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La parabola del grano e della zizzania

Il regno dei cieli e il buon seme

Il Mantello della Giustizia, Agosto 2020

unnameddi Stefano Tarocchi · La parabola della zizzania (Mt 13,24-30), che recentemente la liturgia ci ha posto davanti agli occhi, è sicuramente una delle pagine più intriganti del Vangelo secondo Matteo. Accanto alla parabola della rete gettata nel mare che raccoglie ogni genere di pesci (Mt 13,47-50), che chiude il lungo discorso di Gesù (ben sette parabole), la parabola della zizzania fornisce una delle chiavi di interpretazione più lucide del vivere dei credenti nell’esistenza concreta.

Essa segue immediatamente quella forse più nota del seme che il seminatore getta nel terreno, apparentemente senza nessun criterio, ma che mette in luce la potenza della parola che nella terra buona porta un frutto straordinario (Mt 13,3-9). “Zizzania” (letteralmente al plurale) è il nome che designa collettivamente le piante nocive che spesso accompagnano la crescita del grano. La si è identificata nel loglio: i semi della pianta, molto simili a quelli del grano, se ingeriti provocano fenomeni di un vero e proprio avvelenamento. Da qui il nome: Lolium temulentum loglio ubriacante.

Nel racconto di Matteo, quando la zizzania si rivela come infestante, i servi del padrone del campo chiedono la ragione di questa presenza importuna e inattesa: lo stesso padrone della casa, che seminato il grano, chiama in causa il suo “nemico”. Lo sa bene chi ha ascoltato la parabola – o chi la trova oggi nel Vangelo: «venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò» (Mt 13,25).

I servi vorrebbero subito estirpare la pianta maligna per non mettere a repentaglio la crescita del grano, ma il padrone del campo lo impedisce perché non venga estirpato anche il seme buono. Infatti, la zizzania nella sua rapida crescita, fuori e dentro il terreno, si è intrecciata inestricabilmente alle radici delle piante del grano; e questo impedisce una separazione delle piante senza creare danni.

Bisogna quindi attendere fino alla mietitura, ossia alla maturazione piena del frutto: solo a quel punto ci può essere una netta separazione fra grano e zizzania. Questa viene gettata nel fuoco, il grano, invece, sarà riposto nel granaio. La coesistenza fra bene e male diventa estremamente chiara nella spiegazione allegorica che segue il racconto della parabola (Mt 13,36-43), da cui traspare la prima interpretazione della parabola, legata alla comunità dell’evangelista della città di Antiochia.download (1)

Come in ogni allegoria, e a differenza della parabola, ciascun elemento ha il suo significato specifico: il Figlio dell’uomo è colui che semina, il campo è il mondo, il buon seme sono i figli del regno, la zizzania sono i figli del maligno e il nemico è il diavolo stesso.

Attraverso questa lettura si avverte un un’incursione nel momento dei tempi ultimi – lett. «alla fine del tempo» –, quando Dio giudicherà il mondo e si produrrà una duplice sorte per gli uomini. Prima ancora che, in un’altra celebre parabola, si descriva il giudizio finale (Mt 25,31-46), l’evangelista sembra dirci che il bene coesiste accanto al male. Questo paradosso è sotto i nostri occhi: mentre tutte le vicende umane sono nelle mani del Signore, in esse il bene coesiste inestricabilmente con il male, fino a che Dio non decide di chiedere il conto all’umanità.

Così ci dice anche la pagina successiva, sempre in riferimento al regno dei cieli: la parabola della rete che “raccoglie” – il verbo usato è significativo – ogni genere di pesce (Mt 13,47-50): anche qui la cernita viene fatta al momento del raccolto, quando la rete è tirata a riva. Allora i pesci buoni finiscono nei canestri e quelli che non sono buoni a nulla vengono gettati via.

Si potrebbe addirittura interpretare che il tempo dell’attesa tra la semina e il raccolto (o la pesca e il suo risultato) è il tempo in cui l’elemento negativo avrebbe modo di passare all’altro campo. Sappiamo che in natura questo non è possibile, ma nella mente di Dio ogni uomo può cambiare vita, e anche che il Signore lascia un congruo tempo per poterlo fare. Il Dio magnanimo, che tante volte traspare nelle Scritture, attende senza punire nessuno che ogni creatura umana percorra la strada verso la conversione.

Tuttavia non c’è un regno parallelo del bene accanto al regno del male, e il «nemico», il diavolo, non è una sorta di divinità al negativo che si contrappone al Dio di Gesù Cristo. Questo anche se c’è un male sotterraneo – e dunque nascosto –, che opera in maniera ancora più subdola. Per capirne gli effetti basta vedere gli attacchi che su ogni fronte vengono rivolti all’attuale vescovo di Roma, e non a lui soltanto.

Il regno dei cieli che viene richiamato in queste parabole è già in mezzo a noi, e tuttavia dobbiamo sempre invocare il Padre: «venga il tuo regno». Non a caso dopo questa parabola ne vengono raccontate due, molto più brevi ma non meno rivelative: quella del tesoro nascosto nel campo (Mt 13,44) e della perla preziosa (Mt 13,45-46). Colui che trova questi tesori, rispettivamente inattesi oppure ricercati a lungo, farà ogni sforzo, e metterà in gioco tutte le proprie energie per poterli ottenere.

Perciò, tutte queste parabole contengono un insegnamento che va ricavato con la propria personale osservazione, come – sono ancora parole del Vangelo, forse un’auto-descrizione dello stesso evangelista – fa lo «scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli» che «estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).

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Gesù Cristo, l’ebreo di Nazareth

Il Mantello della Giustizia, Febbraio 2020

Cristo, l’ebreo di Nazareth: in margine ad un recente volume

Ebreo-di-Nazaret_copdi Stefano Tarocchi • Scrive Paolo nella lettera ai Romani che «Cristo è diventato servitore dei circoncisi – lett. “della circoncisione” – per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri» (Rom 15, 8). Paolo si basa «sul dato che il Gesù storico non è mai andato a predicare fuori dai confini di Israele». Ma è pur vero che «Gesù era ed è stato ebreo dall’inizio alla fine. È vissuto per Israele, è stato servitore dei circoncisi» (R. Penna).

L’apostolo già aveva scritto che «unico è il Dio che giustificherà i circoncisi in virtù della fede e gli incirconcisi per mezzo della fede» (Rom 3,30). E, a proposito di Abramo, che egli «divenne padre di tutti i non circoncisi che credono, cosicché anche a loro venisse accreditata la giustizia ed egli fosse padre anche dei circoncisi, di quelli che non solo provengono dalla circoncisione ma camminano anche sulle orme della fede del nostro padre Abramo prima della sua circoncisione» (Rom 4,11-12).

San Paolo ha più di un titolo per pronunciare queste affermazioni: fu infatti «circonciso all’età di otto giorni, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo figlio di Ebrei; quanto alla Legge, fariseo» (Fil 3,5).

È ciò che Gesù afferma di sé stesso, ad esempio, nel vangelo di Matteo: «non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele» (Mt 15,24). Per questa ragione, viene messo in rilievo il mandato missionario successivo, che ha un evidente carattere universale: «andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,19-20).

Perciò «non è sufficiente confessare che Gesù è vero uomo: è un’affermazione troppo generica. Uomo significa che la personalità di ognuno può essere definita dalle singole culture che compongono le diversità. Ora Gesù non è solo un uomo, è un ebreo, un dato di realtà che va ha ribadito in maniera forte: colui che chiamiamo Nostro Signore è un ebreo. L’incarnazione è umanizzazione ma è anche storicizzazione e inculturazione» (R. Penna).

È la sensibilità che appartiene alle fondamenta della fede cristiana. Lo dice l’incipit del Vangelo di Matteo: «genealogia (lett. “libro delle origini”) di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo» (Mt 1,1). E lo ripetono il Vangelo di Giovanni: «non dice la Scrittura: Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo?» (Gv 7,42), e la stessa Apocalisse: «Io sono la radice e la stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino» (Ap 22,16).

In quest’ottica il P. Frédéric Manns, dell’ordine dei frati minori, archeologo ed esegeta dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme ha recentemente pubblicato un saggio (L’ebreo di Nazaret. Indagine sulle radici del cristianesimo, Edizioni Terra Santa, Milano 2019) che muove dal punto di vista precedentemente messo in luce.Frederic-Manns

Il padre Manns si muove su linee concentriche: dapprima delinea il quadro generale, a cominciare da un inquadramento della «Galilea all’epoca di Gesù» e il contesto culturale di quello spazio particolare della terra del Vangelo. Ecco pertanto lo sguardo alla frequentazione di Gesù al culto sinagogale e l’adesione alla preghiera dello Shemà, la professione dell’unico Dio («ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore»: Dt 6,4), e, infine,  la conoscenza da parte di Gesù delle tradizioni targumiche – testimonianza di quando il popolo ebraico abbandonò progressivamente l’ebraico a favore dell’aramaico come lingua parlata – , mettono in luce un orizzonte interpretativo su Gesù, forse finito un po’ dimenticato.

Manns si interroga anche sul ruolo di Gesù sempre all’interno della sua ebraicità, come discepolo del Battista, oppure su quanto si possa essere avvicinato al movimento del fariseismo, nella sua duplice scuola, quella di Hillēl (60 a.C. – 7 d.C.)  e quella di Shammai (50 a.C. – 30 d.C.), – il secondo si distingue dal primo per un atteggiamento più rigorista – oppure al movimento tipicamente galilaico dei chassidim, i “pii”. Significativamente però Gesù non viene mai chiamato così nei Vangeli, bensì “giusto” («non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua»: Mt 27,19; da notare che però Manns scrive: 27,24).

Quest’analisi approfondita non può dimenticare anche le parabole, come del resto il modo di interpretare le Scritture dell’Antico Testamento. A proposito delle prime, così scrive Manns: «il linguaggio parabolico è allusivo ed enigmatico: con le parabole Gesù non parla apertamente, Egli dice e non dice, svela e nasconde, manifesta e occulta… Gesù non fa seguire alle parabole la spiegazione: solo i discepoli la ricevono in privato, nella casa. Non si possono quindi considerare le parabole di Gesù strumenti didattici geniali, quasi che fossero esempi semplici per condurre l’ascoltatore ad un insegnamento dimostrato poi in termini più concettuali… La parabola è un modo di esprimersi che utilizza esempi concreti ed è basata sul paragone tra due situazioni: una nota e una non nota. Ha lo scopo di illustrare in modo chiaro concetti complessi, favorendo una comprensione immediata ma pure l’intento di consentire il passaggio degli ascoltatori da un modo – per loro abituale – di capire ed interpretare le parole espresse e gli eventi narrati a una profondità inaspettata».

Quanto sia attuale questo itinerario interpretativo, lo comprendiamo facendo riferimento alla storia, e non solo, a cominciare da quando nel settembre 1938 il papa Pio XI – Hitler era stato a Roma nel maggio precedente – pronunciò in Vaticano il famoso e memorabile discorso in cui affermò che «l’antisemitismo è inammissibile. Spiritualmente siamo tutti semiti». Come ha messo in luce qualche anno fa lo storico Giovanni Sale, della Civiltà Cattolica, l’Osservatore Romano pubblicò il testo omettendo la parte riguardante gli ebrei e altrettanto fece la stessa Civiltà Cattolica.

Di stretta, quanto inquietante, attualità invece, non tanto delle omissioni, ma il riapparire di scritte inquietanti sulle case dove abita una persona di origine (e/o di fede) ebraica.

Comprendere il Gesù della storia, e anche il Gesù della fede, significa poter leggere nel pieno senso del termine anche l’oggi del nostro esistere.

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«Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me»

«Avevo fame e mi avete dato da mangiare»

Il Mantello della Giustizia – Dicembre 2019

Cristo_separa_pecore_Ravennadi Stefano Tarocchi • «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria.  Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”» (Matteo 25,31-40).

Difficilmente si potrebbe riassumere in uno spazio più breve un giudizio così forte sulla storia degli uomini e il suo impatto sulla vicenda dei singoli: è il primo quadro della nota parabola del giudizio finale.

Premetto solo che ho reso ­ con “pecore e capri”, e non “pecore e capre”, i nomi dei due “gruppi” chiamati in gioco dal Vangelo attraverso la metafora del pastore e del suo gregge. Infatti, parlare di “pecore e capre” non ha molto senso. Infatti, il loro accoppiamento è sterile, e dunque non esiste nessuna possibilità di confondere le pecore con i capri, che restano quindi separati senza alcuna eccezione: la loro stessa natura li divide, prima ancora della parola del giudice.

La presenza di tutti i popoli davanti al Figlio dell’uomo, svelato nella sua gloria, crea la condizione per evidenziare la cifra dell’agire delle creature umane: «tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».

È questo il criterio del giudizio divino, che emerge nel secondo quadro della parabola: «poi [il Figlio dell’uomo] dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me” (Mt 25,41-45).

La risposta del giudice divino, il Figlio dell’uomo, è più che eloquente. Specularmente opposta a quanti hanno agito nei confronti «uno solo di questi miei fratelli più piccoli», di quelli cioè che contano meno.cq5dam.web.800.800

Possiamo attualizzare il Vangelo con le parole che papa Francesco ha usato recentemente davanti a specialisti del diritto: «la persona fragile, vulnerabile, si trova indifesa davanti agli interessi del mercato divinizzato, diventati regola assoluta (Evangelii Gaudium  56Laudato si’, 56)». E ancora: «oggi, alcuni settori economici esercitano più potere che gli stessi Stati (Laudato si’, 196)» pertanto, «il principio di massimizzazione del profitto, isolato da ogni altra considerazione, conduce a un modello di esclusione – automatico! – che infierisce con violenza su coloro che patiscono nel presente i suoi costi sociali ed economici, mentre si condannano le generazioni future a pagarne i costi ambientali» (Francesco al Congresso mondiale dell’Associazione internazionale del diritto penale: 15 novembre 2019)

Significativamente le parole del Papa, muovendo da una condizione – quella dell’uomo recluso in carcere, che al tempo del Vangelo, era l’intervallo che separava dal processo, e si concludeva solo con la liberazione o la morte del carcerato –, finisce per dare contenuto e spessore a tutte le condizioni di “minorità” e povertà, insite nella debolezza umana bisognosa di assistenza.

Così il racconto dell’evangelista Matteo chiude in una maniera inequivocabile l’insegnamento della parabola: «e se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna» (Mt 25,46).

Questo assunto conclusivo traccia in sostanza una linea insormontabile fra la follia evangelica, che di norma passa sotto silenzio, e l’umana follia (o stravaganza) che fa notizia anche per motivi banali: il Vangelo è infinitamente più rivoluzionario di quanto viene percepito nella realtà quotidiana.

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“Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Matteo 25)

Il giudizio di Cristo sulla storia degli uomini

Il mantello della giustizia- Agosto 2019

220px-BambergApocalypseFolio013vLambAndBookWith7Sealsdi Stefano Tarocchi • Il libro dell’Apocalisse descrive con lucidità estrema la scena dell’abbraccio finale tra l’umanità e Dio: siamo nella visione del sigillo sopra i centoquarantaquattromila (dodici per dodici per mille), rappresentanti delle dodici tribù d’Israele che ha fatto versare fiumi d’inchiostro. Il numero significa la totalità (mille) dell’antico (il primo dodici) e del nuovo Israele (la chiesa di Cristo, il secondo dodici).

Essi sono seguiti da una «moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani» (Ap 7,9).

È il motivo per cui letteralmente il testo originale suona come «dopo queste cose io vidi: e guarda anche tu» (Vanni), quando «uno degli anziani allora si rivolse a me [ossia a Giovanni] e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi». (Ap 7,13-17).

Il libro di Giovanni ripropone quasi al suo epilogo una visione analoga: «e vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,1-5).

Il linguaggio è naturalmente quello tipico del libro della rivelazione di Giovanni – “apocalisse” significa esattamente questo –, ma il tema è percorso nella lunga sezione del vangelo di Matteo che descrive gli avvenimenti dei tempi ultimi.SMat

L’evangelista Matteo ha negli occhi la distruzione della città santa del 70 d.C., quando inserisce l’invito di Gesù alla vigilanza (Mt 24,42: «Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà»), nell’attesa della venuta del Signore, che avverrà al momento in cui «il Figlio dell’uomo [verrà] sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria» (Mt 24,30).

Questo insegnamento procede anche nella parabola delle dieci ragazze sagge (Mt 25,1-12), che non a caso ripete il medesimo invito: «Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora» (Mt 25,13; cf. Mc 13,35.37; Lc 12,37).

La vigilanza che esclude il sonno ritorna nell’agonia di Gesù al Getsemani: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me» (Mt 26,38; cf. Mt 26,41; Mc 14,34.38). Il termine greco deriva dal perfetto intransitivo del verboeghéirô, “risvegliarsi”, particolarmente significativo perché è uno dei verbi usato per la risurrezione di Gesù.

La vigilanza è quella di chi (il servo «servo buono e fedele») ha fatto fruttare ogni dono ricevuto – ecco così nel seguito del racconto di Matteo la parabola dei talenti (Mt 25,14-30) –, a differenza del servo «malvagio e pigro (Mt 25,26). Naturalmente il “talento” evangelico indicava una moneta assai preziosa del tempo. Pare infatti che un “talento” equivaleva a seimila denari, cioè al salario di seimila giornate lavorative: ovvero fino a venti anni di lavoro.

È a questo punto che Matteo racconta la parabola del giudizio (Mt 25,31-46), quando si compirà il tempo dell’attesa, che è sconosciuto a tutti eccetto al Padre: «quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli del cielo né il Figlio, ma solo il Padre» (Mt 24,36).

La parabola, come è ben noto, si svolge di fronte al trono della gloria del Figlio dell’uomo, quando davanti a lui nella sua condizione definitiva, si raduneranno tutti i popoli della terra.

Egli separerà come il pastore le “pecore” dai “capri” – la traduzione CEI (“capre”) non è esatta –: infatti, solo le prime devono essere munte. Analogamente non può esserci nessun contatto con coloro che vengono chiamati alla destra del Figlio dell’uomo – i benedetti del Padre – a ricevere il regno che è stato preparato per loro fino dalla creazione del mondo e gli altri, alla sinistra.

Il racconto si distende attraverso sette elementi diversi, e tuttavia coerenti fra sé e perfettamente misurabili con le esperienze dei nostri giorni: la fame, la sete, la condizione di straniero, la nudità, la malattia e il carcere. In particolare, il dar da mangiare agli affamati e il vestire gli ignudi, particolari opere di misericordia, sono menzionate particolarmente nella letteratura profetica, e non solo nella religione ebraica…

Queste condizioni di inferiorità sono state soccorse da coloro che hanno compiuto un solo gesto nei confronti di uno solo dei fratelli più piccoli del Signore che giudica: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi più piccoli l’avete fatto a me. Il bene che è stato fatto, oppure negato, raggiunge il figlio dell’uomo attraverso la condizione di coloro che ne prendono il posto. «L’identificazione di Gesù con i fratelli bisognosi si radica nella dedizione senza confini che egli ha rivolto a questi uomini». Il testo dice «questi» (uno solo di questi miei fratelli più piccoli»: Mt 25,40), quasi a significare la loro presenza nel momento del giudizio: sarà questa presenza a rendere concreto l’incontro con Gesù, che giudica le azioni umane in quella «solidarietà sconfinata con tutti i bisognosi sia nella Chiesa sia anche nel mondo» (Gnilka). Sta qui la fonte di un giudizio in atto perennemente sul passato e, soprattutto sul presente, pena la riduzione del messaggio cristiano a pura convenzione.

Successivamente la narrazione evangelica racconta la condizione di coloro che non hanno saputo accogliere le situazioni disagiate dei loro fratelli. La risposta di questi è eloquente è eloquente quanto senza speranza: quando mai ti abbiamo visto in quelle condizioni e non ti abbiamo servito? Il verbo usato qui è quello del servizio ecclesiale, ossia la diakonìa.

La risposta del Figlio dell’uomo non ammette nessuna replica, e difatti si conclude con l’avvio degli ultimi chiamati in causa al supplizio eterno, mentre, gli altri, i giusti andranno verso la vita eterna.

Voglio concludere richiamando la prima lettera di Giovanni: «se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,20). È la medesima logica che si evidenzia già nel Padre nostro: «rimetti a noi i nostri debiti come noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori» (Mt 6,12).

La condizione del discepolo è sempre consapevole del comando del Signore: «se tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24), e contemporaneamente egli prende coscienza del fatto che – ancora la prima lettera di Giovanni – : «noi amiamo perché egli ci ha amati per primo» (1 Gv 4,19)

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