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Gesù ai suoi discepoli: «Amatevi gli uni altri come io ho amato voi»

Un comandamento nuovo, eppure antico: «amatevi … come io ho amato voi»
 
Il Mantello della Giustizia – Giugno 2019

bibbiadi Stefano Tarocchi • La liturgia delle domeniche di Pasqua, centrata sul vangelo secondo Giovanni, ha quest’anno messo in luce uno dei temi fondamentali del messaggio che Gesù lascia ai discepoli nella vigilia della passione.

Esso si fonda sulla rilettura del quarto evangelista del comandamento dell’amore che ci è trasmesso nella tradizione sinottica: «qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi» (Mc 12,28-31).

È ben noto che Giovanni non trasmette in questo contesto nessuna parola sull’Eucaristia: Gesù ha parlato nella sinagoga di Cafarnao del pane della vita: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51)

Nei discorsi del quarto Vangelo pronunciati nella cena di addio di Gesù ai discepoli troviamo invece il racconto dei gesti di Gesù e la loro spiegazione: «voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13,13-15). A più riprese viene richiamato quel comando: «come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore» (Gv 15,9). E, ancora, «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando» (Gv 15,12-14).

Questo comando di Gesù, derivato dal gesto di quando ha lavato i piedi ai discepoli, assume un significato nuovo appena Giuda esce dal gruppo dei discepoli e dalla cena con Gesù, perché «quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,31-35). PasqB6-w-300x210

Ora, il comandamento nuovo, è la sintesi del duplice comandamento della tradizione sinottica, verificata dall’amore stesso di Gesù. Ne abbiamo un eccellente riprova quando più avanti si legge: «il Padre stesso infatti vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio» (Gv 16,27).

Questa definizione, tipicamente giovannea, della novità del comandamento dell’amore secondo le dimensioni dell’amore di Cristo («Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri»: Gv 13,34) si registra anche nelle prime due lettere attribuite al quarto evangelista. Ma qui c’è un’interessante paradossale mutazione: «carissimi, non vi scrivo un nuovo comandamento, ma un comandamento antico, che avete ricevuto da principio. Il comandamento antico è la Parola che avete udito. Eppure, vi scrivo un comandamento nuovo, e ciò è vero in lui e in voi, perché le tenebre stanno diradandosi e già appare la luce vera» (1 Gv 2,7-8).

Siamo qui in presenza di un vero e proprio paradosso: il comandamento “nuovo” è al tempo stesso “antico”, perché appartenente alla tradizione dei discepoli del quarto evangelista. Il “comandamento antico” è la riproposizione senza limiti di quello che Gesù tra trasmesso come nuovo, dando sé stesso come misura.

È così che la seconda, brevissima, lettera di Giovanni, così riporta le parole del vecchio discepolo: «ora prego te, o Signora, non per darti un comandamento nuovo, ma quello che abbiamo avuto da principio: che ci amiamo gli uni gli altri» (2 Gv 1,5).

Del resto, questo era l’esordio della prima lettera del medesimo apostolo Giovanni: «quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi –, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo» (1 Gv 1,1-3).

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La risurrezione di Gesù: la «tunica» e la «rete» che non si spezzano

Il Mantello della Giustizia – Aprile 2018

La «tunica» e la «rete» che non si spezzano

la-crocifissione-parte-centrale-della-predella-1457-1405-di-andrea-mantegna-1431-1506-soldati-giocare-dice-gesu-tunica-ffkb9pdi Stefano Tarocchi • La narrazione pasquale del quarto vangelo presenta, fra gli altri, due vertici di particolare rilievo. Si tratta di due momenti, legati rispettivamente alla crocifissione di Gesù e alla sua manifestazione ai discepoli sul mare di Tiberiade.

Il primo momento si svolge ai piedi della croce di Gesù: «i soldati quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato – e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca».

Qui il Vangelo usa il salmo 22, il salmo che inizia con le parole dell’invocazione presente sulle labbra di Gesù nei soli Vangeli di Marco e di Matteo (non in quello di Luca!): «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Lontane dalla mia salvezza le parole del mio grido!».

Peraltro, in Marco l’invocazione che apre il salmo 21 viene pronunciata anche nella lingua materna di Gesù, l’aramaico: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?» (Mc 15,34; in Mt 27,46 abbiamo invece: «Elì, Elì, lemà sabactàni»), come in precedenza nella preghiera al Getsemani Gesù: «Abbà! Padre!» (Mc 14,36).

Dal medesimo salmo, citando letteralmente la sua versione greca, tratta dai Settanta, il quarto evangelista getta il suo sguardo alla veste «senza cuciture», e quindi «tessuta tutta in un pezzo dalla cima» per definirne il suo destino inatteso: questa tunica è assegnata al soldato che la riceverà in sorte. Allo stesso tempo sembra sottintendere la preghiera di Gesù sulla croce.

Torniamo però alla veste (“chitôn”). Infatti, per una ragione che non appare evidente ad un primo sguardo, questo indumento è esclusa dal bottino delle spoglie del condannato a morte che i suoi carnefici si autoassegnano: «presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato» (Gv 19,23). Viene in mente Giobbe: «Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!» (Gb 1,21).

L’evangelista mette in rilievo come la tunica, «senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo dalla cima» (Gv 19,23), dovrà rimanere una sola. L’unico modo è quello di lasciarla intatta: «non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca» (Gv 19,24).

Il verbo qui usato dall’evangelista è grandemente significativo. Per limitarci al solo Giovanni, lo si trova solo nel secondo episodio che vedremo più avanti.

Da questo verbo deriva un termine non meno eloquente, “schisma”, usato nel quarto Vangelo in tre circostanze.

Nella prima scena si legge che «nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva». Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato». All’udire queste parole, alcuni fra la gente dicevano: «Costui è davvero il profeta!». Altri dicevano: «Costui è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice la Scrittura: Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo?». E tra la gente nacque un dissenso (“schisma”) riguardo a lui. (Gv 7,37-43)

Nella seconda scena si legge che «alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso (“schisma”) tra loro» (Gv 9,16)pescatori

Infine, nella terza scena, leggiamo: «il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio». Sorse di nuovo dissenso (“schisma”) tra i Giudei per queste parole» (Gv 10,17-19).

La prima generazione cristiana ha reso questo linguaggio quello della divisione, o scissione – scisma appunto – all’interno della comunità dei credenti.

Qui si apre il riferimento al secondo momento, quello della pesca ottenuta dopo una notte insonne dei discepoli al tempo della manifestazione di Gesù risorto in Galilea: «Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete» (Gv 21,5-6).

E così accade in maniera del tutto inattesa. Dopo che Pietro ha raggiunto la riva, «gli altri discepoli vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri» (Gv 21,8). Così i discepoli «appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò» (Gv 21,11).

Ora, appare evidente, anche in contrasto con l’analogo episodio della pesca del vangelo di Luca, sempre dall’evidente tenore pasquale – che l’evangelista “trasporta” alla sezione dove racconta la chiamata dei primi discepoli: «presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano» (Lc 5,6). Ma il verbo usato non sembra avere la stessa intensità delle parole usate dal quarto vangelo.

Il vangelo di Giovanni registra dei fatti: sotto la croce, i soldati che assistono alla scena deliberatamente scelgono di non spezzare la tunica di Gesù; sulle rive del mare di Tiberiade (lago di Gennèsaret per Luca 5,1!) la voce del Signore che comanda la pesca dopo la notte senza pesci («gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete»: Gv 21,6) e senza obiezione alcuna vede i discepoli riprendere il mare, è altrettanto forte da non spezzare la rete.

Non sono le risorse dei discepoli ad essere decisive: non sono loro a creare l’unità, ma il loro Signore la cui veste rimane intatta anche dopo che gli è stata sottratta. Anche se sarà preda del soldato che la ottiene in sorte – ultima preda strappata alla vittima inerme – mette in primo piano la tunica come simbolo di qualcosa che nessuna forza umana potrà lacerare. Al pari della rete, che contiene l’universo delle creature, nessuna forza umana potrà dividere ciò che è stato creato come unito.

Il Signore che attende la gloria che gli viene dalla passione – il massimo dei paradossi –, e, innalzato sulla croce, attira tutti a sé (cf. Gv 12,32), una volta risorto diventa forza di unità che sconfigge tutte le lacerazioni e le divisioni, gli odî e le violenze, le guerre e le distruzioni.

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