano la crescita del grano. La si è identificata nel loglio: i semi della pianta, molto simili a quelli del grano, se ingeriti provocano fenomeni di un vero e proprio avvelenamento. Da qui il nome: Lolium temulentum loglio ubriacante.

Nel racconto di Matteo, quando la zizzania si rivela come infestante, i servi del padrone del campo chiedono la ragione di questa presenza importuna e inattesa: lo stesso padrone della casa, che seminato il grano, chiama in causa il suo “nemico”. Lo sa bene chi ha ascoltato la parabola – o chi la trova oggi nel Vangelo: «venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò» (Mt 13,25).

I servi vorrebbero subito estirpare la pianta maligna per non mettere a repentaglio la crescita del grano, ma il padrone del campo lo impedisce perché non venga estirpato anche il seme buono. Infatti, la zizzania nella sua rapida crescita, fuori e dentro il terreno, si è intrecciata inestricabilmente alle radici delle piante del grano; e questo impedisce una separazione delle piante senza creare danni.

Bisogna quindi attendere fino alla mietitura, ossia alla maturazione piena del frutto: solo a quel punto ci può essere una netta separazione fra grano e zizzania. Questa viene gettata nel fuoco, il grano, invece, sarà riposto nel granaio. La coesistenza fra bene e male diventa estremamente chiara nella spiegazione allegorica che segue il racconto della parabola (Mt 13,36-43), da cui traspare la prima interpretazione della parabola, legata alla comunità dell’evangelista della città di Antiochia.download (1)

Come in ogni allegoria, e a differenza della parabola, ciascun elemento ha il suo significato specifico: il Figlio dell’uomo è colui che semina, il campo è il mondo, il buon seme sono i figli del regno, la zizzania sono i figli del maligno e il nemico è il diavolo stesso.

Attraverso questa lettura si avverte un un’incursione nel momento dei tempi ultimi – lett. «alla fine del tempo» –, quando Dio giudicherà il mondo e si produrrà una duplice sorte per gli uomini. Prima ancora che, in un’altra celebre parabola, si descriva il giudizio finale (Mt 25,31-46), l’evangelista sembra dirci che il bene coesiste accanto al male. Questo paradosso è sotto i nostri occhi: mentre tutte le vicende umane sono nelle mani del Signore, in esse il bene coesiste inestricabilmente con il male, fino a che Dio non decide di chiedere il conto all’umanità.

Così ci dice anche la pagina successiva, sempre in riferimento al regno dei cieli: la parabola della rete che “raccoglie” – il verbo usato è significativo – ogni genere di pesce (Mt 13,47-50): anche qui la cernita viene fatta al momento del raccolto, quando la rete è tirata a riva. Allora i pesci buoni finiscono nei canestri e quelli che non sono buoni a nulla vengono gettati via.

Si potrebbe addirittura interpretare che il tempo dell’attesa tra la semina e il raccolto (o la pesca e il suo risultato) è il tempo in cui l’elemento negativo avrebbe modo di passare all’altro campo. Sappiamo che in natura questo non è possibile, ma nella mente di Dio ogni uomo può cambiare vita, e anche che il Signore lascia un congruo tempo per poterlo fare. Il Dio magnanimo, che tante volte traspare nelle Scritture, attende senza punire nessuno che ogni creatura umana percorra la strada verso la conversione.

Tuttavia non c’è un regno parallelo del bene accanto al regno del male, e il «nemico», il diavolo, non è una sorta di divinità al negativo che si contrappone al Dio di Gesù Cristo. Questo anche se c’è un male sotterraneo – e dunque nascosto –, che opera in maniera ancora più subdola. Per capirne gli effetti basta vedere gli attacchi che su ogni fronte vengono rivolti all’attuale vescovo di Roma, e non a lui soltanto.

Il regno dei cieli che viene richiamato in queste parabole è già in mezzo a noi, e tuttavia dobbiamo sempre invocare il Padre: «venga il tuo regno». Non a caso dopo questa parabola ne vengono raccontate due, molto più brevi ma non meno rivelative: quella del tesoro nascosto nel campo (Mt 13,44) e della perla preziosa (Mt 13,45-46). Colui che trova questi tesori, rispettivamente inattesi oppure ricercati a lungo, farà ogni sforzo, e metterà in gioco tutte le proprie energie per poterli ottenere.

Perciò, tutte queste parabole contengono un insegnamento che va ricavato con la propria personale osservazione, come – sono ancora parole del Vangelo, forse un’auto-descrizione dello stesso evangelista – fa lo «scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli» che «estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).

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Studiare la Bibbia dopo la II guerra mondiale: da Firenze a Breslavia

L’insegnamento della Bibbia in Italia e in Polonia nel dopoguerra: Firenze e Breslavia

Il Mantello della Giustizia, Ottobre 2020 

 

download (7)di Stefano Tarocchi · Sta per essere pubblicato un saggio dal titolo La Bibbia su entrambi i lati della Cortina di ferro. L’autore, il biblista Sławomir Stasiak della Pontificia facoltà teologica di Breslavia (Wrocław),  affascinante città situata nella regione della Slesia, aggiunge un sottotitolo eloquente: Studio storico dell’insegnamento delle materie bibliche sull’esempio della facoltà teologica dell’Italia centrale a Firenze e della Pontificia facoltà teologica a Breslavia

Il lavoro è frutto di una ricerca accurata, compiuta in Italia e in Polonia: due realtà estremamente diverse ma con molti punti di contatto. Nella prima parte dello studio, in virtù delle relazioni intercorse fra le due istituzioni, viene presa in esame la Facoltà Teologica dell’Italia centrale, allora Studio Teologico Fiorentino. Tutto questo a partire da quei cenni storici che l’autore con molta saggezza ha voluto riprendere facendo riferimento alla storia plurisecolare dell’istituzione fiorentina che inizia nel 1348: lo «Studium generale florentinum, ossia l’Università degli studi, che in perpetuo all’istituzione la facoltà di addottorare in sacra pagina, in utroque iure e in medicina».  

Il professor Stasiak ha dettagliatamente studiato il ‘900, per ricostruire l’ambiente in cui è stata eretta l’attuale Facoltà Teologica dell’Italia Centrale a partire prevalentemente dal secondo dopoguerra. Di fatto come sappiamo c’è una continuità ininterrotta del 1348 al 1932, quando al tempo dell’arcivescovo del tempo, il cardinale Elia Dalla Costa venne “sospesa” l’Università dei teologi.  

Sławomir Stasiak ha trasferito all’interno del suo studio una disamina sulla mole di dati che interseca anche la storia del Seminario maggiore arcivescovile, e che tenta di ricostruire la ratio studiorum quando a partire dal 1976, l’allora Studio teologico Fiorentino Riprende il cammino verso l’attuale facoltà teologica dell’Italia centrale. 

Uno sguardo approfondito è dato alla biblioteca, che fu intitolata al cardinale Silvano Piovanelli di felice memoria, e al suo patrimonio librario, vero ambito qualificante di una istituzione accademica, insieme naturalmente all’attività editoriale. 

L’attenzione principale di questa sezione del saggio è dedicata alla disanima della struttura degli studi biblici, e naturalmente dei loro docenti in Firenze: soprattutto da Bartoletti, a Vannucci, a Mannucci, a Marconcini, a Randellini: nel loro ambito, insieme ai docenti di altre discipline, si vanno a configurare le fondamenta della attuale Facoltà Teologica dell’Italia centrale.  

Questo saggio ricostruisce significativamente anche il modo in cui gli alunni dell’allora Seminario minore fiorentino studiavano al tempo la storia di Israele: una vera e propria completa formazione pre-teologica che doveva servire a completare la loro formazione precedente, che occupa diverse pagine nella stesura di questo testo. Significativo è che questo insegnamento veniva somministrato agli studenti della prima e della seconda media fornendo un quadro direi notevolmente completo e quella che un tempo era chiamata la “Storia sacra”, ma si trova anche la lista, fino al 2018, di tutti i dottorati in sacra teologia in ambito biblico espressi dalla FTIC.  Firenze-inaugurata-la-nuova-sede-della-Facolta-Teologica-dell-Italia-Centrale_articleimage

naturalmente questa lista di dati completata da una bibliografia molto ricca sarà utile per un ulteriore approfondimento naturalmente tenendo conto che perseguire l’autore al di qua della Cortina di ferro il percorso era necessariamente molto diverso. 

Molto più ampia inevitabilmente la trattazione sulla Pontificia facoltà teologica di Breslavia (PWT), la cui storia inizia nel 1565, con il seminario teologico che, secondo il decreto del Concilio di Trento preparava i candidati al sacerdozio. Nel 1702 l’imperatore austriaco Leopoldo I istituisce l’Academia e Universitas Leopoldina, sotto l’autorità della compagnia di Gesù, con le due facoltà di teologia e di filosofia. Nel 1811 viene trasferita a Breslavia l’università di Francoforte sull’Oder: quattro facoltà (teologia evangelica, legge, medicina e filosofia). Questa nuova università comprende le facoltà già esistenti nella Accademia leopoldina.  

Nel periodo successivo al secondo conflitto mondiale, dopo che l’università di Breslavia aveva iniziato la sua attività già nel novembre di due anni prima, nel 1947 viene inaugurato il primo anno accademico al seminario arcivescovile di Breslavia. Siamo al tempo in cui il regime comunista intensifica la sua lotta alla Chiesa Cattolica e alle sue istituzioni.  

Questo vanifica il tentativo di ripristinare la Facoltà di teologia, manifestata in una lettera del ministero dell’istruzione del 1948 in cui si ritiene non necessaria una facoltà di teologia a Breslavia, data l’esistenza di altri centri accademici, come Cracovia, Varsavia e Lublino. 

Arriviamo così al 1968 quando la Congregazione per l’educazione cattolica (CEC) riconosce lo Studio Teologico Accademico come una continuazione della facoltà di teologia cattolica esistente in Breslavia, e anche l’uso del titolo facoltà teologica di Breslavia.  

In seguito agli accorti tra il governo polacco e la conferenza episcopale del 1989, e soprattutto del 1996, arriviamo all’anno 1999, quando il nome della facoltà teologica assume la denominazione di Pontificia facoltà teologica di Breslavia. Infine, nel 2001 la medesima PWT di Breslavia riceve lo status di università. 

Questo prezioso lavoro descrive accuratamente l’ordinamento dell’insegnamento della facoltà medesima e tutti i passaggi a livello accademico complesso la lista dei docenti distinti per l’appartenenza geografica, fra “locali”, ossia di Breslavia, e “pendolari”, ossia delle sedi ad essa afferenti, che ha portato al decreto della CEC del 1968.  

Dopo aver accennato all’attività editoriale, e alla preziosa biblioteca di Breslavia – che ha recentemente costruito ex novo una splendida nuova sede – lo studio del prof. Stasiak delinea la struttura degli studi biblici in tutto il suo complesso evolversi nei vari decenni.  

Segue poi la lista dei docenti della sacra scrittura a Breslavia, compreso lo stesso Stasiak, Ma si aggiungono anche i docenti degl’istituti collegati dei Salvatoriani, delle vicine diocesi di Świdnica e di Legnica. 

Sono particolarmente interessanti i programmi delle singole materie insegnate a Breslavia negli anni successivi alla guerra dal 1948 in avanti.

Nella conclusione, l’autore fa riferimento al fatto che soltanto durante gli anni ‘60 i docenti di Sacra Scrittura di Breslavia iniziarono a tornare nella loro città dopo gli studi compiuti a Lublino o a Varsavia, ma anche a Roma al Pontificio Istituto Biblico e alla Pontificia Università Gregoriana.  

Ci fu evidentemente un salto qualitativo enorme che la medesima facoltà ha compiuto nell’attraversare l’arco temporale che arriva ai giorni nostri. Non può essere dimenticato un punto nodale: gli esiti della Seconda guerra mondiale, con il regime comunista totalmente incluso nell’orbita dell’allora URSS. 

Si tratta di un quadro che in larga parte è peculiare della Polonia, ma ugualmente significativo, in quanto il nucleo forte della fede cattolica della nazione ha saputo mantenere un livello estremamente elevato degli studi. Questo permette oggi al Rettore della Pontificia facoltà teologica di Breslavia di potersi esprimere accademicamente, e non solo, da pari a pari con i rettori delle altre università della sua città.

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«La Chiesa di Abele». Un libro sulla Chiesa dei nostri tempi

In margine al volume «Ridotti allo stato ecclesiale. La Chiesa di Abele»

Il Mantello della Giustizia, Settembre 2020

9788892208230_0_0_626_75di Stefano Tarocchi · Fratel Michael-Davide Semeraro, monaco benedettino – che nel 2018 ha pubblicato un libro divenuto famoso: «Preti senza battesimo? » – scrive adesso un breve saggio dal titolo non meno intrigante: Ridotti allo stato ecclesiale. La Chiesa di Abele, San Paolo, Cinisello Balsamo 2019.

Lo spunto del titolo ha due origini: è anzitutto fornito dalla lunga citazione di André Neher  (1914 – 1988), uno dei più grandi esegeti di lingua francese dell’Antico Testamento del secolo scorso: «quando la Bibbia dice Abele… il testo [ebraico] può designare al contempo la nozione di vapore e l’uomo che, nel racconto biblico incarna questa nozione. Abele [hébel] è nato fratello. È nato accanto a un altro e prima di lui c’è qualcosa che egli non fu mai. Non solo è il frutto delle viscere dei suoi genitori ma è anche posto accanto a Caino e, in realtà, egli muore di ciò che fiancheggia, visto che sarà ucciso da Caino … Nulla è maggiormente causa dello svanire dell’alito che la stessa fonte da cui esso emana, il lembo di spazio su cui si posa. Abele è sempre rimasto identico a sé stesso, come il vapore non smette mai di essere vapore nonostante tutte le modulazioni di forma e la molteplicità delle sue spirali. [A differenza di Caino, ] Abele non ha ricevuto un nome, non era necessario che un nome identificasse il suo essere: era [soffio] sin dalla sua nascita» (p. 56).

Se già sant’Agostino già parlava di “Chiesa a partire da Abele” («ha le sue primizie nel santo Abele»), il primo giusto, evidenziare una “Chiesa di Abele” significa indicare una Chiesa accogliente per tutti. Anche se è vero – affermano due sociologi dell’Università Cattolica, Chiara Giaccardi e Mauro Magatti –, che «nella storia millenaria della chiesa, l’esercizio dell’autorità molte … si è trasformato in esercizio di potere cioè di controllo e prevaricazione sulla realtà e su gli altri anche strumentalizzando l’idea preziosa di obbedienza». Perciò «la stabilità della tradizione e dell’autorità devono trovare un punto di equilibrio con la speculare esigenza di novità che sprigiona dalla vita umana». Questo, secondo Giaccardi e Magatti – contrariamente al luogo comune di segno opposto –, permette di evidenziare la sostanziale continuità tra Ratzinger e Bergoglio: il primo «ha posto con grande lucidità la questione del restringimento della ragione … «Il pontefice argentino invece insiste nel far presente a noi europei che non si allarga la ragione attraverso la ragione. Ma solo tornando a sporcarsi le mani con l’uomo in carne e ossa».Michaeldavide-semeraro-755x491

Dal canto suo – afferma fratel Michael-Davide, che così chiarifica la prima parte del titolo del libro –: «il problema, per un chierico che chiede o a cui viene imposto di lasciare il ministero, non è quello di essere ridotto allo stato laicale, ma di doversi misurare con le ragioni per cui è stato dimesso dallo stato clericale. Il fatto di ritrovarsi come un battezzato laico può, infatti, rivelarsi la grande occasione per coltivare e far crescere la realtà discepolare che, in realtà, è la cosa più importante per ogni battezzato. Il senso della scelta del titolo di questo libro vuole approfittare l’assonanza con la frase ricorrente “ridotto allo stato laicale” per andare al cuore di ciò che stiamo vivendo come chiesa: un cammino sofferto e appassionato sotto la guida autorevole del magistero ordinario oggettivo del vescovo di Roma, Papa Francesco» (p. 11).

La tesi di Fratel Michael-Davide si salda su eventi che coincidono con scelte evidenti del Papa attuale. Ad esempio, quando ad Abu Dhabi venne firmato nel febbraio 2019 il Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza umana dal papa Francesco insieme al grande Imam di Al-Azhar – che fratel Michael-Davide legge in parallelo all’incontro tra san Francesco d’Assisi e il Sultano di Egitto Malik al Kamil –, quasi contemporaneamente viene pubblicato un manifesto a cura di uno dei quattro cardinali firmatari – due sono già defunti, un terzo ha espresso pubblicamente teorie deliranti sulla causa del Covid-19 – che attaccarono il magistero di papa Francesco espresso nell’Amoris Laetitia, subito dopo i ben due sinodi consecutivi sulla famiglia.

Peraltro, non va dimenticato anche Laudato sì, duramente contestata al di là dell’oceano, e che secondo alcuni ha segnato sul tema specifico affrontato – “La Cura della Casa Comune”   – l’inizio degli attacchi più duri contro il papa Francesco da parte di ambienti ultraconservatori americani, che trovano un’eco impressionante anche in Italia, magari in nome di una fedeltà irreale alla tradizione.

Proprio la Laudato sì, pubblicata nel 2015, citando san Vincenzo di Lerino, scrittore ecclesiastico della Gallia meridionale nel V secolo, affermava testualmente: «il dogma della religione cristiana è bene segua questa legge del progresso: si consolidi con gli anni, si approfondisca con il tempo, migliori con l’età» (Commonitorium primum, 23).

Dietro agli attacchi, sottili o pesanti, contro il Papa Francesco condotti da più fronti, esterni o interni alla Chiesa cattolica, a mio modesto avviso, c’è di fatto un attacco sciagurato al Concilio Vaticano II, e quindi oltre che al papa Francesco, al magistero limpido di papa Paolo VI, che pose la firma (Ego Paulus Catholicae Ecclesiae Episcopus) in calce a tutti i testi conciliari. Tutto questo ha permesso di parlare di una «campagna di odio – come è stata definita – incredibilmente efficace e letale, che ha trasformato il pastore in un lupo agli occhi del gregge e che sta dividendo lo stesso clero in due fronti contrapposti». È un percorso che necessita di un ulteriore approfondimento nel solco delle lucide intuizioni di fratel Michael-Davide.

Sono comunque ben note le parole di papa Giovanni XXIII (1881-1963): «non è il Vangelo che cambia: siamo noi che incominciamo a comprenderlo meglio. (…) È giunto il momento di riconoscere i segni dei tempi, di coglierne l’opportunità e di guardare lontano» (pag. 31).

Del resto, lo stesso papa Giovanni ebbe a dire nel discorso di apertura del Concilio: «A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo. Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa» (11 ottobre 1962).

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«Cristo vive, e vive per Dio»

Il Mantello della Giustizia – Luglio 2020

«Cristo vive e vive per Dio»

Rublev_Saint_Pauldi Stefano Tarocchi · Non è raro ascoltare qualcuno, che di tanto in tanto, chi di fronte alla ricchezza della parola di Dio della liturgia domenicale accetta con una certa difficoltà, ad esempio la lettura semi-continua di una delle lettere di san Paolo, tipica delle domeniche del tempo ordinario.

Nonostante la difficoltà di raccogliere un pensiero da un testo limato (senza pietà!) dai curatori dei lezionari, ha un ruolo particolare indubbiamente la lettera ai Romani, quasi il testamento di Paolo indirizzato ad una comunità che non ha fondato, per ottenere il mandato di annunciare il vangelo nell’estremo occidente conosciuto al tempo: la Spagna. Nessuno si sognava al tempo di pensare ad una terra piatta…

Ascoltiamo le stesse parole dell’apostolo: «non trovando più un campo d’azione in queste regioni [ossia tutto le terre dell’oriente] e avendo già da parecchi anni un vivo desiderio di venire da voi, spero di vedervi, di passaggio, quando andrò in Spagna, e di essere da voi aiutato a recarmi in quella regione, dopo avere goduto un poco della vostra presenza». E aggiunge: «partirò per la Spagna passando da voi (Rom 15,23-24.28).
Nel sesto capitolo della lettera l’apostolo affronta il tema del legame del credente con il Cristo attraverso il battesimo. Paolo può ben dire che coloro che sono stati battezzati in Cristo sono «immersi» nella sua morte – è il senso letterale del verbo greco –, e di conseguenza sono stati sepolti con il Cristo per poter ottenere la pienezza della vita nella risurrezione.

Ascoltiamo le sue parole: «non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo, dunque, siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova». Il battesimo, cioè, è qui richiamato non in quanto rito bensì in quanto efficace per rendere presente l’evento storico della morte di Cristo. È questa ad operare la salvezza.

E Paolo così prosegue: «se siamo stati intimamente uniti [lett. “della stessa natura”] a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione» (Rom 6,3-5).

L’apostolo mette in luce una profonda comunione con il Cristo, particolarmente sotto il profilo della risurrezione. Se infatti si parla di immersione nella morte, a maggior ragione Paolo parla di somiglianza nella risurrezione. Tutto questo prelude ad un nuovo essere del credente: «camminare in una vita nuova».Cristiani_2

La vita nuova del Cristo supera la stessa dimensione della morte: dice infatti Paolo:

«se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Infatti, egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio».

Ora, se Cristo è morto al peccato – vale a dire a danno del peccato, quello dell’intera umanità, così che Paolo altrove può dire altrove che Cristo fu fatto «peccato» (2 Cor 5,21: «colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio») –, morire al peccato vuol dire uscire dall’influsso di quest’ultimo. Di conseguenza, «anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù» (Rom 6,8-11). Infatti, «l’uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti, chi è morto, è liberato dal peccato» (Rom 6,6-7).

Questa dimensione di vita in pienezza illumina anche il cammino dell’intera umanità. Se, invece, tanti uomini e donne del nostro tempo non solo si lasciano vivere, ma addirittura, in un modo o in un altro, pretendono di decidere la sorte del loro prossimo qualunque ruolo rivestano, probabilmente vivono la loro vita senza avere cercato, e trovato, un senso.

Ma «Cristo vive e vive per Dio»: nelle fragilità e le povertà delle nostre relazioni con gli altri si è installato un germe di novità, che cancella ogni virus distruttivo. Così lo stesso Paolo scriverà: «nessuno di noi vive per sé stesso e nessuno muore per sé stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore» (Rom 14,7-8).

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