Il corpo delle lettere di Paolo

 

Rublev_Saint_Pauldi Stefano Tarocchi • Abbiamo già affrontato il tema del ruolo di Paolo nel cristianesimo delle origini. Qui vorrei affrontare, anche correndo il rischio di eccedere nei tecnicismi, il complesso problema della formazione del corpo delle lettere dell’apostolo Paolo. È lui stesso che anzitutto ci fa da guida nel segnalare la “materialità” della scrittura. Leggiamo infatti: «vi ho scritto nella lettera» (1 Cor 5,9), o il più semplice «vi ho scritto» (2 Cor 2,3.4.9). in realtà, come scopriamo dalla lettera ai Romani, a scrivere è il segretario («Anch’io, Terzo, che ho scritto la lettera, vi saluto nel Signore»: Rom 16,22), indispensabile in un tempo in cui il supporto della lettera andava usato con grande attenzione e, probabilmente, nel conservare una copia delle lettere dell’apostolo. Ma Paolo – è ancora lui a dirlo – aggiungeva il saluto di proprio pugno («Il saluto è di mia mano, di Paolo»: 1 Cor 16,21), diverso dalla scrittura di chi materialmente scriveva): «Notate con che grossi caratteri vi scrivo di mia mano» (Galati 6,11).

Anche Clemente Romano, che fu vescovo di Roma dal 92 al 97, nella lettera ai Corinzi attesta la conoscenza di 1 Corinzi nella capitale dell’impero: «Prendete la lettera del beato apostolo Paolo. Che cosa vi ha scritto per prima cosa all’inizio del suo Vangelo? In verità è sotto l’ispirazione dello Spirito che vi scrisse di sé, di Cefa, di Apollo perché anche allora voi avevate fatto delle divisioni» (Clemente ai Corinzi, 47,1-3).

Si tratta di un’allusione a 1 Cor 1,10-12: «Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. Infatti, a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo». Ma vi si trova anche un riferimento a Fil 4,15: «Lo sapete anche voi, Filippesi, che all’inizio della predicazione del Vangelo, quando partii dalla Macedonia, nessuna Chiesa mi aprì un conto di dare e avere, se non voi soli».

Il riferimento è molto importante: significa che a Roma le lettere dell’apostolo erano già conosciute.

Anche sant’Ignazio, vescovo di Antiochia di Siria, nell’attuale Turchia (110 d.C.) attesta la conoscenza di Paolo in un’area poco aperta agl’influssi dell’apostolo. Il contemporaneo silenzio di altri scritti delle origini, come Didaché (fine del I secolo-inizi del II secolo), del Pastore di Erma (prima metà del II secolo) e del vescovo Papia di Gerapoli, l’attuale Pamukkale sempre in Turchia (seconda metà del I secolo-inizi del II secolo) è intenzionale.

Il corpo delle lettere di Paolo comincia a delinearsi nella sua interezza già a partire dalla fine del II sec. agli inizi del IV. Per sé ci si attesta con tredici lettere (quattordici secondo le tradizioni orientali, che includono anche la lettera Ebrei fra le lettere di Paolo); ma talora vi si trova anche una lettera ai Laodicesi (andata perduta, e da non confondere con la lettera agli Efesini, che in alcuni codici antichi lascia vuoto il nome dei destinatari), una lettera agli Alessandrini, una terza lettera ai Corinzi, un’epistola dello Pseudo Tito, e addirittura un epistolario Paolo-Seneca.

Il Canone muratoriano, la più antica lista conosciuta dei libri del Nuovo Testamento, risalente al 170, scoperta nell’anno 1740 da Ludovico Antonio Muratori, presbitero e bibliotecario, all’interno di un manoscritto dell’VIII secolo, elenca tredici lettere di Paolo, che, oltre alle lettere inviati ai singoli discepoli (Timoteo, Tito, Filemone), ordina in base alle sette chiese destinatarie (Roma, Corinto, Galazia, Efeso, Filippi, Colosse, Tessalonica). Questo sulla falsariga degli schemi usati anche da Ippolito Romano e da s. Cipriano, che derivano dai capitoli 2 e 3 dell’Apocalisse (con le lettere disposte secondo un itinerario geografico). Vi si trovano le lettere apocrife ai Laodicesi e agli Alessandrini, ma è assente la lettera agli Ebrei (al pari delle lettere di Giacomo e delle due lettere di Pietro), elemento che testimonia l’antichità del documento.

Un codice in papiro, esattamente uno dei papiri della collezione Chester Beatty, conservati a Dublino, ed esattamente il Papiro 46, contiene dieci lettere di Paolo, con la lettera agli Ebrei collocata tra la lettera ai Romani e 1 Corinzi. Sono assenti le tre lettere pastorali e lo scritto a Filemone. Nel caso specifico si tratta di una sorta di quaderno legato sul margine composto di 86 fogli per 172 pagine (7 fogli, ossia 14 pagine, andate perdute erano probabilmente bianche) proveniente dall’Egitto e datato intorno alla prima metà del III secolo. La scoperta sorprese i primi studiosi che esaminarono i testi, in quanto si riteneva all’epoca che tale tipo di codici non fossero stati comunemente usati dai cristiani prima del IV secolo. Questo dimostra l’uso in ambito cristiano, molto prima che si affermasse comunemente.

Solo l’eresiarca Marcione (140), secondo Tertulliano (e sant’Epifanio), elencadieci lettere dell’apostolo: Galati (priva di alcune sezioni, come quasi tutto il capitolo 3), 1-2 Corinzi, Romani (senza i capitoli1, 9-11 e 15), 1-2 Tessalonicesi, Laodicesi (che identifica con Efesini), Colossesi, Filippesi, Filemone. Mancano le più recenti Epistole Pastorali (1 e 2 Timoteo Tito) e la Lettera agli Ebrei, non è scritta da Paolo.

A tutto questo aggiungono testimonianze di Cirillo di Gerusalemme (catechesi IV del 348), il Canone 60 del concilio di Laodicea (360), la lettera 39 di s. Atanasio che parlano ancora di quattordici lettere.

Arriviamo infine al concilio plenario di tutta l’Africa, tenutosi ad Ippona nel 393, che nel Canone 36 parla delle tredici lettere dell’apostolo Paolo, più «sempre dello stesso la lettera agli Ebrei».

Il medesimo canone, che, peraltro, fa riferimento alla chiesa di Roma (chiamata transmarina Ecclesia), è attribuito anche al concilio cartaginese del 397 (chiamato anche Cartaginese III), nel Canone 47, e al concilio cartaginese del 419, nel Canone 29. Qui però si parla espressamente delle «le quattordici lettere dell’Apostolo Paolo». Un altro concilio nord-africano, il Cartaginese II del 419, dopo il papa Innocenzo I (405), parlerà ancora di quattordici lettere paoline.

In definitiva, solo il Decreto di papa Gelasio (492-496) dà la lista completa ancora di quattordici lettere dell’apostolo, in ordine decrescente di grandezza, con la lettera agli Ebrei collocata opportunamente alla fine dell’elenco, per indicarne l’origine decisamente particolare. Si tratta nella sostanza della stessa formulazione che sarà ripresa al concilio di Trento, nel decreto dell’8 aprile 1546.

In conclusione, un percorso omogeneo che dai primi decenni dell’era cristiana consegna fino a noi le lettere dell’apostolo Paolo, così come sono contenute all’interno delle Scritture cristiane.

All’interno, poi, del Nuovo Testamento la seconda lettera di Pietro, che probabilmente è da far risalire alla prima metà del II secolo, scrive: «la magnanimità del Signore nostro giudicatela come salvezza, come anche il nostro carissimo fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data; così egli fa in tutte le lettere, in cui tratta di queste cose. In esse ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina» (2 Pt 3,15-16).

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