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La parabola del grano e della zizzania

Il regno dei cieli e il buon seme

Il Mantello della Giustizia, Agosto 2020

unnameddi Stefano Tarocchi · La parabola della zizzania (Mt 13,24-30), che recentemente la liturgia ci ha posto davanti agli occhi, è sicuramente una delle pagine più intriganti del Vangelo secondo Matteo. Accanto alla parabola della rete gettata nel mare che raccoglie ogni genere di pesci (Mt 13,47-50), che chiude il lungo discorso di Gesù (ben sette parabole), la parabola della zizzania fornisce una delle chiavi di interpretazione più lucide del vivere dei credenti nell’esistenza concreta.

Essa segue immediatamente quella forse più nota del seme che il seminatore getta nel terreno, apparentemente senza nessun criterio, ma che mette in luce la potenza della parola che nella terra buona porta un frutto straordinario (Mt 13,3-9). “Zizzania” (letteralmente al plurale) è il nome che designa collettivamente le piante nocive che spesso accompagnano la crescita del grano. La si è identificata nel loglio: i semi della pianta, molto simili a quelli del grano, se ingeriti provocano fenomeni di un vero e proprio avvelenamento. Da qui il nome: Lolium temulentum loglio ubriacante.

Nel racconto di Matteo, quando la zizzania si rivela come infestante, i servi del padrone del campo chiedono la ragione di questa presenza importuna e inattesa: lo stesso padrone della casa, che seminato il grano, chiama in causa il suo “nemico”. Lo sa bene chi ha ascoltato la parabola – o chi la trova oggi nel Vangelo: «venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò» (Mt 13,25).

I servi vorrebbero subito estirpare la pianta maligna per non mettere a repentaglio la crescita del grano, ma il padrone del campo lo impedisce perché non venga estirpato anche il seme buono. Infatti, la zizzania nella sua rapida crescita, fuori e dentro il terreno, si è intrecciata inestricabilmente alle radici delle piante del grano; e questo impedisce una separazione delle piante senza creare danni.

Bisogna quindi attendere fino alla mietitura, ossia alla maturazione piena del frutto: solo a quel punto ci può essere una netta separazione fra grano e zizzania. Questa viene gettata nel fuoco, il grano, invece, sarà riposto nel granaio. La coesistenza fra bene e male diventa estremamente chiara nella spiegazione allegorica che segue il racconto della parabola (Mt 13,36-43), da cui traspare la prima interpretazione della parabola, legata alla comunità dell’evangelista della città di Antiochia.download (1)

Come in ogni allegoria, e a differenza della parabola, ciascun elemento ha il suo significato specifico: il Figlio dell’uomo è colui che semina, il campo è il mondo, il buon seme sono i figli del regno, la zizzania sono i figli del maligno e il nemico è il diavolo stesso.

Attraverso questa lettura si avverte un un’incursione nel momento dei tempi ultimi – lett. «alla fine del tempo» –, quando Dio giudicherà il mondo e si produrrà una duplice sorte per gli uomini. Prima ancora che, in un’altra celebre parabola, si descriva il giudizio finale (Mt 25,31-46), l’evangelista sembra dirci che il bene coesiste accanto al male. Questo paradosso è sotto i nostri occhi: mentre tutte le vicende umane sono nelle mani del Signore, in esse il bene coesiste inestricabilmente con il male, fino a che Dio non decide di chiedere il conto all’umanità.

Così ci dice anche la pagina successiva, sempre in riferimento al regno dei cieli: la parabola della rete che “raccoglie” – il verbo usato è significativo – ogni genere di pesce (Mt 13,47-50): anche qui la cernita viene fatta al momento del raccolto, quando la rete è tirata a riva. Allora i pesci buoni finiscono nei canestri e quelli che non sono buoni a nulla vengono gettati via.

Si potrebbe addirittura interpretare che il tempo dell’attesa tra la semina e il raccolto (o la pesca e il suo risultato) è il tempo in cui l’elemento negativo avrebbe modo di passare all’altro campo. Sappiamo che in natura questo non è possibile, ma nella mente di Dio ogni uomo può cambiare vita, e anche che il Signore lascia un congruo tempo per poterlo fare. Il Dio magnanimo, che tante volte traspare nelle Scritture, attende senza punire nessuno che ogni creatura umana percorra la strada verso la conversione.

Tuttavia non c’è un regno parallelo del bene accanto al regno del male, e il «nemico», il diavolo, non è una sorta di divinità al negativo che si contrappone al Dio di Gesù Cristo. Questo anche se c’è un male sotterraneo – e dunque nascosto –, che opera in maniera ancora più subdola. Per capirne gli effetti basta vedere gli attacchi che su ogni fronte vengono rivolti all’attuale vescovo di Roma, e non a lui soltanto.

Il regno dei cieli che viene richiamato in queste parabole è già in mezzo a noi, e tuttavia dobbiamo sempre invocare il Padre: «venga il tuo regno». Non a caso dopo questa parabola ne vengono raccontate due, molto più brevi ma non meno rivelative: quella del tesoro nascosto nel campo (Mt 13,44) e della perla preziosa (Mt 13,45-46). Colui che trova questi tesori, rispettivamente inattesi oppure ricercati a lungo, farà ogni sforzo, e metterà in gioco tutte le proprie energie per poterli ottenere.

Perciò, tutte queste parabole contengono un insegnamento che va ricavato con la propria personale osservazione, come – sono ancora parole del Vangelo, forse un’auto-descrizione dello stesso evangelista – fa lo «scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli» che «estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).

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Studiare la Bibbia dopo la II guerra mondiale: da Firenze a Breslavia

L’insegnamento della Bibbia in Italia e in Polonia nel dopoguerra: Firenze e Breslavia

Il Mantello della Giustizia, Ottobre 2020 

 

download (7)di Stefano Tarocchi · Sta per essere pubblicato un saggio dal titolo La Bibbia su entrambi i lati della Cortina di ferro. L’autore, il biblista Sławomir Stasiak della Pontificia facoltà teologica di Breslavia (Wrocław),  affascinante città situata nella regione della Slesia, aggiunge un sottotitolo eloquente: Studio storico dell’insegnamento delle materie bibliche sull’esempio della facoltà teologica dell’Italia centrale a Firenze e della Pontificia facoltà teologica a Breslavia

Il lavoro è frutto di una ricerca accurata, compiuta in Italia e in Polonia: due realtà estremamente diverse ma con molti punti di contatto. Nella prima parte dello studio, in virtù delle relazioni intercorse fra le due istituzioni, viene presa in esame la Facoltà Teologica dell’Italia centrale, allora Studio Teologico Fiorentino. Tutto questo a partire da quei cenni storici che l’autore con molta saggezza ha voluto riprendere facendo riferimento alla storia plurisecolare dell’istituzione fiorentina che inizia nel 1348: lo «Studium generale florentinum, ossia l’Università degli studi, che in perpetuo all’istituzione la facoltà di addottorare in sacra pagina, in utroque iure e in medicina».  

Il professor Stasiak ha dettagliatamente studiato il ‘900, per ricostruire l’ambiente in cui è stata eretta l’attuale Facoltà Teologica dell’Italia Centrale a partire prevalentemente dal secondo dopoguerra. Di fatto come sappiamo c’è una continuità ininterrotta del 1348 al 1932, quando al tempo dell’arcivescovo del tempo, il cardinale Elia Dalla Costa venne “sospesa” l’Università dei teologi.  

Sławomir Stasiak ha trasferito all’interno del suo studio una disamina sulla mole di dati che interseca anche la storia del Seminario maggiore arcivescovile, e che tenta di ricostruire la ratio studiorum quando a partire dal 1976, l’allora Studio teologico Fiorentino Riprende il cammino verso l’attuale facoltà teologica dell’Italia centrale. 

Uno sguardo approfondito è dato alla biblioteca, che fu intitolata al cardinale Silvano Piovanelli di felice memoria, e al suo patrimonio librario, vero ambito qualificante di una istituzione accademica, insieme naturalmente all’attività editoriale. 

L’attenzione principale di questa sezione del saggio è dedicata alla disanima della struttura degli studi biblici, e naturalmente dei loro docenti in Firenze: soprattutto da Bartoletti, a Vannucci, a Mannucci, a Marconcini, a Randellini: nel loro ambito, insieme ai docenti di altre discipline, si vanno a configurare le fondamenta della attuale Facoltà Teologica dell’Italia centrale.  

Questo saggio ricostruisce significativamente anche il modo in cui gli alunni dell’allora Seminario minore fiorentino studiavano al tempo la storia di Israele: una vera e propria completa formazione pre-teologica che doveva servire a completare la loro formazione precedente, che occupa diverse pagine nella stesura di questo testo. Significativo è che questo insegnamento veniva somministrato agli studenti della prima e della seconda media fornendo un quadro direi notevolmente completo e quella che un tempo era chiamata la “Storia sacra”, ma si trova anche la lista, fino al 2018, di tutti i dottorati in sacra teologia in ambito biblico espressi dalla FTIC.  Firenze-inaugurata-la-nuova-sede-della-Facolta-Teologica-dell-Italia-Centrale_articleimage

naturalmente questa lista di dati completata da una bibliografia molto ricca sarà utile per un ulteriore approfondimento naturalmente tenendo conto che perseguire l’autore al di qua della Cortina di ferro il percorso era necessariamente molto diverso. 

Molto più ampia inevitabilmente la trattazione sulla Pontificia facoltà teologica di Breslavia (PWT), la cui storia inizia nel 1565, con il seminario teologico che, secondo il decreto del Concilio di Trento preparava i candidati al sacerdozio. Nel 1702 l’imperatore austriaco Leopoldo I istituisce l’Academia e Universitas Leopoldina, sotto l’autorità della compagnia di Gesù, con le due facoltà di teologia e di filosofia. Nel 1811 viene trasferita a Breslavia l’università di Francoforte sull’Oder: quattro facoltà (teologia evangelica, legge, medicina e filosofia). Questa nuova università comprende le facoltà già esistenti nella Accademia leopoldina.  

Nel periodo successivo al secondo conflitto mondiale, dopo che l’università di Breslavia aveva iniziato la sua attività già nel novembre di due anni prima, nel 1947 viene inaugurato il primo anno accademico al seminario arcivescovile di Breslavia. Siamo al tempo in cui il regime comunista intensifica la sua lotta alla Chiesa Cattolica e alle sue istituzioni.  

Questo vanifica il tentativo di ripristinare la Facoltà di teologia, manifestata in una lettera del ministero dell’istruzione del 1948 in cui si ritiene non necessaria una facoltà di teologia a Breslavia, data l’esistenza di altri centri accademici, come Cracovia, Varsavia e Lublino. 

Arriviamo così al 1968 quando la Congregazione per l’educazione cattolica (CEC) riconosce lo Studio Teologico Accademico come una continuazione della facoltà di teologia cattolica esistente in Breslavia, e anche l’uso del titolo facoltà teologica di Breslavia.  

In seguito agli accorti tra il governo polacco e la conferenza episcopale del 1989, e soprattutto del 1996, arriviamo all’anno 1999, quando il nome della facoltà teologica assume la denominazione di Pontificia facoltà teologica di Breslavia. Infine, nel 2001 la medesima PWT di Breslavia riceve lo status di università. 

Questo prezioso lavoro descrive accuratamente l’ordinamento dell’insegnamento della facoltà medesima e tutti i passaggi a livello accademico complesso la lista dei docenti distinti per l’appartenenza geografica, fra “locali”, ossia di Breslavia, e “pendolari”, ossia delle sedi ad essa afferenti, che ha portato al decreto della CEC del 1968.  

Dopo aver accennato all’attività editoriale, e alla preziosa biblioteca di Breslavia – che ha recentemente costruito ex novo una splendida nuova sede – lo studio del prof. Stasiak delinea la struttura degli studi biblici in tutto il suo complesso evolversi nei vari decenni.  

Segue poi la lista dei docenti della sacra scrittura a Breslavia, compreso lo stesso Stasiak, Ma si aggiungono anche i docenti degl’istituti collegati dei Salvatoriani, delle vicine diocesi di Świdnica e di Legnica. 

Sono particolarmente interessanti i programmi delle singole materie insegnate a Breslavia negli anni successivi alla guerra dal 1948 in avanti.

Nella conclusione, l’autore fa riferimento al fatto che soltanto durante gli anni ‘60 i docenti di Sacra Scrittura di Breslavia iniziarono a tornare nella loro città dopo gli studi compiuti a Lublino o a Varsavia, ma anche a Roma al Pontificio Istituto Biblico e alla Pontificia Università Gregoriana.  

Ci fu evidentemente un salto qualitativo enorme che la medesima facoltà ha compiuto nell’attraversare l’arco temporale che arriva ai giorni nostri. Non può essere dimenticato un punto nodale: gli esiti della Seconda guerra mondiale, con il regime comunista totalmente incluso nell’orbita dell’allora URSS. 

Si tratta di un quadro che in larga parte è peculiare della Polonia, ma ugualmente significativo, in quanto il nucleo forte della fede cattolica della nazione ha saputo mantenere un livello estremamente elevato degli studi. Questo permette oggi al Rettore della Pontificia facoltà teologica di Breslavia di potersi esprimere accademicamente, e non solo, da pari a pari con i rettori delle altre università della sua città.

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«La Chiesa di Abele». Un libro sulla Chiesa dei nostri tempi

In margine al volume «Ridotti allo stato ecclesiale. La Chiesa di Abele»

Il Mantello della Giustizia, Settembre 2020

9788892208230_0_0_626_75di Stefano Tarocchi · Fratel Michael-Davide Semeraro, monaco benedettino – che nel 2018 ha pubblicato un libro divenuto famoso: «Preti senza battesimo? » – scrive adesso un breve saggio dal titolo non meno intrigante: Ridotti allo stato ecclesiale. La Chiesa di Abele, San Paolo, Cinisello Balsamo 2019.

Lo spunto del titolo ha due origini: è anzitutto fornito dalla lunga citazione di André Neher  (1914 – 1988), uno dei più grandi esegeti di lingua francese dell’Antico Testamento del secolo scorso: «quando la Bibbia dice Abele… il testo [ebraico] può designare al contempo la nozione di vapore e l’uomo che, nel racconto biblico incarna questa nozione. Abele [hébel] è nato fratello. È nato accanto a un altro e prima di lui c’è qualcosa che egli non fu mai. Non solo è il frutto delle viscere dei suoi genitori ma è anche posto accanto a Caino e, in realtà, egli muore di ciò che fiancheggia, visto che sarà ucciso da Caino … Nulla è maggiormente causa dello svanire dell’alito che la stessa fonte da cui esso emana, il lembo di spazio su cui si posa. Abele è sempre rimasto identico a sé stesso, come il vapore non smette mai di essere vapore nonostante tutte le modulazioni di forma e la molteplicità delle sue spirali. [A differenza di Caino, ] Abele non ha ricevuto un nome, non era necessario che un nome identificasse il suo essere: era [soffio] sin dalla sua nascita» (p. 56).

Se già sant’Agostino già parlava di “Chiesa a partire da Abele” («ha le sue primizie nel santo Abele»), il primo giusto, evidenziare una “Chiesa di Abele” significa indicare una Chiesa accogliente per tutti. Anche se è vero – affermano due sociologi dell’Università Cattolica, Chiara Giaccardi e Mauro Magatti –, che «nella storia millenaria della chiesa, l’esercizio dell’autorità molte … si è trasformato in esercizio di potere cioè di controllo e prevaricazione sulla realtà e su gli altri anche strumentalizzando l’idea preziosa di obbedienza». Perciò «la stabilità della tradizione e dell’autorità devono trovare un punto di equilibrio con la speculare esigenza di novità che sprigiona dalla vita umana». Questo, secondo Giaccardi e Magatti – contrariamente al luogo comune di segno opposto –, permette di evidenziare la sostanziale continuità tra Ratzinger e Bergoglio: il primo «ha posto con grande lucidità la questione del restringimento della ragione … «Il pontefice argentino invece insiste nel far presente a noi europei che non si allarga la ragione attraverso la ragione. Ma solo tornando a sporcarsi le mani con l’uomo in carne e ossa».Michaeldavide-semeraro-755x491

Dal canto suo – afferma fratel Michael-Davide, che così chiarifica la prima parte del titolo del libro –: «il problema, per un chierico che chiede o a cui viene imposto di lasciare il ministero, non è quello di essere ridotto allo stato laicale, ma di doversi misurare con le ragioni per cui è stato dimesso dallo stato clericale. Il fatto di ritrovarsi come un battezzato laico può, infatti, rivelarsi la grande occasione per coltivare e far crescere la realtà discepolare che, in realtà, è la cosa più importante per ogni battezzato. Il senso della scelta del titolo di questo libro vuole approfittare l’assonanza con la frase ricorrente “ridotto allo stato laicale” per andare al cuore di ciò che stiamo vivendo come chiesa: un cammino sofferto e appassionato sotto la guida autorevole del magistero ordinario oggettivo del vescovo di Roma, Papa Francesco» (p. 11).

La tesi di Fratel Michael-Davide si salda su eventi che coincidono con scelte evidenti del Papa attuale. Ad esempio, quando ad Abu Dhabi venne firmato nel febbraio 2019 il Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza umana dal papa Francesco insieme al grande Imam di Al-Azhar – che fratel Michael-Davide legge in parallelo all’incontro tra san Francesco d’Assisi e il Sultano di Egitto Malik al Kamil –, quasi contemporaneamente viene pubblicato un manifesto a cura di uno dei quattro cardinali firmatari – due sono già defunti, un terzo ha espresso pubblicamente teorie deliranti sulla causa del Covid-19 – che attaccarono il magistero di papa Francesco espresso nell’Amoris Laetitia, subito dopo i ben due sinodi consecutivi sulla famiglia.

Peraltro, non va dimenticato anche Laudato sì, duramente contestata al di là dell’oceano, e che secondo alcuni ha segnato sul tema specifico affrontato – “La Cura della Casa Comune”   – l’inizio degli attacchi più duri contro il papa Francesco da parte di ambienti ultraconservatori americani, che trovano un’eco impressionante anche in Italia, magari in nome di una fedeltà irreale alla tradizione.

Proprio la Laudato sì, pubblicata nel 2015, citando san Vincenzo di Lerino, scrittore ecclesiastico della Gallia meridionale nel V secolo, affermava testualmente: «il dogma della religione cristiana è bene segua questa legge del progresso: si consolidi con gli anni, si approfondisca con il tempo, migliori con l’età» (Commonitorium primum, 23).

Dietro agli attacchi, sottili o pesanti, contro il Papa Francesco condotti da più fronti, esterni o interni alla Chiesa cattolica, a mio modesto avviso, c’è di fatto un attacco sciagurato al Concilio Vaticano II, e quindi oltre che al papa Francesco, al magistero limpido di papa Paolo VI, che pose la firma (Ego Paulus Catholicae Ecclesiae Episcopus) in calce a tutti i testi conciliari. Tutto questo ha permesso di parlare di una «campagna di odio – come è stata definita – incredibilmente efficace e letale, che ha trasformato il pastore in un lupo agli occhi del gregge e che sta dividendo lo stesso clero in due fronti contrapposti». È un percorso che necessita di un ulteriore approfondimento nel solco delle lucide intuizioni di fratel Michael-Davide.

Sono comunque ben note le parole di papa Giovanni XXIII (1881-1963): «non è il Vangelo che cambia: siamo noi che incominciamo a comprenderlo meglio. (…) È giunto il momento di riconoscere i segni dei tempi, di coglierne l’opportunità e di guardare lontano» (pag. 31).

Del resto, lo stesso papa Giovanni ebbe a dire nel discorso di apertura del Concilio: «A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo. Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa» (11 ottobre 1962).

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Il Covid-19 e il «terzo sigillo» dell’Apocalisse

Il virus e il «terzo sigillo» dell’Apocalisse

Il Mantello della Giustizia, Giugno 2020

250px-St_Antonius_Babelsberg_Altarraum_mit_Apsismosaik_-_crop2di Stefano Tarocchi · Riflettendo sulle molte contraddizioni del tempo difficile che stiamo attraversando, mi sono tornati in mente alcuni passi del libro dell’Apocalisse di Giovanni, e, in particolare il “terzo sigillo”, che evoca alcuni tratti dell’attualità per darne una lettura ai credenti. Userò qui la traduzione palpitante del commento al libro di Giovanni del padre Ugo Vanni, mio antico maestro.

Ben “sette sigilli” tengono ermeticamente chiuso un “libro” (o “rotolo”), scritto «dentro e sul retro”, che si trova nella mano destra di Colui che nella visione di Giovanni è seduto sul trono: lo stesso Iddio (Ap 5,1): nel linguaggio dell’Apocalisse tutto questo indica il dominio totale divino sulle vicende umane.

L’immagine di questo “rotolo” (o “libro”) offre ai credenti un messaggio di grande speranza. Infatti, anche se la visione di Giovanni specifica che questo rotolo non può essere “aperto né guardato … né in cielo, né in terra, né sottoterra” da nessuno, ecco che entra in scena il «Leone della tribù di Giuda» per ricevere il rotolo dalla mano di Dio.

Questi nient’altri è che lo stesso Cristo, identificato significativamente nel simbolo di «un Agnello in piedi come ucciso» (5,6): l’immagine richiama la vittoria di Gesù sulla morte, dopo la passione. Questo Agnello «aveva sette corna e sette occhi: i sette Spiriti di Dio»: la forza invincibile del Cristo, che gli fa vincere tutto ciò che è negativo nella storia umana, e dona ad ogni uomo la pienezza dello Spirito.

I sette sigilli vengono aperti uno dopo l’altro dall’Agnello – l’unico degno di farlo, come canta la liturgia celeste descritta da Giovanni – fino al settimo, che nasconde un contenuto ulteriormente evocativo.

Va aggiunto che i primi quattro sigilli assegnano un ruolo determinante ai “quattro viventi”, creature angeliche particolarmente vicine a Dio, che stanno «in mezzo e attorno al trono … pieni d’occhi davanti e dietro. Il primo vivente era simile a un leone; il secondo vivente era simile a un vitello; il terzo vivente aveva l’aspetto come di uomo; il quarto vivente era simile a un’aquila che vola» (Ap 4,6-7).

L’affascinante simbologia dell’Apocalisse si arricchisce sempre più, finché arriviamo alla descrizione del terzo sigillo: «e quando [l’Agnello] aprì il sigillo, il terzo, udì il terzo vivente [“che aveva l’aspetto come di uomo”] che diceva: “Vieni”. E vidi ed ecco un cavallo nero e colui che stava seduto su di esso aveva una bilancia nella sua mano e udii come una voce in mezzo ai quattro viventi che diceva: “Una misura di grano per un denaro e tre misure d’orzo per un denaro ma non danneggiare l’olio e il vino”» (Ap 6,5-6).

Il colore nero esprime la totale negatività delle vicende umane. E capiremo a breve perché.

Una misura di grano, per avere un’idea, corrisponde esattamente a poco più di un litro: un po’ bizzarro per noi mai è così. Un denaro, costituito da un pezzo d’argento, era il salario di una giornata di lavoro (Mt 20,2). Il normale rapporto tra denaro e misura di grano – ossia il prezzo corrente del grano –, era di un denaro per 12 misure di grano (corrispondenti a circa 13 litri). Il rapporto tra denaro e misura di orzo era, invece, di un denaro per 24 misure di orzo (corrispondenti a circa 26 litri).

Nel terzo sigillo si descrive un totale rovesciamento, nel segno della negatività più drammatica, come può accadere nei tanti passaggi della storia degli uomini: si giunge addirittura ad un denaro per una misura di grano, e a un denaro per tre misure di orzo. Ora, il grano, e soprattutto l’orzo, erano prodotti di prima necessità, come ci dicono i testi evangelici: ecco i cinque pani d’orzo del racconto della moltiplicazione dei pani (Gv 6,9.13). La bilancia su cui si stabiliscono quanto grano e quanto orzo si possono acquistare con un denaro diventa così elemento capace di generare una forte ingiustizia sociale, con un impatto dirompente nella vita quotidiana purtroppo non troppo raro. Il risultato è la fame dei poveri, segno di una odiosa iniquità.

Per di più, al tempo stesso, quelli che al tempo erano considerati beni di lusso (l’olio il vino) non vengono “infettati” dalla stessa ingiustizia – è il significato letterale del verbo greco usato –, rispetto ai beni di prima necessità, più accessibili a chi ha poche risorse. Questo significa i potenti, come tante volte nel percorso della storia, passati e presenti, non hanno di che preoccuparsi. Così il “terzo sigillo” prefigura una convivenza umana in cui la pace sociale viene gravemente turbata, segno di tempi difficili, e molto difficili.

E qui spunta il virus e tutte le contraddizioni che questa peste mette in luce: se nella storia dell’umanità ci sono situazioni ingovernabili e senza apparente via d’uscita, possiamo amaramente constatare che ci sarà sempre un paracadute per chi può permettersi non solo di salvarsi comunque ma anche di arricchirsi sulle disgrazie altrui.

Pensiamo, per rimanere alla stretta attualità, ai prezzi di prodotti medicali, dai farmaci ai disinfettanti, dalle mascherine ai futuri vaccini, su cui speculano e scommettono multinazionali e governi. Ma anche, oltre ai perversi effetti delle leggi della domanda e dell’offerta, e l’atteggiamento dei paesi di un “certo nord” dell’Unione Europea, con tutte le loro incoerenze, e, ancora le grettezze di quanti usano il potere per sé stessi e i loro simili, ritenendosi esenti dalle regole che impongono agli altri.

Appare sotto un volto tragicamente nuovo l’intricata maglia delle vicende umane e dei loro protagonisti, in piena luce o nell’ombra. Lo ricordò molto bene il cardinale Elia Dalla Costa, arcivescovo di Firenze, che si narra così commentasse, profeticamente, la visita fiorentina nel 1937 di Hitler: «ho visto un malvagio trionfante, gagliardo come cedro verdeggiante; sono ripassato ed ecco non c’era più, l’ho cercato e non si è più trovato» (Sal 37,35-36). Come il libro della Rivelazione, l’Apocalisse di Giovanni, il vescovo Elia Dalla Costa, aveva messo in luce le fragilità di un potere che si basava sulla sopraffazione, la grettezza e la meschinità, mascherate sotto l’apparenza del raziocinio, l’egoismo nascosto sotto un’ipocrita “frugalità”.

Ebbene, quando nelle vicende umane si trovano situazioni che invocano l’intervento divino, questo è già in atto, e i credenti e tutti gli uomini di buona volontà non dovrebbero mai dimenticarlo.images (2)

Il libro dell’Apocalisse ce lo rivela appieno già con il primo dei sette sigilli: «e vidi, quando aprì l’Agnello il primo dei sette sigilli, e udii il primo dei quattro viventi che diceva – come una voce di tuono: – “Vieni!”. E vidi ed ecco un cavallo bianco e colui che era seduto su di esso aveva un arco e gli fu data una corona ed egli uscì vittorioso per riportare vittoria» (Ap 6,1-2).

Lo stesso colore bianco della risurrezione, un simbolo del tutto nuovo coniato nell’Apocalisse, si trova ancora nella successiva immagine del cavaliere dei capitoli finali del libro: «e vidi il cielo aperto: ed ecco un cavallo bianco e colui che vi siede sopra è chiamato Fedele e Veritiero e giudica e combatte nella giustizia. Gli occhi di lui (sono) fiamma di fuoco e sulla testa molti diademi, (lui) che ha un nome scritto, che nessuno sa se non lui. Ed è avvolto di un vestito immerso nel sangue e il suo nome è stato e rimane chiamato: la Parola di Dio. E gli eserciti del cielo lo seguivano su cavalli bianchi vestiti ciascuno di lino bianco puro. E dalla bocca di lui esce una spada acuta perché colpisca con essa le genti ed egli li pascerà con verga di ferro ed egli calca il tino del vino dell’ardore dell’ira di Dio l’Onnipotente. E ha sul manto, sul femore, un nome scritto: “Re dei re” e “Signore dei signori”» (Ap 19,11-16).

E proprio “Re dei re” e “Signore dei signori” è scritto sul balcone del Palazzo della Signoria a Firenze.

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