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Il corpo delle lettere di Paolo

 

Rublev_Saint_Pauldi Stefano Tarocchi • Abbiamo già affrontato il tema del ruolo di Paolo nel cristianesimo delle origini. Qui vorrei affrontare, anche correndo il rischio di eccedere nei tecnicismi, il complesso problema della formazione del corpo delle lettere dell’apostolo Paolo. È lui stesso che anzitutto ci fa da guida nel segnalare la “materialità” della scrittura. Leggiamo infatti: «vi ho scritto nella lettera» (1 Cor 5,9), o il più semplice «vi ho scritto» (2 Cor 2,3.4.9). in realtà, come scopriamo dalla lettera ai Romani, a scrivere è il segretario («Anch’io, Terzo, che ho scritto la lettera, vi saluto nel Signore»: Rom 16,22), indispensabile in un tempo in cui il supporto della lettera andava usato con grande attenzione e, probabilmente, nel conservare una copia delle lettere dell’apostolo. Ma Paolo – è ancora lui a dirlo – aggiungeva il saluto di proprio pugno («Il saluto è di mia mano, di Paolo»: 1 Cor 16,21), diverso dalla scrittura di chi materialmente scriveva): «Notate con che grossi caratteri vi scrivo di mia mano» (Galati 6,11).

Anche Clemente Romano, che fu vescovo di Roma dal 92 al 97, nella lettera ai Corinzi attesta la conoscenza di 1 Corinzi nella capitale dell’impero: «Prendete la lettera del beato apostolo Paolo. Che cosa vi ha scritto per prima cosa all’inizio del suo Vangelo? In verità è sotto l’ispirazione dello Spirito che vi scrisse di sé, di Cefa, di Apollo perché anche allora voi avevate fatto delle divisioni» (Clemente ai Corinzi, 47,1-3).

Si tratta di un’allusione a 1 Cor 1,10-12: «Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. Infatti, a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo». Ma vi si trova anche un riferimento a Fil 4,15: «Lo sapete anche voi, Filippesi, che all’inizio della predicazione del Vangelo, quando partii dalla Macedonia, nessuna Chiesa mi aprì un conto di dare e avere, se non voi soli».

Il riferimento è molto importante: significa che a Roma le lettere dell’apostolo erano già conosciute.

Anche sant’Ignazio, vescovo di Antiochia di Siria, nell’attuale Turchia (110 d.C.) attesta la conoscenza di Paolo in un’area poco aperta agl’influssi dell’apostolo. Il contemporaneo silenzio di altri scritti delle origini, come Didaché (fine del I secolo-inizi del II secolo), del Pastore di Erma (prima metà del II secolo) e del vescovo Papia di Gerapoli, l’attuale Pamukkale sempre in Turchia (seconda metà del I secolo-inizi del II secolo) è intenzionale.

Il corpo delle lettere di Paolo comincia a delinearsi nella sua interezza già a partire dalla fine del II sec. agli inizi del IV. Per sé ci si attesta con tredici lettere (quattordici secondo le tradizioni orientali, che includono anche la lettera Ebrei fra le lettere di Paolo); ma talora vi si trova anche una lettera ai Laodicesi (andata perduta, e da non confondere con la lettera agli Efesini, che in alcuni codici antichi lascia vuoto il nome dei destinatari), una lettera agli Alessandrini, una terza lettera ai Corinzi, un’epistola dello Pseudo Tito, e addirittura un epistolario Paolo-Seneca.

Il Canone muratoriano, la più antica lista conosciuta dei libri del Nuovo Testamento, risalente al 170, scoperta nell’anno 1740 da Ludovico Antonio Muratori, presbitero e bibliotecario, all’interno di un manoscritto dell’VIII secolo, elenca tredici lettere di Paolo, che, oltre alle lettere inviati ai singoli discepoli (Timoteo, Tito, Filemone), ordina in base alle sette chiese destinatarie (Roma, Corinto, Galazia, Efeso, Filippi, Colosse, Tessalonica). Questo sulla falsariga degli schemi usati anche da Ippolito Romano e da s. Cipriano, che derivano dai capitoli 2 e 3 dell’Apocalisse (con le lettere disposte secondo un itinerario geografico). Vi si trovano le lettere apocrife ai Laodicesi e agli Alessandrini, ma è assente la lettera agli Ebrei (al pari delle lettere di Giacomo e delle due lettere di Pietro), elemento che testimonia l’antichità del documento.

Un codice in papiro, esattamente uno dei papiri della collezione Chester Beatty, conservati a Dublino, ed esattamente il Papiro 46, contiene dieci lettere di Paolo, con la lettera agli Ebrei collocata tra la lettera ai Romani e 1 Corinzi. Sono assenti le tre lettere pastorali e lo scritto a Filemone. Nel caso specifico si tratta di una sorta di quaderno legato sul margine composto di 86 fogli per 172 pagine (7 fogli, ossia 14 pagine, andate perdute erano probabilmente bianche) proveniente dall’Egitto e datato intorno alla prima metà del III secolo. La scoperta sorprese i primi studiosi che esaminarono i testi, in quanto si riteneva all’epoca che tale tipo di codici non fossero stati comunemente usati dai cristiani prima del IV secolo. Questo dimostra l’uso in ambito cristiano, molto prima che si affermasse comunemente.

Solo l’eresiarca Marcione (140), secondo Tertulliano (e sant’Epifanio), elencadieci lettere dell’apostolo: Galati (priva di alcune sezioni, come quasi tutto il capitolo 3), 1-2 Corinzi, Romani (senza i capitoli1, 9-11 e 15), 1-2 Tessalonicesi, Laodicesi (che identifica con Efesini), Colossesi, Filippesi, Filemone. Mancano le più recenti Epistole Pastorali (1 e 2 Timoteo Tito) e la Lettera agli Ebrei, non è scritta da Paolo.

A tutto questo aggiungono testimonianze di Cirillo di Gerusalemme (catechesi IV del 348), il Canone 60 del concilio di Laodicea (360), la lettera 39 di s. Atanasio che parlano ancora di quattordici lettere.

Arriviamo infine al concilio plenario di tutta l’Africa, tenutosi ad Ippona nel 393, che nel Canone 36 parla delle tredici lettere dell’apostolo Paolo, più «sempre dello stesso la lettera agli Ebrei».

Il medesimo canone, che, peraltro, fa riferimento alla chiesa di Roma (chiamata transmarina Ecclesia), è attribuito anche al concilio cartaginese del 397 (chiamato anche Cartaginese III), nel Canone 47, e al concilio cartaginese del 419, nel Canone 29. Qui però si parla espressamente delle «le quattordici lettere dell’Apostolo Paolo». Un altro concilio nord-africano, il Cartaginese II del 419, dopo il papa Innocenzo I (405), parlerà ancora di quattordici lettere paoline.

In definitiva, solo il Decreto di papa Gelasio (492-496) dà la lista completa ancora di quattordici lettere dell’apostolo, in ordine decrescente di grandezza, con la lettera agli Ebrei collocata opportunamente alla fine dell’elenco, per indicarne l’origine decisamente particolare. Si tratta nella sostanza della stessa formulazione che sarà ripresa al concilio di Trento, nel decreto dell’8 aprile 1546.

In conclusione, un percorso omogeneo che dai primi decenni dell’era cristiana consegna fino a noi le lettere dell’apostolo Paolo, così come sono contenute all’interno delle Scritture cristiane.

All’interno, poi, del Nuovo Testamento la seconda lettera di Pietro, che probabilmente è da far risalire alla prima metà del II secolo, scrive: «la magnanimità del Signore nostro giudicatela come salvezza, come anche il nostro carissimo fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data; così egli fa in tutte le lettere, in cui tratta di queste cose. In esse ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina» (2 Pt 3,15-16).

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«Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati»

Il Mantello della Giustizia – Giugno 2017

 di Stefano Tarocchi • Secondo il libro degli Atti degli Apostoli la comunità dei discepoli riceve il dono dello Spirito santo cinquanta giorni dopo la risurrezione, «il giorno della Pentecoste»: «riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8). Nel suo primo libro, ossia il Vangelo, lo stesso autore riferisce le parole di Gesù, che dice: «ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto» (Lc 24,49). In questa logica il Signore «si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro (lett. “facendosi conoscere ai loro occhi»; At 1,3): così i quaranta giorni diventano il tempo limite della presenza del Risorto.

Ma c’è un altro filone da interpretare circa il rapporto tra lo Spirito santo e la Pasqua, che si trova descritto nel Vangelo secondo Giovanni. Anzitutto il momento della morte di Gesù: secondo il quarto vangelo «Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito» (Gv 19,30). Il vangelo di Giovanni supera di gran lunga l’espressione rispettivamente di Marco e di Luca (Mc 15,37.39 e Lc 23,46: «spirò») ma anche di Matteo (27,50: «rese lo spirito»).

Alcuni autori hanno pensato di collegare l’ultima azione di Gesù morente alla Madre e al discepolo amato, presenti sotto la croce, nell’atto di “trasmettere lo Spirito”. Dopo tutto in precedenza Gesù ha promesso di donare lo spirito: «Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva». Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato» (Gv 7,37-39).

Come scrive Brown: «Giovanni vuol dire che quando Gesù chinò il capo verso coloro che erano presso la croce… egli consegnò loro lo Spirito santo. Essi sarebbero stati i primi ad essere costituiti figli di Dio dal Gesù vittorioso, quando fu innalzato da terra sulla croce ma prima che risorgesse dai morti» (La morte del Messia, 1221). In questo testo vengono inopinatamente superati gli stessi discepoli.

Questo non contraddice ma rafforza il fatto che la sera del giorno di Pasqua, Gesù risorto doni espressamente lo Spirito ai discepoli: «La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,19-23). Qui l’espressione usata ha il senso di “soffiare, alitare”.

Anche la tradizione veterotestamentaria parlava del dono dell’effusione escatologica dello Spirito unita alla remissione dei peccati. Così afferma il profeta: «Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri idoli, vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme» (Ez 36,25-27).

Il testo giovanneo pur orientandosi verso un percorso che la Chiesa affronterà in seguito – anche se eccessivamente caricato di significati dall’interpretazione patristica –, è invece in contatto con la tradizione dei Vangeli Sinottici, che ricorda ad esempio il potere di “legare e sciogliere”, così come troviamo in Mt 18,18 e 16,19. E tuttavia non va letto come la versione giovannea del racconto della Pentecoste trasmesso nel libro degli Atti.

Nel Vangelo di Giovanni, infatti, il perdono dei peccati ad opera dei discepoli è indicato con forza come dono del Risorto alla sua chiesa: lo stesso fatto che è il perdono ad avere la precedenza significa indicare la preminenza della salvezza, ma avviene comunque all’interno della comunità, come si esprime lo stesso Giovanni nella lettera: «se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato» (1 Gv 1,7).

Quindi il quarto vangelo conduce ad una interpretazione ecclesiale del potere di rimettere i peccati: i versetti 22 e 23 del Vangelo di Giovanni (v.22: «Ricevete lo Spirito Santo»; v. 23: «a coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati…») vanno letti in un contesto unitario, in viene dato il giusto valore al dono del secondo Paraclito, accanto a Gesù stesso (Gv 14,16; cf. 1 Gv 2,1).

Lo Spirito santo, dono del risorto, anzi del Cristo nell’atto stesso della sua morte, creano il tessuto ecclesiale in cui la comunità sperimenta la propria fragilità, ma anche la grandezza della misericordia divina nel Cristo, della salvezza operata dalla croce: «quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32).

Per esprimersi ancora con le parole della lettera dell’apostolo: «Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi» (1 Gv 1,8-10). E ancora: «se uno vede il proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita» (1 Gv 5,16).

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«Pilato compose anche l’iscrizione…era scritta in ebraico, in latino e in greco»

Il Mantello della Giustizia – Maggio 2017

di Stefano Tarocchi • È consuetudine delle celebrazioni della Settimana santa la lettura dei racconti della passione, nelle Liturgie della domenica delle Palme e del Venerdì Santo. È proprio da questi racconti evangelici della tradizione sinottica, ma soprattutto del quarto Vangelo che l’attenzione dei credenti viene condotta a riflettere su un particolare mantegnache l’iconografia della crocifissione ha sempre messo in rilievo, anche se in maniere assai differenti. Una delle più schematiche è raffigurata nel dipinto di Andrea Mantegna (1431-1506), risalente agli anni 1457-1450: se guardiamo la tavola (67×93), conservata al Museo del Louvre, sopra la croce di Cristo è apposta una tavoletta con quattro lettere puntate: I.N.R.I., le iniziali latine di una espressione che suona come Iesus Nazarenus rex Iudaeorum, ovvero «Gesù Nazareno re dei Giudei» (si veda M.L. RIGATO,I.N.R.I.: il titolo della Croce, EDB, Bologna 2010). Qui la tradizione seguita anche da Mantegna (e molti altri) semplifica – alludendo alla sola lingua della città, che aveva il governo sull’intera regione – quello che troviamo nel Vangelo secondo Giovanni: «Pilato compose anche l’iscrizione [titlos] e la fece porre sulla croce; vi era scritto: “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei”. Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco» (Gv 19,19-20). Il quarto Vangelo presenta due caratteristiche di rilievo: la prima è il termine greco titlos, mutuato dal latino titulus. Secondo lo storico Svetonio (70-126), una scritta su una tavoletta, spalmata di gesso bianco con lettere tracciate in nero, era portata da uno schiavo davanti al condannato o gli era appesa al collo (Vita di Caligola, 32), e poi poteva essere fissata sopra la croce.

La seconda caratteristica è il fatto che il Vangelo attribuisce a Pilato l’iniziativa dell’iscrizione (e il suo contenuto), con il risultato che si apre un contenzioso con le autorità giudaiche, presto risolto dal prefetto: «I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”». Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto» (Gv 19,21-22). Di fatto, Pilato si riprende il suo ruolo davanti a chi l’ha costretto a condurre a termine la condanna: l’iscrizione diventa paradossalmente un titolo che onora colui che lo porta sulla croce (così Rudolph Schnackenburg).

Già il Vangelo secondo Marco però anticipava Giovanni dicendo ai suoi lettori che crocifisso«la scritta [epigraphé] con il motivo della sua condanna diceva: “Il re dei Giudei”» (Mc 15,26), divenuta in Luca «“Costui è il re dei Giudei”» (Lc 23,38), o più letteralmente «Il re dei Giudei è questo». Anche Luca utilizza lo stesso termine greco di Marco, quando dice:«Sopra di lui c’era anche una scritta» (Lc 23,38). Il termine epigraphé è impiegato anche per la scritta posta sul denarioromano in argento: «“È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?”. Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: “Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo”. Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”. Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: “Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio”» (Mc 12,14-17; cf. 12,16; Mt 22,20 e Lc 20,24). Anche alcuni manoscritti, influenzati dal testo del Vangelo di Giovanni, aggiungono le altre lingue dell’iscrizione, come si può vedere nelle altre due immagini: rispettivamente, di Giovanni di Fiesole, detto il Beato Angelico (1395-1455) e di Cenni di Pepo, conosciuto come Cimabue (1240-1302).deposizione

Anche nel Vangelo secondo Matteo troviamo un riferimento allo stesso tema, ma con un diverso intendimento: «Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto [aitìa] della sua condanna: “Costui è Gesù, il re dei Giudei”» (Mt 27,37). Il termine greco usato assume un valore giuridico, compatibilmente a quanto dice il Vangelo di Luca: «Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: “Non trovo in quest’uomo alcun motivo di condanna [àition]”» (Lc 23,4; cf. 23,14.22). sembra si tratti della versione greca del termine latino crimen, che porta in sé la gravità di un delitto pubblico contro l’ordine della società e veniva perseguiti pubblicamente. Nel medesimo Vangelo, peraltro, è a quel punto che si apprende che Gesù viene crocifisso in mezzo a due «briganti», che altrove sono chiamati «malfattori» (Lc 23,32.33.39). Questo ci fa rilevare che in quel mattino ci sono starti altri due processi e che Gesù, per la collocazione ricevuta, è il più importante di tutti: non sembra che gli altri abbiano una condanna visibile dalla croce a cui sono confissi.

crocifisso diversoIn ultimo vorrei rammentare un’opera collocata nell’antica pieve di S. Vincenzo a Torri, ai piedi delle colline di Scandicci, nei pressi della via Volterrana, in cui significativamente la scritta collocata sul Cristo crocifisso testimonia – si tratta di un capolavoro anonimo del XIII secolo – il passaggio alla lingua volgare. Infatti possiamo leggere: IHS NAZARENUM REX IUDEORUM, anziché un maggiormente corretto IHS NAZARENUS REX IUDAEORUM. Particolarmente interessanti i primi tre caratteri [IHS], recanti un tratto superiore, che l’artista adatta al suo orizzonte come una versione intermedia tra il nome di Gesù trasportato dalla lingua originale greca [ΙΗΣ], evidentemente non più compresa, che lascia comunque trasparire la lettura giovannea («in ebraico, in latino e in greco»: Gv 19,20) verso la mutazione nel simbolo che a breve utilizzeranno S. Bernardino da Siena (1380-1444) e S. Ignazio di Loyola (1491-1556): appunto Iesus Hominum Salvator, il celeberrimo monogramma IHS.

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Francesco inaugura la quaresima

Il Mantello della Giustizia – Marzo 2017

Archbasilica_of_St._John_Lateran_HDdi Stefano Tarocchi • Nella Basilica di S. Giovanni in Laterano, il giovedì dopo le Ceneri, Francesco ha incontrato i parroci della sua diocesi. Si è rivolto a loro ponendo la domanda dei discepoli a Gesù: «Signore, accresci in noi la fede!» (Lc 17,5), che ha commentato con tre elementi: «la memoria radicata nella fede della Chiesa», la «speranza, che ci sostiene nella fede» e il «discernimento del momento», che ha quindi svolto nella sua meditazione.

«Fare memoria delle grazie passate – dice papa Francesco – conferisce alla nostra fede la solidità dell’incarnazione; la colloca all’interno di una storia, la storia della fede dei nostri padri». E continua, aggiungendo che «la speranza è quella che apre la fede alle sorprese di Dio. Il nostro Dio è sempre più grande di tutto ciò che possiamo pensare e immaginare di Lui, di ciò che gli appartiene e del suo modo di agire nella storia. L’apertura della speranza conferisce alla nostra fede freschezza e orizzonte». D’altronde «è il donarsi totale del Signore sulla croce quello che ci attrae, perché rivela la possibilità di essere più autentica. È la spogliazione di colui che non si impadronisce delle promesse di Dio ma… passa la fiaccola dell’eredità ai suoi figli».

Venendo quindi al discernimento, tema quanto mai attuale nel tessuto ecclesiale sotto varie declinazioni, il papa ha richiamato Evangelii Gaudium – espressamente citata come “documento programmatico”. Si parla di un «cammino di formazione e di maturazione nella fede… che «non sarebbe corretto interpretare … esclusivamente o prioritariamente come formazione (meramente) dottrinale» (EG 161). La crescita nella fede avviene attraverso gli incontri con il Signore nel corso della vita. Questi incontri si custodiscono come un tesoro nella memoria e sono la nostra fede viva, in una storia di salvezza personale».

Francesco ha parlato espressamente di “incompiuta pienezza”: «incompiuta, perché dobbiamo continuare a camminare; pienezza, perché, come in tutte le cose umane e divine, in ogni parte si trova il tutto». E come tante volte ha usato un’immagine particolarmente efficace, «quella del giocatore di basket o pallacanestro, che inchioda il piede come “perno” a terra e compie movimenti per proteggere la palla, o per trovare uno spazio per passarla, o per prendere la rincorsa e andare a canestro. Per noi quel piede inchiodato al suolo, intorno al quale facciamo perno, è la croce di Cristo: Stat crux dum volvitur orbis”».

Il papa ha quindi volto l’attenzione a «quella dimensione della fede [che Francesco chiama] deuteronomica…: la fede si alimenta e si nutre della memoria, [quella] dell’Alleanza che il Signore ha fatto con noi. Egli è il Dio dei nostri padri e nonni. Non è Dio dell’ultimo momento, un Dio senza storia di famiglia, un Dio che per rispondere ad ogni nuovo paradigma dovrebbe scartare come vecchi e ridicoli i precedenti». Per questo, «progredire nella fede non è soltanto un proposito volontaristico di credere di più d’ora innanzi: è anche esercizio di ritornare con la memoria alle grazie fondamentali. Si può “progredire all’indietro”, andando a cercare nuovamente tesori ed esperienze che erano dimenticati e che molte volte contengono le chiavi per comprendere il presente. Questa è la cosa veramente “rivoluzionaria”: andare alle radici. Quanto più lucida è la memoria del passato, tanto più chiaro si apre il futuro, perché si può vedere la strada realmente nuova e distinguerla dalle strade già percorse che non hanno portato da nessuna parte. La fede cresce ricordando, collegando le cose con la storia reale vissuta dai nostri padri e da tutto il popolo di Dio, da tutta la Chiesa».

Poi Francesco ha proseguito ricordando ai parroci romani «l’Eucaristia [come] il Memoriale della nostra fede, ciò che ci situa sempre di nuovo, quotidianamente, nell’avvenimento fondamentale della nostra salvezza, nella Passione, Morte e Risurrezione del Signore, centro e perno della storia». E, citando le parole del gesuita cileno Alberto Hurtado, canonizzato nel 2005, ha aggiunto: «La Messa è la mia vita e la mia vita è una Messa prolungata».

Riguardo alla fede, ha poi così continuato, che «si sostiene e progredisce grazie alla speranza. La speranza è l’ancora ancorata nel Cielo, nel futuro trascendente, di cui il futuro temporale – considerato in forma lineare – è solo una espressione. La speranza è ciò che dinamizza lo sguardo all’indietro della fede, che conduce a trovare cose nuove nel passato – nei tesori della memoria – perché si incontra con lo stesso Dio che spera di vedere nel futuro. La speranza inoltre si estende fino ai limiti, in tutta la larghezza e in tutto lo spessore del presente quotidiano e immediato, e vede possibilità nuove nel prossimo e in ciò che si può fare qui, oggi. La speranza è saper vedere, nel volto dei poveri che incontro oggi, lo stesso Signore che verrà un giorno a giudicarci». Perciò «la fede progredisce esistenzialmente credendo in questo “impulso” trascendente che si muove – che è attivo e operante – verso il futuro, ma anche verso il passato e in tutta l’ampiezza del momento presente».

Successivamente Francesco si è dedicato ad approfondire il tema del discernimento, la cui caratteristica è «fare prima un passo indietro, come chi retrocede un po’ per vedere meglio il panorama. C’è sempre una tentazione nel primo impulso, che porta a voler risolvere qualcosa immediatamente. In questo senso credo che ci sia un primo discernimento, grande e fondante, cioè quello che non si lascia ingannare dalla forza del male, ma che sa vedere la vittoria della Croce di Cristo in ogni situazione umana».

Quindi il papa ha letto ai parroci un intero brano di Evangelii gaudium, al fine di «discernere quella insidiosa tentazione [chiamata] pessimismo sterile…, una delle tentazioni più serie che soffocano il fervore e l’audacia è il senso di sconfitta, che ci trasforma in pessimisti scontenti e disincantati dalla faccia scura. Nessuno può intraprendere una battaglia se in anticipo non confida pienamente nel trionfo. Chi comincia senza fiducia ha perso in anticipo metà della battaglia e sotterra i propri talenti. Anche se con la dolorosa consapevolezza delle proprie fragilità, bisogna andare avanti senza darsi per vinti, e ricordare quello che disse il Signore a san Paolo: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2 Cor 12,9). Il trionfo cristiano è sempre una croce, ma una croce che al tempo stesso è vessillo di vittoria, che si porta con una tenerezza combattiva contro gli assalti del male. Il cattivo spirito della sconfitta è fratello della tentazione di separare prima del tempo il grano dalla zizzania, prodotto di una sfiducia ansiosa ed egocentrica. […] In ogni caso, in quelle circostanze siamo chiamati ad essere persone-anfore per dare da bere agli altri. A volte l’anfora si trasforma in una pesante croce, ma è proprio sulla Croce dove, trafitto, il Signore si è consegnato a noi come fonte di acqua viva. Non lasciamoci rubare la speranza!» (EG 85-86).

«Significativamente – ha quindi proseguito il papa – che «può persino sembrare che dove c’è fede non dovrebbe esserci bisogno di discernimento: si crede e basta… [che, del resto] non si esaurisce in una formulazione astratta né la carità in un bene particolare, ma il proprio della fede e della carità è crescere e progredire aprendosi a una maggiore fiducia e a un bene comune più grande. Il proprio della fede è essere “operante”, attiva, e così per la carità». Anche se «la fede può fossilizzarsi, nel conservare l’amore ricevuto, trasformandolo in un oggetto da chiudere in un museo [e] volatilizzarsi, nella proiezione dell’amore desiderato, trasformandolo in un oggetto virtuale che esiste solo nell’isola delle utopie» è allora che «il discernimento dell’amore reale, concreto e possibile nel momento presente, in favore del prossimo più drammaticamente bisognoso, fa sì che la fede diventi attiva, creativa ed efficace».

Francesco è poi passato a parlare di Simon Pietro, affermando esplicitamente che «avere due nomi lo decentra. [L’apostolo] non può centrarsi in nessuno di essi», ma dovrà «decentrarsi costantemente per ruotare solo intorno a Cristo, l’unico centro… il fatto che il Signore dica espressamente che prega per Simone – ha proseguito il papa – è estremamente importante, perché la tentazione più insidiosa del demonio è che, insieme a una certa prova particolare, ci fa sentire che Gesù ci ha abbandonato, che in qualche modo ci ha lasciato soli e non ci ha aiutato come avrebbe dovuto. Il Signore stesso ha sperimentato e vinto questa tentazione … È in questo punto della fede che abbiamo bisogno di essere in modo speciale e con cura rafforzati e confermati. Nel fatto che il Signore prevenga ciò che succederà a Simon Pietro e gli assicuri di avere già pregato perché la sua fede non venga meno, troviamo la forza di cui abbiamo bisogno».

Francesco ha poi detto che «questa “eclisse” della fede davanti allo scandalo della passione è una delle cose per cui il Signore prega in modo particolare. Il Signore ci chiede di pregare sempre, con insistenza; ci associa alla sua preghiera, ci fa domandare di “non cadere in tentazione e di essere liberati dal male”, perché la nostra carne è debole». «Forse la più grande tentazione del demonio era questa: insinuare in Simon Pietro l’idea di non ritenersi degno di essere amico di Gesù perché lo aveva tradito. Ma il Signore è fedele. Sempre. E rinnova di volta in volta la sua fedeltà». E il papa ha continuato: «se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare sé stesso» (2 Tm 2,13), come dice Paolo a Timoteo. L’amicizia possiede questa grazia: che un amico che è più fedele può, con la sua fedeltà, rendere fedele l’altro che non lo è tanto. E se si tratta di Gesù, Lui più di chiunque altro ha il potere di rendere fedeli i suoi amici. È in questa fede – la fede in un Gesù amico fedele – che Simon Pietro viene confermato e inviato a confermarci tutti quanti. In questo preciso senso si può leggere la triplice missione di pascere le pecore e gli agnelli. Considerando tutto ciò che la cura pastorale comporta, quello di rafforzare gli altri nella fede in Gesù, che ci ama come amici, è un elemento essenziale».

Quindi Francesco ha proseguito, estendendo a tutti i pastori qualcosa del ministero petrino: «non serve dividere: non vale sentirci perfetti quando svolgiamo il ministero e, quando pecchiamo, giustificarci per il fatto che siamo come tutti gli altri. Bisogna unire le cose: se rafforziamo la fede degli altri, lo facciamo come peccatori. E quando pecchiamo, ci confessiamo per quel che siamo, sacerdoti, sottolineando che abbiamo una responsabilità verso le persone, non siamo come tutti». E ha concluso il papa: «quando il Signore lo esalta e lo umilia, Simon Pietro non guarda a sé stesso, ma sta attento a imparare la lezione di ciò che viene dal Padre è ciò che viene dal diavolo. Quando il Signore lo rimprovera perché si è fatto grande, si lascia correggere. Quando il Signore gli fa vedere in modo spiritoso che non deve fingere davanti agli esattori delle tasse, va a pescare il pesce con la moneta. Quando il Signore lo umilia e gli preannuncia che lo rinnegherà, è sincero nel dire ciò che sente, come lo sarà nel piangere amaramente e nel lasciarsi perdonare. Tanti momenti così diversi nella sua vita eppure un’unica lezione: quella del Signore che conferma la sua fede perché lui confermi quella del suo popolo. Chiediamo anche noi a Pietro di confermarci nella fede, perché noi possiamo confermare quella dei nostri fratelli».

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