L’unico vero pastore: Gesù

Gesù Cristo, il vero pastore

Il mantello della Giustizia – Maggio 2024

di Stefano Tarocchi · Nei discorsi del quarto Vangelo rivolti da Gesù ai discepoli, nella cena avanti la Passione, ha uno dei nuclei più significativi nella descrizione del pastore vero: «io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore.  E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio” (Gv 10,11-18).

Dette parole hanno una premessa, talora considerata di minore importanza: «in verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore.  Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti, ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.  Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,7-10).

Le due micro-unità narrative sono alla base di un insegnamento molto importante: Gesù è ad un tempo pastore e colui che si mette a guardia del gregge che gli è affidato, assumendone il ruolo di porta, cioè di vigilanza in prima persona su coloro che entrano dentro il recinto del gregge: si direbbe quasi a prezzo della sua vita.

Prima di lui ci sono stati soltanto ladri e briganti, ma le pecore non li hanno ascoltati: queste possono entrare e uscire dal recinto per trovare il pascolo, senza alcuna paura proprio perché c’è questa porta sicura. I ladri hanno non hanno un solo scopo, il rubare, ma anche l’uccidere e il distruggere. A difesa di essi solo, il Cristo, porta delle pecore, conduce alla vita, e alla vita senza limiti.
È per questa ragione che Gesù afferma di essere il vero pastore, ossia colui che è capace di dare la propria vita per le pecore. Al pastore si contrappone colui che ha uno stipendio per guardare alle pecore – il termine usato per sé non è negativo, ma finisce per diventarlo, nell’accezione di mercenario. Questi, al momento del pericolo – e quale maggior pericolo per le pecore di un lupo? –, egli abbandona le pecore anziché proteggerle.

Per di più, non è secondario che fra il pastore e le pecore si instauri la stessa comunione di ascolto reciproco: un “conoscere” che è molto di più di un interscambio di superficie: è realmente quello spazio che apre all’amore. Oltretutto, questo pastore ha il compito di ricondurre all’unità quel gregge che gli è stato affidato, comprendendo anche pecore che vengono da altri greggi, da altri recinti.  Tutto ciò poggia però sul dono della vita che il pastore fa per le sue pecore seguendo il comando del Padre.

Ora un testo così ricco e carico di profondità pronunciato nel momento in cui Gesù sta per essere glorificato, cioè sta per andare incontro alla sua passione nel linguaggio del Vangelo secondo Giovanni, rischia di essere vanificato da un pericolo sempre in atto in una certa interpretazione. Di cosa parliamo? Quello di una semplificazione riduttiva e sostanzialmente irrispettosa.

Voglio dire che il vero pastore, il Cristo, in nessun momento e per nessuna ragione può essere confuso, se non per confronto, con coloro che svolgono nella comunità il ruolo di pastore, in particolare vescovi e presbiteri, e anche diaconi. Detto in altre parole non è rispettoso per il testo e il messaggio evangelico, anziché approfondirlo come è necessario soprattutto in questi tempi, spostarsi a parlare di vocazioni al ministero della Chiesa, dimenticando la reale figura del pastore e della porta, che il Vangelo ci presenta con chiarezza cristallina.

È solo lui, nello spessore della pagina giovannea a dare il senso dell’esser pastore. Ed è lui solo a dare il senso della nota immagine di papa Francesco dei pastori con “l’odore delle pecore”, “pastori in mezzo al proprio gregge”, e “pescatori di uomini”.

C’è un testo di sant’Agostino che riassume in maniera straordinariamente efficace l’immagine del pastore, all’interno e in comunione con il popolo di Dio: «sorreggetemi anche voi in modo che, secondo il precetto dell’Apostolo, portiamo l’un l’altro i nostri pesi, e così adempiamo la legge di Cristo. Se egli non condivide il nostro peso, ne restiamo schiacciati; se egli non porta noi, finiamo per morire. Nel momento in cui mi dà timore l’essere per voi, mi consola il fatto di essere con voi. Per voi infatti sono vescovo, con voi sono cristiano» (Discorso 340: nell’anniversario della sua ordinazione a vescovo).
Il pastore è anzitutto pecora del gregge di Cristo.

«Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza…»

«Noi annunciamo Cristo crocifisso»

Il Mantello della Giustizia – Marzo 2024

 

di Stefano Tarocchi · Il tema della croce di Gesù Cristo, che è centrale in questo tempo di Pasqua, è uno dei temi più diffusi, e al tempo stesso meno conosciuti, dell’annuncio cristiano.

Prendiamo un testo come quello che è affidato alla liturgia delle domeniche di Quaresima di quest’anno: «mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti, ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1 Cor 2,22-25).

di Stefano Tarocchi · Il tema della croce di Gesù Cristo, che è centrale in questo tempo di Pasqua, è uno dei temi più diffusi, e al tempo stesso meno conosciuti, dell’annuncio cristiano.

Prendiamo un testo come quello che è affidato alla liturgia delle domeniche di Quaresima di quest’anno: «mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti, ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1 Cor 2,22-25).

Non si tratta dell’unico annuncio in cui Paolo affronta il tema della croce. Infatti, leggiamo ancora nella stessa prima lettera ai Corinzi: «Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce, infatti, è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti. Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? Poiché infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione». E ancora: «mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti, ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1 Cor 1,17-25).

E quindi: «Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio» (1Cor 2,1-5).

Questa è normalmente la base sulla quale si contrappone l’esito, apparentemente negativo, del discorso che nel libro degli Atti riporta le parole dell’apostolo Paolo. Il tutto sulla base della ricostruzione del progetto che è in mente all’autore di questo libro, il secondo di Luca, autore del terzo vangelo.

Riportiamo qui un esempio emblematico, le parole del Papa Francesco: «l’apostolo Paolo venne ad Atene, ed è rimasto colpito quando ha visto nell’areopago tanti monumenti agli dèi. E lui ha pensato di parlare di questo: “Voi siete un popolo religioso, io vedo questo… Mi attira l’attenzione quell’altare al ‘dio ignoto’. Questo io lo conosco e vengo a dirvi chi è”. E incominciò a predicare il Vangelo. Ma quando arrivò alla croce e alla risurrezione si scandalizzarono e se ne andarono via (cf. At 17,22-33). C’è una cosa che la mondanità non tollera: lo scandalo della Croce. Non lo tollera. E l’unica medicina contro lo spirito della mondanità è Cristo morto e risorto per noi, scandalo e stoltezza (cf. 1Cor 1,23)» (Francesco, Omelia del 16 maggio 2020).

Nell’incontro di San Paolo con la grande città di Atene, ormai ridotta a modesto villaggio non lontano dalla metropoli di Corinto, emerge la ricerca, peraltro di straordinaria attualità, di un linguaggio straordinariamente capace di intercettare l’ambiente culrurale dei suoi destinatari.

In quel testo (At 17,15-34), che rimandiamo agli stessi lettori, l’autore degli Atti ricostruisce l’annuncio della risurrezione di Cristo, attraverso di quell’ambiente che ha come passatempo principale ascoltare tutte le novità che accadono sulla sua «piazza»: stiamo parlando dell’‘areopago’, la «rupe di Ares». Esso «l’Areopago va inteso non tanto come un luogo (dove gli oratori potevano parlare liberamente e gli ascoltatori erano sempre a portata di mano) quanto come il consiglio, che si riuniva sul monte» (Fitzmyer).

Situato presso l’acropoli e divenuto il più antico tribunale di Atene, fu ridotto poi al solo giudizio sui delitti di sangue – oggi addirittura l’Areopago designa la corte suprema della Grecia in materia di diritto civile e penale.

Ma il libro degli Atti dice che «tutti gli Ateniesi e gli stranieri là residenti non avevano passatempo più gradito che parlare o ascoltare le ultime novità» (At 17,21).

Pertanto, non c’è nessuna opposizione fra ciò che accaduto ad Atene secondo la descrizione dell’autore e quello che Paolo scrive ai cristiani di Corinto.

Se è vero che «gli Atti degli Apostoli non sono terminati» perché «continuano nella storia della Chiesa e di ogni battezzato» (Penna), dentro ogni annuncio cristiano si trova la verità del Vangelo, nella sua scomoda certezza.

Se negli Atti degli apostoli è racchiuso il tentativo di annunciare a una cultura diversa rispetto a quella del popolo ebraico i fatti che riguardano la risurrezione di Cristo, non troviamo nessun tentativo di ammorbidire la verità del Vangelo con un linguaggio forbito. Si tratta comunque di un annuncio che si fa ascoltare perché non c’è nessuna fede senza un annuncio: «non tutti hanno obbedito al Vangelo. Lo dice Isaia: Signore, chi ha creduto dopo averci ascoltato? Dunque, la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo (Rom 10,16-17)».

Dentro ogni annuncio c’è la certezza che Cristo ha salvato tutti gli uomini attraverso la stoltezza della sua croce. E il Paolo della lettera ai Corinzi non contrasta con il Paolo degli Atti: le due narrazioni, quella dello scritto e dell’apostolo, e la lettura che ne fa l’autore del terzo Vangelo, sono due metodi complementari che permettono di afferrare il dono della salvezza attraverso l’obbedienza, cioè l’ascolto, della fede (cf. Rom 1,5).

«Passa l’apparenza di questo mondo…il tempo si è come contratto»

«Passa l’apparenza di questo mondo»

Il Mantello della Giustizia – Febbraio 2024

di Stefano Tarocchi · Nel capitolo 7 della prima lettera ai Corinzi, Paolo risponde ad alcune questioni che gli vengono poste dalla chiesa della metropoli di Corinto: si tratta delle persone sposate, del matrimonio fra cristiani e pagani, di chi non è sposato, e ancora altre questioni che sono collegate. Qui non vogliamo entrare in queste questioni così complesse e di non facile interpretazione all’interno del linguaggio paolino.

C’è però un passaggio sul quale vogliamo attirare l’attenzione di chi avrà la pazienza di leggere. Si tratta del passaggio in cui Paolo afferma: «il tempo si è fatto breve», per aggiungere poi «passa l’apparenza di questo mondo (1 Cor 7,31). La CEI oggi traduce “figura”; nella versione del 1974 rendeva “scena”. Lo stesso termine si trova nella lettera ai Filippesi, dov’è tradotto in altro modo: «pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte» (Fil 2,6-8).

 

«Il tempo si è fatto breve»: nella lingua greca, il termine usato per definire il tempo non si riferisce ad una semplice cronologia, di fatto senza limiti, ma si riferisce al tempo nel senso della sua qualità: il momento opportuno perché accada un evento.
Anche il verbo usato per definire la brevità significa “contrarre”, “ridurre la dimensione”. Sembra tratto dal linguaggio della navigazione: Paolo usava sempre espressioni vicine all’esperienza dei suoi destinatari, e Corinto era posta in una posizione geografica ideale per comprendere questo linguaggio. L’apostolo indica l’azione di «raccogliere una o più vele presso il pennone, usando gli imbrogli (apposite funi predisposte a questo scopo), per poterle poi serrare, ossia sottrarle in gran parte all’azione del vento» (Dizionario della Navigazione).

L’apostolo, dando insegnamenti ai cristiani di Corinto, li sta guidando ad interpretare la loro esistenza nella certezza dell’imminente ritorno del Cristo glorioso.

Ecco spiegato anche il senso dei due versetti successivi: «d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente».

Le vicende umane sono del tutto transitorio, come lui spiega ulteriormente quando dice: «passa l’apparenza di questo mondo».

L’espressione che Paolo usa non è l’equivalente del termine “mondo”: l’espressione «esprime l’aspetto esteriore, tutto ciò che può essere percepito dai sensi» nella realtà in cui viviamo. Tutto questo «può cambiare, e cambia, di stagione in stagione, anche se il mondo stesso rimane» (Robertson-Plummer). Come dicevano gli antichi (forse Seneca?), «passa l’immagine esterna del mondo, non la sua natura, come se il mondo si trasformasse in un’altra dimensione».

Dopo questa affermazione, Paolo così prosegue: «io vorrei che foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo lo dico per il vostro bene: non per gettarvi un laccio, ma perché vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore, senza deviazioni» (1 Cor 7,32-35).

L’apostolo non vuole indicare una scelta da intraprendere senza esitare, come quando fa riferimento al Signore: «agli sposati ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito» (1 Cor 7,10). Viceversa, «agli altri dico io, non il Signore: se un fratello ha la moglie non credente e questa acconsente a rimanere con lui, non la ripudi» (1 Cor 7,12). E ancora: «riguardo alle vergini, non ho alcun comando dal Signore, ma do un consiglio, come uno che ha ottenuto misericordia dal Signore e merita fiducia» (1 Cor 7,25)

La libertà cristiana di cui si fa interprete, diventa un principio fondamentale fondato sulla sua autorità che ha richiamato per ben tre volte nello stesso tratto della lettera: «ciascuno – come il Signore gli ha assegnato – continui a vivere come era quando Dio lo ha chiamato; così dispongo in tutte le Chiese; ciascuno rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato; ciascuno, fratelli, rimanga davanti a Dio in quella condizione in cui era quando è stato chiamato» (1 Cor 7,17.20.24). Lo aveva espresso con chiarezza anche quando scriveva che «ciascuno riceve da Dio il proprio dono, chi in un modo, chi in un altro (1 Cor 7,7).

La manifestazione di Gesù ai Magi

I Magi, i sapienti che leggono nei cieli i segni del Creatore

Il Mantello della Giustizia, Gennaio 2024

di Stefano Tarocchi · Nella splendida pagina del vangelo di Matteo che narra la vicenda dei Magi (Mt 2,1-12) ricorrono diversi motivi che ci permettono di completare lo sguardo della nostra fede di credenti a riguardo della nascita del figlio di Dio.

Non si 

tratta di un racconto di fantasia, progettato per definire questa «Epifania» del Signore. Si tratta piuttosto di una rilettura in profondità delle Scritture, ed in particolare di un racconto tratto dal libro dei Numeri dove si narrano le vicende del re di Moab, Balaq, e del veggente Balaam, che viene da Oriente: figure che anticipano quelle di Erode e dei Magi (Nm 24,10-19). Balaq vuole che Balaam maledica Israele, ma questi, per intervento dell’angelo del Signore, si fa piuttosto latore di un annuncio e di una benedizione per Israele. Ecco il cuore del testo: «io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele …; Edom diverrà sua conquista e diverrà sua conquista Seir, suo nemico, mentre Israele compirà prodezze. Uno di Giacobbe dominerà…» (Num 24,17). Questo versetto, dall

a versione dei LXX alle traduzioni in aramaico del testo ebraico (Targum), ha conosciuto interpretazioni che evidenziano una lettura cristologica ed universalistica della narrazione dei Magi: «una stella si leverà da Giacobbe e un uomo sorgerà da Israele» e anche «un re deve levarsi tra quelli della casa di Giacobbe, un liberatore ed un capo tra quelli della casa di Israele»

Protagonisti sono uomini, che noi semplicemente conosciamo come Magi, ossia uomini sapienti. Uomini stranieri che vengono da Oriente, con le loro culture e le loro divinità, ed un progetto da portare a termine: il lieto annuncio della nascita del Figlio di Dio non è proprietà privata di nessuno, ma si apre ad ogni creatura umana capace di andare in ricerca del Creatore all’interno della bellezza del creato.

Di loro non conosciamo neanche il numero, sebbene siamo soliti pensare a tre uomini, sulla base dei tre doni che offrono al «nato re dei giudei»: oro, incenso e mirra. Altri testi biblici, in particolare dei libri di Isaia e dei Salmi aggiungono elementi circa la loro origine, le loro cavalcature, i loro doni e il loro stato regale: «i re di Tarsis e delle isole portino tributi, i re di Saba e di Seba offrano doni… Viva e gli sia dato oro di Arabia» (Salmo 71); «uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Màdian e di Efa tutti verranno da Saba, portando oro e incenso (Isaia 60).

Secondo il racconto del Vangelo di Matteo i Magi hanno seguito il cammino apparente nel cielo di un astro, una stella che generalmente viene interpretata come una cometa, corpo celeste che propriamente una stella non è.

Come scrive Giovanni Crisostomo, nel suo commento a Matteo, «la stella non è rimasta in alto a mostrare di là il luogo, altrimenti i Magi non avrebbero potuto riconoscerla. No, essa discese per questo scopo nel profondo … Vedi allora che questa non era una stella ordinaria e che non si mostrò sottoposta alle leggi del creato visibile?».

Leggendo i segni della creazione, si rende omaggio al Creatore. È per questo motivo che il pensiero di Papa Francesco sulla cura del creato, espresso in due documenti, l’enciclica Laudato si’ (2015) e l’esortazione apostolica Laudate Deum (2023) – quest’ultima rivolta espressamente a «tutti gli uomini di buona volontà» –, che solo menti ottuse non riescono a collegare con le profondità del mistero cristiano. Il fatto è che in questo brano di Matteo, c’è realmente un altro tipo di ottuso Erode, un sovrano crudele e spietato.

Quest’ultimo, davanti alla parola dei Magi che gli svelano il progetto di andare ad adorare il «re dei giudei che è nato», entra in confusione, insieme a tutta la città di Gerusalemme, fatto che si riallaccia al tema della città che perseguita i profeti. Chiunque sa che è «dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo» (Gv 7,42), cioè il Messia. Di Betlemme parla il profeta Michea, di cui Matteo riporta la nota profezia.

Non è quindi un caso che, quando i Magi si rivolgono al re, la stella scompaia dai cieli. Il re si è rivolto ai suoi saggi e alle Scritture, che in questo modo paradossalmente svolgono un ruolo negativo: ma è così quando qualcuno vuole sfruttarle per il suo proprio progetto, opposto a quello divino.

Infatti, Erode svela ai Magi, ed è significativo che ciò avvenga di nascosto, che anch’egli vuole andare ad adorare il «nato dei giudei». Sta proprio nel ricorrere di due espressioni («con esattezza, accuratamente»), che nel testo greco hanno la medesima radice, il senso del progetto malvagio di re Erode. Questo non può svolgersi alla luce piena.

Ma il piano di Dio va in un’altra direzione, e il disegno malvagio di Erode viene vanificato. I magi avvertiti in sogno fanno ritorno alle loro terre per un’altra strada. Quel Dio che si è rivelato anche popoli lontani non può permettere che il male prevalga in alcun modo.