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«Cristo vive, e vive per Dio»

Il Mantello della Giustizia – Luglio 2020

«Cristo vive e vive per Dio»

Rublev_Saint_Pauldi Stefano Tarocchi · Non è raro ascoltare qualcuno, che di tanto in tanto, chi di fronte alla ricchezza della parola di Dio della liturgia domenicale accetta con una certa difficoltà, ad esempio la lettura semi-continua di una delle lettere di san Paolo, tipica delle domeniche del tempo ordinario.

Nonostante la difficoltà di raccogliere un pensiero da un testo limato (senza pietà!) dai curatori dei lezionari, ha un ruolo particolare indubbiamente la lettera ai Romani, quasi il testamento di Paolo indirizzato ad una comunità che non ha fondato, per ottenere il mandato di annunciare il vangelo nell’estremo occidente conosciuto al tempo: la Spagna. Nessuno si sognava al tempo di pensare ad una terra piatta…

Ascoltiamo le stesse parole dell’apostolo: «non trovando più un campo d’azione in queste regioni [ossia tutto le terre dell’oriente] e avendo già da parecchi anni un vivo desiderio di venire da voi, spero di vedervi, di passaggio, quando andrò in Spagna, e di essere da voi aiutato a recarmi in quella regione, dopo avere goduto un poco della vostra presenza». E aggiunge: «partirò per la Spagna passando da voi (Rom 15,23-24.28).
Nel sesto capitolo della lettera l’apostolo affronta il tema del legame del credente con il Cristo attraverso il battesimo. Paolo può ben dire che coloro che sono stati battezzati in Cristo sono «immersi» nella sua morte – è il senso letterale del verbo greco –, e di conseguenza sono stati sepolti con il Cristo per poter ottenere la pienezza della vita nella risurrezione.

Ascoltiamo le sue parole: «non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo, dunque, siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova». Il battesimo, cioè, è qui richiamato non in quanto rito bensì in quanto efficace per rendere presente l’evento storico della morte di Cristo. È questa ad operare la salvezza.

E Paolo così prosegue: «se siamo stati intimamente uniti [lett. “della stessa natura”] a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione» (Rom 6,3-5).

L’apostolo mette in luce una profonda comunione con il Cristo, particolarmente sotto il profilo della risurrezione. Se infatti si parla di immersione nella morte, a maggior ragione Paolo parla di somiglianza nella risurrezione. Tutto questo prelude ad un nuovo essere del credente: «camminare in una vita nuova».Cristiani_2

La vita nuova del Cristo supera la stessa dimensione della morte: dice infatti Paolo:

«se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Infatti, egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio».

Ora, se Cristo è morto al peccato – vale a dire a danno del peccato, quello dell’intera umanità, così che Paolo altrove può dire altrove che Cristo fu fatto «peccato» (2 Cor 5,21: «colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio») –, morire al peccato vuol dire uscire dall’influsso di quest’ultimo. Di conseguenza, «anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù» (Rom 6,8-11). Infatti, «l’uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti, chi è morto, è liberato dal peccato» (Rom 6,6-7).

Questa dimensione di vita in pienezza illumina anche il cammino dell’intera umanità. Se, invece, tanti uomini e donne del nostro tempo non solo si lasciano vivere, ma addirittura, in un modo o in un altro, pretendono di decidere la sorte del loro prossimo qualunque ruolo rivestano, probabilmente vivono la loro vita senza avere cercato, e trovato, un senso.

Ma «Cristo vive e vive per Dio»: nelle fragilità e le povertà delle nostre relazioni con gli altri si è installato un germe di novità, che cancella ogni virus distruttivo. Così lo stesso Paolo scriverà: «nessuno di noi vive per sé stesso e nessuno muore per sé stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore» (Rom 14,7-8).

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Il Covid-19 e il «terzo sigillo» dell’Apocalisse

Il virus e il «terzo sigillo» dell’Apocalisse

Il Mantello della Giustizia, Giugno 2020

250px-St_Antonius_Babelsberg_Altarraum_mit_Apsismosaik_-_crop2di Stefano Tarocchi · Riflettendo sulle molte contraddizioni del tempo difficile che stiamo attraversando, mi sono tornati in mente alcuni passi del libro dell’Apocalisse di Giovanni, e, in particolare il “terzo sigillo”, che evoca alcuni tratti dell’attualità per darne una lettura ai credenti. Userò qui la traduzione palpitante del commento al libro di Giovanni del padre Ugo Vanni, mio antico maestro.

Ben “sette sigilli” tengono ermeticamente chiuso un “libro” (o “rotolo”), scritto «dentro e sul retro”, che si trova nella mano destra di Colui che nella visione di Giovanni è seduto sul trono: lo stesso Iddio (Ap 5,1): nel linguaggio dell’Apocalisse tutto questo indica il dominio totale divino sulle vicende umane.

L’immagine di questo “rotolo” (o “libro”) offre ai credenti un messaggio di grande speranza. Infatti, anche se la visione di Giovanni specifica che questo rotolo non può essere “aperto né guardato … né in cielo, né in terra, né sottoterra” da nessuno, ecco che entra in scena il «Leone della tribù di Giuda» per ricevere il rotolo dalla mano di Dio.

Questi nient’altri è che lo stesso Cristo, identificato significativamente nel simbolo di «un Agnello in piedi come ucciso» (5,6): l’immagine richiama la vittoria di Gesù sulla morte, dopo la passione. Questo Agnello «aveva sette corna e sette occhi: i sette Spiriti di Dio»: la forza invincibile del Cristo, che gli fa vincere tutto ciò che è negativo nella storia umana, e dona ad ogni uomo la pienezza dello Spirito.

I sette sigilli vengono aperti uno dopo l’altro dall’Agnello – l’unico degno di farlo, come canta la liturgia celeste descritta da Giovanni – fino al settimo, che nasconde un contenuto ulteriormente evocativo.

Va aggiunto che i primi quattro sigilli assegnano un ruolo determinante ai “quattro viventi”, creature angeliche particolarmente vicine a Dio, che stanno «in mezzo e attorno al trono … pieni d’occhi davanti e dietro. Il primo vivente era simile a un leone; il secondo vivente era simile a un vitello; il terzo vivente aveva l’aspetto come di uomo; il quarto vivente era simile a un’aquila che vola» (Ap 4,6-7).

L’affascinante simbologia dell’Apocalisse si arricchisce sempre più, finché arriviamo alla descrizione del terzo sigillo: «e quando [l’Agnello] aprì il sigillo, il terzo, udì il terzo vivente [“che aveva l’aspetto come di uomo”] che diceva: “Vieni”. E vidi ed ecco un cavallo nero e colui che stava seduto su di esso aveva una bilancia nella sua mano e udii come una voce in mezzo ai quattro viventi che diceva: “Una misura di grano per un denaro e tre misure d’orzo per un denaro ma non danneggiare l’olio e il vino”» (Ap 6,5-6).

Il colore nero esprime la totale negatività delle vicende umane. E capiremo a breve perché.

Una misura di grano, per avere un’idea, corrisponde esattamente a poco più di un litro: un po’ bizzarro per noi mai è così. Un denaro, costituito da un pezzo d’argento, era il salario di una giornata di lavoro (Mt 20,2). Il normale rapporto tra denaro e misura di grano – ossia il prezzo corrente del grano –, era di un denaro per 12 misure di grano (corrispondenti a circa 13 litri). Il rapporto tra denaro e misura di orzo era, invece, di un denaro per 24 misure di orzo (corrispondenti a circa 26 litri).

Nel terzo sigillo si descrive un totale rovesciamento, nel segno della negatività più drammatica, come può accadere nei tanti passaggi della storia degli uomini: si giunge addirittura ad un denaro per una misura di grano, e a un denaro per tre misure di orzo. Ora, il grano, e soprattutto l’orzo, erano prodotti di prima necessità, come ci dicono i testi evangelici: ecco i cinque pani d’orzo del racconto della moltiplicazione dei pani (Gv 6,9.13). La bilancia su cui si stabiliscono quanto grano e quanto orzo si possono acquistare con un denaro diventa così elemento capace di generare una forte ingiustizia sociale, con un impatto dirompente nella vita quotidiana purtroppo non troppo raro. Il risultato è la fame dei poveri, segno di una odiosa iniquità.

Per di più, al tempo stesso, quelli che al tempo erano considerati beni di lusso (l’olio il vino) non vengono “infettati” dalla stessa ingiustizia – è il significato letterale del verbo greco usato –, rispetto ai beni di prima necessità, più accessibili a chi ha poche risorse. Questo significa i potenti, come tante volte nel percorso della storia, passati e presenti, non hanno di che preoccuparsi. Così il “terzo sigillo” prefigura una convivenza umana in cui la pace sociale viene gravemente turbata, segno di tempi difficili, e molto difficili.

E qui spunta il virus e tutte le contraddizioni che questa peste mette in luce: se nella storia dell’umanità ci sono situazioni ingovernabili e senza apparente via d’uscita, possiamo amaramente constatare che ci sarà sempre un paracadute per chi può permettersi non solo di salvarsi comunque ma anche di arricchirsi sulle disgrazie altrui.

Pensiamo, per rimanere alla stretta attualità, ai prezzi di prodotti medicali, dai farmaci ai disinfettanti, dalle mascherine ai futuri vaccini, su cui speculano e scommettono multinazionali e governi. Ma anche, oltre ai perversi effetti delle leggi della domanda e dell’offerta, e l’atteggiamento dei paesi di un “certo nord” dell’Unione Europea, con tutte le loro incoerenze, e, ancora le grettezze di quanti usano il potere per sé stessi e i loro simili, ritenendosi esenti dalle regole che impongono agli altri.

Appare sotto un volto tragicamente nuovo l’intricata maglia delle vicende umane e dei loro protagonisti, in piena luce o nell’ombra. Lo ricordò molto bene il cardinale Elia Dalla Costa, arcivescovo di Firenze, che si narra così commentasse, profeticamente, la visita fiorentina nel 1937 di Hitler: «ho visto un malvagio trionfante, gagliardo come cedro verdeggiante; sono ripassato ed ecco non c’era più, l’ho cercato e non si è più trovato» (Sal 37,35-36). Come il libro della Rivelazione, l’Apocalisse di Giovanni, il vescovo Elia Dalla Costa, aveva messo in luce le fragilità di un potere che si basava sulla sopraffazione, la grettezza e la meschinità, mascherate sotto l’apparenza del raziocinio, l’egoismo nascosto sotto un’ipocrita “frugalità”.

Ebbene, quando nelle vicende umane si trovano situazioni che invocano l’intervento divino, questo è già in atto, e i credenti e tutti gli uomini di buona volontà non dovrebbero mai dimenticarlo.images (2)

Il libro dell’Apocalisse ce lo rivela appieno già con il primo dei sette sigilli: «e vidi, quando aprì l’Agnello il primo dei sette sigilli, e udii il primo dei quattro viventi che diceva – come una voce di tuono: – “Vieni!”. E vidi ed ecco un cavallo bianco e colui che era seduto su di esso aveva un arco e gli fu data una corona ed egli uscì vittorioso per riportare vittoria» (Ap 6,1-2).

Lo stesso colore bianco della risurrezione, un simbolo del tutto nuovo coniato nell’Apocalisse, si trova ancora nella successiva immagine del cavaliere dei capitoli finali del libro: «e vidi il cielo aperto: ed ecco un cavallo bianco e colui che vi siede sopra è chiamato Fedele e Veritiero e giudica e combatte nella giustizia. Gli occhi di lui (sono) fiamma di fuoco e sulla testa molti diademi, (lui) che ha un nome scritto, che nessuno sa se non lui. Ed è avvolto di un vestito immerso nel sangue e il suo nome è stato e rimane chiamato: la Parola di Dio. E gli eserciti del cielo lo seguivano su cavalli bianchi vestiti ciascuno di lino bianco puro. E dalla bocca di lui esce una spada acuta perché colpisca con essa le genti ed egli li pascerà con verga di ferro ed egli calca il tino del vino dell’ardore dell’ira di Dio l’Onnipotente. E ha sul manto, sul femore, un nome scritto: “Re dei re” e “Signore dei signori”» (Ap 19,11-16).

E proprio “Re dei re” e “Signore dei signori” è scritto sul balcone del Palazzo della Signoria a Firenze.

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La Pasqua ai tempi del virus (II)

Il Mantello della Giustizia – Maggio 2020

Ancora sulla Pasqua ai tempi del virus

417p-K9DM-Ldi Stefano Tarocchi · Uno dei pochi elementi positivi che ci sono concessi da questi tempi surreali, ossia la lettura, e soprattutto di un testo recente e denso di Romano Penna (Amore sconfinato. Il Nuovo Testamento sul suo sfondo greco ed ebraico libro, San Paolo 2019) –  in particolare di una sezione dedicata alla lettera ai Romani –, ci permette di tornare sul tema della Pasqua.

Scrive l’apostolo nel cap. 5: «quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita» (Rom 5,6-10).

Ci sono due frasi in parallelo in questa sezione della lettera ai Romani, entrambe con il verbo «morì» al termine (in questo modo esso è reso l’elemento centrale del ragionamento): Cristo «morì per gli empi», «morì per noi». Paolo parla addirittura del «tempo stabilito», quasi alludendo alla «pienezza dei tempi dei tempi» di cui parla altrove, a proposito della nascita di Gesù (Gal 4,4).

Di fatto l’apostolo muove dall’affermazione che nel momento in cui eravamo ancora “deboli”, ossia incapaci di poter fare da soli a salvarci, avvolti nella nostra incapacità – elemento questo di grande attualità! – , Gesù Cristo è morto per noi. Ma il punto fondamentale consiste nel fatto che Egli è morto per gli empi e per i peccatori, proprio nel momento in cui la condizione umana veniva a trovarsi senza rimedio alcuno: «Egli morì per noi … nel tempo in cui eravamo ancora peccatori, ossia quando non c’era in noi nulla che fosse degno di amore, neppure un atto di pentimento» (R. Penna).

Rifacendosi anche alla tradizione classica, san Paolo parla anche della capacità che, anche se raramente, può verificarsi: ossia che ci può essere qualcuno disposto a morire per un uomo giusto, oppure una persona buona; ma lui paradossalmente è morto per noi mentre eravamo nel peccato e senza nessun merito da produrre.prof-romano-penna-paoline-via-del-mascherino-94-roma

Già in precedenza l’apostolo aveva affermato che la morte di Gesù aveva preso il posto dello strumento usato nel giorno dell’espiazione: il “propiziatorio”, ossia il coperchio dell’arca dell’alleanza, asperso con il sangue una volta all’anno dal sommo sacerdote (Rom 3,25). Un particolare degno di nota: dopo che l’arca andò perduta al tempo della caduta di Gerusalemme (587 a.C.) il sommo sacerdote, di fatto, aspergeva il pavimento. Quindi siamo stati riconciliati con Dio quando eravamo suoi nemici, totalmente immeritevoli della sua misericordia.

In questo modo «l’apostolo mette in luce il carattere scandaloso di quella morte e della sua intenzionalità, in quanto essa non ha richiesto alcuna predisposizione morale in coloro per i quali è avvenuta. L’amore di Dio è generoso e libero: esso cade su una situazione negativa senza chiedere nulla come condizione previa» (Penna).

Tutto questo richiama la confessione di fede della prima Lettera ai Corinzi: «Cristo morì per i nostri peccati» (1 Cor 15,3): ossia non a causa dei nostri peccati, ma per cancellare i nostri peccati.

Del resto, Paolo aveva esordito così nella stessa sezione: «giustificati [lett. “resi giusti”] dunque per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rom 5,1-5).

E questo ancora una volta ci conduce alla fede, quella di Abramo nella fattispecie: «ecco perché gli fu accreditato [= ad Abramo] come giustizia. E non soltanto per lui è stato scritto che gli fu accreditato, ma anche per noi, ai quali deve essere accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione».

Dunque, nel richiamo alla morte scandalosa di Cristo, sta anche la premessa straordinariamente adatta a leggere i segni di questi tempi: «ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rom 5,3-5).

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La Pasqua ai tempi del virus (I)

Il Mantello della Giustizia – Aprile 2020

Pasqua di Risurrezione 2020

GDN_HEALTH_68773543di Stefano Tarocchi · La cifra interpretativa sulla Pasqua che ci apprestiamo a vivere in questo clima surreale dell’anno 2020, segnato dalla diffusione della pandemia, ci viene spontaneo leggerla nella preghiera che venerdì 27 marzo Papa Francesco ha guidato, prima all’esterno sulla piazza San Pietro deserta, davanti solo all’immagine della Madre di Dio, la Salus populi romani, e al Crocifisso di S. Marcello al Corso, intrisi di pioggia, quando ha pronunciato le sue parole di esortazione e di supplica commentando la pagina della tempesta placata del vangelo secondo Marco (4,35-41). E poi quando ha guidato l’adorazione eucaristica con le invocazioni: «liberaci o Signore: dall’orgoglio e dalla presunzione di poter fare a meno di te, dagli inganni della paura e dell’angoscia, dall’incredulità e dalla disperazione, dalla durezza di cuore e dall’incapacità di amare». E quindi «salvaci o Signore: da tutti i mali che affliggono l’umanità, dalla fame, dalla carestia e dall’egoismo, dalle malattie, dalle epidemie e dalla paura del fratello, dalla follia devastatrice, dagli interessi spietati e dalla violenza, dagli inganni, dalla cattiva informazione e dalla manipolazione delle coscienze».

A coloro che di ogni parte hanno fatto sentire le loro vuote lagnanze sulle chiese dove non si celebra l’Eucaristia e sul popolo di Dio confinato in un prolungato digiuno del Pane della vita, è stata impartita una lezione senza pari. Quell’uomo, il vescovo di Roma, che ha mostrato al mondo tutta la sua debolezza di anziano, ha rivolto al Signore la sua preghiera di intercessione e di liberazione da questo e dai tanti mali che affliggono l’umanità: «come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti», così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme»: così ha parlato papa Francesco.

In fondo tutto questo ha come un’eco straordinaria nella parola di Dio – la seconda lettura assegnata alla Liturgia del Venerdì Santo –, con il versetto che la incornicia: «su questo argomento abbiamo molte cose da dire, difficili da spiegare perché siete diventati lenti a capire [lett.: “all’ascolto”]» (Eb 5,11). Potremmo rileggere questo passo ancora con le parole del papa in piazza S. Pietro: «abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato».

Tuttavia, il percorso del tratto della lettera agli Ebrei inizia da più lontano: «poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede.  Infatti, non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato.  Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno» (Eb 4,14-16).

Qui la celebre omelia agli Ebrei – conosciuta come  epistola, e, in verità, accostata a lungo impropriamente all’apostolo Paolo –, definisce il ruolo di Colui, che diventa sommo sacerdote non per nascita, né per propria scelta: «Cristo non attribuì a sé stesso la gloria di sommo sacerdote, ma colui che gli disse: Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato, gliela conferì come è detto in un altro passo: Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchisedek» (Eb 5,5-6).

L’apostolo Paolo lo aveva ripetuto a suo modo in quella confessione cristologica che apre la lettera ai Romani, a proposito del «vangelo  di Dio – che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore (Rom 1,1-4).

Ma prima di giungere alla potenza della Risurrezione, con cui Gesù nella lettera agli Ebrei è stato costituito mediatore di salvezza (sommo sacerdote appunto, secondo l’ordine inedito di Melchisedek), ovvero «Figlio di Dio con potenza» secondo la lettera ai Romani, sempre mantenendo il suo ruolo, in quanto – di nuovo la lettera agli Ebrei – «messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato».

Ma è nel capitolo successivo dell’epistola agli Ebrei che viene riassunta la parabola umana del Figlio di Dio nei suoi momenti più alti: «nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito».

Il Cristo, che come ricordano i Vangeli della passione, ha accettato il disegno divino: «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà» (Mt 26,42). E come dice ancora la lettera agli Ebrei: «pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek» (Eb 5,7-10).

La perfezione sacerdotale di Gesù, ottenuta dalla sua passione, opera la consacrazione sacerdotale dell’intero popolo di Dio: «con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati» (Eb 10,14).download (2)

E qui concludiamo ancora con le parole commoventi e forti di papa Francesco nella solitudine abitata dal mondo intero di piazza S. Pietro: «Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate … Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21) … Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza. «Perché avete paura? Non avete ancora fede? … Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta… Noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cf. 1 Pt 5,7)».

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