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Papa Francesco e il viaggio in Svezia

ap3722973_articolodi Stefano Tarocchi • «Dovremmo scrutare più profondamente il destino di Pietro nel Vangelo. Pietro, così sosteneva san Gregorio Palamàs (monaco del Monte Athos:1296-1359), è il prototipo stesso dell’uomo nuovo, ovvero il peccatore perdonato. Cristo gli fa delle promesse riguardanti il ministero della chiesa, contro cui le porte degli inferi non prevarranno… Se nella chiesa c’è un vescovo che è l’analogo di Pietro, siamo ben lontani dalla potenza e dalla gloria: egli può essere qui solo per ricordare alla chiesa che essa vive del perdono di Dio e non ha altra forza che la croce» (Atenagora, patriarca di Costantinopoli, 1886-1972).

Queste parole, richiamate nell’intervista rilasciata da papa Francesco recentemente ad “Avvenire” (18 novembre 2016), possono interpretare l’evento accaduto lo scorso ottobre nell’arena di Malmö, terza città della Svezia, così messo in luce dallo stesso vescovo di Roma : «Rendo grazie a Dio per questa commemorazione congiunta dei cinquecento anni della Riforma, che stiamo vivendo con spirito rinnovato e nella consapevolezza che l’unità tra i cristiani è una priorità, perché riconosciamo che tra di noi è molto più quello che ci unisce di quello che ci separa».

Questo viaggio è diventato un punto nevralgico, quanto passato sotto silenzio se non avversato senza pudore, proprio allo scadere dell’anno giubilare della Divina Misericordia del magistero di Francesco, sulle orme dei suoi predecessori, da Paolo VI a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, passando per il brevissimo pontificato di papa Luciani. Infatti papa Francesco ha così chiosato: «il cammino intrapreso per raggiungere [l’unità dei cristiani] è già un grande dono che Dio ci fa e, grazie al suo aiuto, siamo oggi qui riuniti, luterani e cattolici, in spirito di comunione, per rivolgere il nostro sguardo all’unico Signore, Gesù Cristo».

Da Giovanni XXIII (si veda Gaudet Mater Ecclesia, il discorso con cui fu aperto il Concilio Vaticano II) alla bolla di indizione del Giubileo da poco concluso (la Misericordiae Vultus di Francesco), passando per l’enciclicaDives in Misericordia di Giovanni Paolo II: sono tutti tratti che illuminano questo viaggio in terra di Svezia, che ha come centro la città di Lund, il luogo dove settant’anni fa fu fondata la Federazione luterana mondiale, che riunisce la maggior parte delle Chiese luterane maggiormente ispirate a Lutero (e non la Germania dove Martin Lutero è nato, nella città di Eisleben in Sassonia-Anhalt nel 1483). Un viaggio perciò all’interno della galassia luterana, compiuto il 31 ottobre, il giorno che simbolicamente ogni anno richiama la nascita della Riforma, dal 31 ottobre 1517 quando il monaco agostiniano affisse le famose 95 Tesi sul portale della chiesa del castello di Wittenberg, ancora in Sassonia-Anhalt.

Già la “dichiarazione congiunta”, tenuta nella Commemorazione congiunta cattolico-luterana della Riforma così si esprimeva, rilevando che le due confessioni «mentre [sono] profondamente grati per i doni spirituali e teologici ricevuti attraverso la Riforma, [confessano e deplorano] davanti a Cristo il fatto che hanno ferito l’unità visibile della Chiesa». Peraltro, è altamente significativa nella versione ufficiale la ripetizione dello stesso aggettivo “congiunta” a significare un’unità desiderata e tuttora da raggiungere nella sua pienezza, che il testo così lumeggiava: «differenze teologiche sono state accompagnate da pregiudizi e conflitti e la religione è stata strumentalizzata per fini politici. La nostra comune fede in Gesù Cristo e il nostro battesimo esigono da noi una conversione quotidiana, grazie alla quale ripudiamo i dissensi e i conflitti storici che ostacolano il ministero della riconciliazione».

È pur vero che, nota ancora la Dichiarazione congiunta, «mentre il passato non può essere cambiato, la memoria e il modo di fare memoria possono essere trasformati». Lo stesso Francesco ancora nella cattedrale luterana di Lund dirà: «Con questo nuovo sguardo al passato non pretendiamo di realizzare una inattuabile correzione di quanto è accaduto, ma di «raccontare questa storia in modo diverso» (Commissione Luterana-Cattolica Romana per l’unità, Dal conflitto alla comunione, 17 giugno 2013, 16).

E Francesco nella Malmö Arena, nell’evento conclusivo della giornata, così si è espresso: «non lasciamoci abbattere dalle avversità. Queste storie, queste testimonianze ci motivino e ci offrano nuovo impulso per lavorare sempre più uniti. Quando torniamo alle nostre case, portiamo con noi l’impegno di fare ogni giorno un gesto di pace e di riconciliazione, per essere testimoni coraggiosi e fedeli di speranza cristiana. E come sappiamo, la speranza non delude!».

La medesima dichiarazione congiunta invitava a pregare «per la guarigione delle nostre ferite e delle memorie che oscurano la nostra visione gli uni degli altri» e ad abituarsi al rifiuto di «ogni odio e ogni violenza, passati e presenti, specialmente quelli attuati in nome della religione» per ascoltare «il comando di Dio di mettere da parte ogni conflitto» e riconoscere che cattolici e luterani sono «liberati per grazia per camminare verso la comunione a cui Dio continuamente chiama».

Anche nell’omelia tenuta nella preghiera ecumenica comune all’interno della cattedrale luterana della piccola città universitaria di Lund, Francesco ha messo in luce come «cattolici e luterani [abbiano] cominciato a camminare insieme sulla via della riconciliazione». Ed ha sottolineato come «ora, nel contesto della commemorazione comune della Riforma del 1517, [abbiano] una nuova opportunità di accogliere un percorso comune, che ha preso forma negli ultimi cinquant’anni nel dialogo ecumenico tra la Federazione Luterana Mondiale e la Chiesa Cattolica».

Aprendo probabilmente un nuovo modo di leggere le due confessioni cristiane e i loro rapporti reciproci, Francesco ha aggiunto: «l’esperienza spirituale di Martin Lutero ci interpella e ci ricorda che non possiamo fare nulla senza Dio. “Come posso avere un Dio misericordioso?”. Questa è la domanda che costantemente tormentava Lutero. In effetti, la questione del giusto rapporto con Dio è la questione decisiva della vita. Come è noto, Lutero ha scoperto questo Dio misericordioso nella Buona Novella di Gesù Cristo incarnato, morto e risorto. Con il concetto di “solo per grazia divina”, ci viene ricordato che Dio ha sempre l’iniziativa e che precede qualsiasi risposta umana, nel momento stesso in cui cerca di suscitare tale risposta. La dottrina della giustificazione, quindi, esprime l’essenza dell’esistenza umana di fronte a Dio».

Quindi il papa ha concluso: «non possiamo rassegnarci alla divisione e alla distanza che la separazione ha prodotto tra noi. Abbiamo la possibilità di riparare ad un momento cruciale della nostra storia, superando controversie e malintesi che spesso ci hanno impedito di comprenderci gli uni gli altri». Per questo, Francesco ha fortemente invitato alla preghiera: «luterani e cattolici preghiamo insieme in questa Cattedrale e siamo consapevoli che senza Dio non possiamo fare nulla; chiediamo il suo aiuto per essere membra vive unite a lui, sempre bisognosi della sua grazia per poter portare insieme la sua Parola al mondo, che ha bisogno della sua tenerezza e della sua misericordia».

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Vita di Joseph Ratzinger

papa-guerriero_2924663_703805di Stefano Tarocchi • Lo storico Elio Guerriero (già direttore dell’edizione italiana della rivista teologica Communio e vicedirettore editoriale delle Edizioni San Paolo) da pochi mesi ha pubblicato una biografia di Joseph Ratzinger (Servitore di Dio e dell’umanità. La biografia di Benedetto XVI, Mondadori 2016, 539 pagine più 10 di introduzione). Ha scritto anche vari libri anche per altri editori, tra cui Jaca Book, Edizioni Paoline, De Agostini e SEI: in particolare, monografie e studi su Ignazio Silone, Gianna Beretta Molla e Hans Urs von Balthasar. Di quest’ultimo ha curato l’edizione italiana delle opere.

Il volume di cui parliamo  si tratta di un lungo appassionato ritratto di Joseph Ratzinger, scritto con il piglio dello studioso di punto, che esce addirittura con la prefazione del papa Francesco e un’intervista al papa emerito, in cui spiega le sue motivazioni alle dimissioni del 2013.

Guerriero, in un’intervista alla Radio Vaticana dello scorso settembre, ha dichiarato che fu quello il «momento in cui divenne più impellente» per lui «l’esigenza di scrivere questo libro… con lo sconcerto che si diffuse un po’ nella vita della Chiesa». E significativamente aggiunse che «la decisione veniva dalla sua profonda concezione del servizio con la quale aveva affrontato il ministero petrino. E dal suo punto di vista, l’idea era molto chiara e molto semplice. Lui stava prestando un servizio: nel momento in cui non ritenesse più di avere le forze sufficienti per prestarlo, avrebbe sentito non solo il desiderio, ma il dovere di rinunciare al servizio, pur rimanendo – per quel che riguarda l’aspetto sacramentale – vescovo emerito di Roma».

Peraltro il papa Francesco nell’intervista – un unicum prezioso ed inaudito, come inaudito fu quell’atto di Benedetto, che ancora nel 1996 Giovanni Paolo II riteneva un problema, dentro e fuori la Chiesa – ricorda il «grande debito di gratitudine» della Chiesa universale a Joseph Ratzinger per la «profondità e l’equilibrio del suo pensiero teologico».

Il papa Francesco lo definisce addirittura fondamentale: e non c’è dubbio che Guerriero indaga in maniera particolarmente approfondita su di esso, ricostruendo con acribia le vicende del giovane teologo poi giovane vescovo, quindi prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, poi eletto successore di Giovanni Paolo II, che lo aveva scelto prima come arcivescovo di Monaco – Frisinga, e poi voluto accanto a sé a Roma. Restituirne le vicende della famiglia da cui deriva, i tempi difficili della situazione storica della Germania nazista, gli studi di teologia e le ricerche che costituiranno le tappe della sua ricerca dottorale e di quella necessaria a conseguire l’insegnamento nelle facoltà statali nelle varie sedi in cui Ratzinger si è distinto. Ma anche i conflitti con i colleghi teologi, mostri sacri e no (un nome per tutti: Michael Schmaus), e l’appassionato ascolto degli studenti delle facoltà nelle quali insegna, fino alla partecipazione al Concilio Vaticano II e al ruolo avuto nella stesura delle grandi costituzioni dogmatiche. E ancora la nascita della rivista Communio, che va oltre la precedente Concilium, fondata, insieme a de Lubac e von Balthasar dallo stesso Ratzinger (che vi contribuirà con oltre 45 articoli e note) nel 1972 a sette anni dalla nascita della precedente.

Ancora Francesco nella prefazione ricorda l’udienza di congedo dai cardinali, il 28 febbraio 2013, diciassette giorni dopo aver annunciato in Concistoro l’intenzione di rinunciare «al ministero di vescovo di Roma, successore di san Pietro». Francesco rievoca che in quell’occasione Benedetto, fra l’altro, ebbe a dire: «tra voi c’è anche il futuro papa, al quale già oggi prometto la mia incondizionata reverenza ed obbedienza». Questo per evidenziare l’atteggiamento di «cordiale vicinanza spirituale» e la «fraternità» di Benedetto nel ruolo che si stava riservando nella Chiesa cattolica, senza mai cedere a pressioni indebite ed inopportune. L’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, che ascoltò quelle parole ignaro di quello che sarebbe accaduto il 13 marzo successivo, testimonia la concordia con il papa emerito: la sua capacità di comprendere la gioia e il peso del servizio alla chiesa universale, che divengono comunione di preghiera. Papa Francesco sottolinea che questa comunione esprime plasticamente la continuità del ministero petrino, «senza interruzione, come gli anelli di una stessa catena saldati dall’amore».

Guerriero non chiede al lettore sforzi aggiuntivi, per seguirlo nel suo percorso. Non dà niente per scontato: conduce sapientemente il lettore per mano attraverso la minuziosa ricerca sugli anni noti e quelli meno noti del cammino all’interno della chiesa di Joseph Ratzinger, dall’anno della nascita (1927) al presente. La biografia assume così pieno significato: una lente preziosa per ricostruire quasi novant’anni della storia della Chiesa attraverso gli occhi di un suo insostituibile servitore.

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Francesco ai presbiteri nella giornata del loro Giubileo: la spiritualità della misericordia

I meditazionedi Stefano Tarocchi • Lo scorso 2 giugno, vigilia della festa liturgica del Sacro Cuore di Gesù, rispettivamente nelle tre basiliche di S. Giovanni in Laterano, di S. Maria Maggiore e di S. Paolo fuori le Mura, papa Francesco ha dettato ai presbiteri convenuti per il loro Giubileo altrettante meditazioni sul tema della misericordia. Essa – ha esordito Francesco prima di affrontare la vera e propria meditazione iniziale, «ci permette di passare dal sentirci oggetto di misericordia al desiderio di offrire misericordia». Il papa ha quindi addirittura coniato un neologismo nella lingua italiana, peraltro assai espressivo, quando ha osato parlare ai preti dell’azione del “misericordiare” per poter “essere misericordiati”, «un tipo di azione che è onninclusiva: la misericordia include tutto il nostro essere – viscere e spirito – e tutti gli esseri». Infatti «non si può meditare sulla misericordia senza che tutto si metta in azione».

Pertanto – ha aggiunto Francesco, nella preghiera, non fa bene intellettualizzare». Mentre «rapidamente, con l’aiuto della Grazia, il nostro dialogo con il Signore deve concretizzarsi su quale mio peccato richieda che si posi in me la Tua misericordia, Signore, dove sento più vergogna e più desidero riparare». Così «se le nostre strutture non si vivono e non si utilizzano per meglio ricevere la misericordia di Dio e per essere più misericordiosi con gli altri, possono trasformarsi in qualcosa di molto diverso e controproducente». Questo per raggiungere i desiderati «frutti di conversione della nostra mentalità istituzionale».

La vera e propria meditazione (I. «Dalla distanza alla festa») ha preso spunto dalla parabola del Padre misericordioso (Lc 15,11-31). Francesco circa il figlio fuggito da casa ha richiamato la sua nostalgia del figlio minore, richiamando l’etimologia greca: ha detto il papa che la nostalgia «è un sentimento potente. Ha a che fare con la misericordia perché ci allarga l’anima. Ci fa ricordare il bene primario – la patria da cui proveniamo – e risveglia in noi la speranza di ritornare», come sottolinea l’etimologia del termine greco: il nostos algos ossia il “dolore del ritorno”».

Quando questo si verifica il papa ha felicemente evidenziato il rapporto tra il padre e il figlio: questi viene accolto così com’è, e condotto alla festa: «sporco, ma vestito a festa». In quello stato di «vergognata dignità», dice Francesco, «possiamo percepire come batte il cuore di nostro Padre. Possiamo immaginare che la misericordia ne sgorga come sangue».

Questo sangue è il «Sangue di Cristo, sangue della Nuova ed Eterna Alleanza di misericordia, versato per noi e per tutti in remissione dei peccati. Questo sangue lo contempliamo mentre entra ed esce dal suo Cuore, e dal cuore del Padre». Esso, ha aggiunto il papa, «è l’unico nostro tesoro, l’unica cosa che abbiamo da offrire al mondo: il sangue che purifica e pacifica tutto e tutti. Il sangue del Signore che perdona i peccati». Parlando quasi di una condizione costitutiva della misericordia, ha chiesto ai preti un gesto ulteriore: «nella nostra preghiera, serena, che va dalla vergogna alla dignità e dalla dignità alla vergogna – tutte e due insieme – chiediamo la grazia di sentire tale misericordia come costitutiva di tutta la nostra vita; la grazia di sentire come quel battito del cuore del Padre si unisca con il battito del nostro».

Perciò «l’importante è che ciascuno si ponga nella tensione feconda in cui la misericordia del Signore ci colloca: non solamente di peccatori perdonati, ma di peccatori a cui è conferita dignità. Il Signore non solamente ci pulisce, ma ci incorona, ci dà dignità». Così Simon Pietro offre «l’immagine ministeriale di questa sana tensione» per «situarci qui, nello spazio in cui convivono la nostra miseria più vergognosa e la nostra dignità più alta». E ancora, «sporchi, impuri, meschini, vanitosi – è peccato di preti, la vanità – egoisti e, nello stesso tempo, con i piedi lavati, chiamati ed eletti, intenti a distribuire i pani moltiplicati, benedetti dalla nostra gente, amati e curati. Solo la misericordia rende sopportabile quella posizione».

Quindi il papa si è chiesto nella nuova meditazione (II. «il ricettacolo della misericordia») «perché è così feconda questa tensione fra miseria e dignità, fra distanza e festa?». Questa la risposta: «è feconda perché mantenerla nasce da una decisione libera. E il Signore agisce principalmente sulla nostra libertà, benché ci aiuti in ogni cosa. La misericordia è questione di libertà». Possiamo vivere «senza averne coscienza e senza chiederla esplicitamente, finché uno si rende conto che “tutto è misericordia”, e piange con amarezza di non averne approfittato prima, dal momento che ne aveva tanto bisogno». «L’unico eccesso davanti alla eccessiva misericordia di Dio è eccedere nel riceverla e nel desiderio di comunicarla agli altri». Ma «la misericordia è il vero atteggiamento di vita che si oppone alla morte, che è l’amaro frutto del peccato». Così «il Signore non solo non si stanca di perdonarci, ma rinnova anche l’otre nel quale riceviamo il suo perdono. Utilizza un otre nuovo per il vino nuovo della sua misericordia, perché non sia come un vestito rattoppato o un otre vecchio». «Un cuore che sa di essere ricreato grazie alla fusione della sua miseria con il perdono di Dio, e per questo è un cuore che ha ricevuto misericordia e dona misericordia». «Nell’esercizio di questa misericordia che ripara il male altrui, nessuno è migliore, per aiutare a curarlo, di colui che mantiene viva l’esperienza di essere stato oggetto di misericordia circa il medesimo male». Maria «è il recipiente semplice e perfetto, con il quale ricevere e distribuire la misericordia. Il suo “sì” libero alla grazia è l’immagine opposta rispetto al peccato che condusse il figlio prodigo verso il nulla. Ella porta in sé una misericordia che è al tempo stesso molto sua, molto della nostra anima e molto ecclesiale. Come afferma nel Magnificat: si sa guardata con bontà nella sua piccolezza e sa guardare come la misericordia di Dio raggiunge tutte le generazioni». Francesco ha quindi ripreso il discorso tenuto lo scorso anni ai vescovi messicani «l’unica forza capace di conquistare il cuore degli uomini è la tenerezza di Dio. Ciò che incanta e attrae, ciò che piega e vince, ciò che apre e scioglie dalle catene non è la forza degli strumenti o la durezza della legge, bensì la debolezza onnipotente dell’amore divino, è la forza irresistibile della sua dolcezza e la promessa irreversibile della sua misericordia».

Nell’ultima parte del ritiro (III. «il buon odore di Cristo e la luce della sua misericordia») Francesco si sofferma sulle opere di misericordia. Dopo aver invitato i prebiteri a chiedere al Signore «uno sguardo che impari a discernere i segni dei tempi nella prospettiva di “quali opere di misericordia sono necessarie oggi per la nostra gente” per poter sentire e gustare il Dio della storia che cammina in mezzo a loro». D’altronde «nelle opere di misericordia siamo sempre benedetti da Dio e troviamo aiuto e collaborazione nella nostra gente. Non così per altri tipi di progetti, che a volte vanno bene e altre no, e alcuni non si rendono conto del perché non funziona e si rompono la testa cercando un nuovo, ennesimo piano pastorale, quando si potrebbe semplicemente dire: non funziona perché gli manca misericordia… Se non è benedetto è perché gli manca misericordia»

Ma proprio l’incipit della terza meditazione è di quelli che non ammette repliche: «il nostro popolo perdona molti difetti ai preti, salvo quello di essere attaccati al denaro. Il popolo non lo perdona. E non è tanto per la ricchezza in sé, ma perché il denaro ci fa perdere la ricchezza della misericordia. Il nostro popolo riconosce “a fiuto” quali peccati sono gravi per il pastore, quali uccidono il suo ministero perché lo fanno diventare un funzionario, o peggio un mercenario». E prosegue: «la grazia che chiediamo in questa preghiera è quella di lasciarci usare misericordia da Dio in tutti gli aspetti della nostra vita e di essere misericordiosi con gli altri in tutto il nostro agire. Per noi sacerdoti e vescovi, che lavoriamo con i Sacramenti, battezzando, confessando, celebrando l’Eucaristia…, la misericordia è il modo di trasformare tutta la vita del popolo di Dio in “sacramento”».

Ecco allora la «preghiera con la peccatrice perdonata (cfr Gv 8,3-11), per chiedere la grazia di essere misericordiosi nella Confessione, e un’altra sulla dimensione sociale delle opere di misericordia». È vero che «nel suo dialogo con la donna il Signore apre altri spazi: uno è lo spazio della non condanna. Il Vangelo insiste su questo spazio che è rimasto libero. Ci colloca nello sguardo di Gesù e ci dice che “non vede nessuno intorno ma solo la donna”. E poi Gesù stesso fa guardare intorno la donna con la domanda: “Dove sono quelli che ti classificavano”».

Il papa ha calcato su quest’ultimo verbo «perché dice di ciò che tanto rifiutiamo come il fatto che ci etichettino e ci facciano una caricatura». Si direbbe essere uno dei criteri con cui Francesco (in queste meditazioni l’attaccamento al denaro e la vanità) sferza gli uomini di Chiesa, preti, vescovi e religiosi, e che normalmente gli procura immeritate critiche: come dice la lettera agli Ebrei «Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio.

È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? (Eb 12,5-7).

Al termine del discorso, papa Francesco enuclea davanti ai presbiteri le caratteristiche del ministero della riconciliazione, che dovrà essere 1. «Segnoe strumento di un incontro. … Segno vuol dire che dobbiamo attrarre. … Un segno dev’essere coerente e chiaro, ma soprattutto comprensibile»; 2. «non autoreferenziale, per dirlo in maniera difficile. Nessuno si ferma al segno una volta che ha compreso la cosa; nessuno si ferma a guardare il cacciavite o il martello, ma guarda il quadro che è stato ben fissato. Siamo servi inutili», non necessari; ma per questo il papa richiama alla 3. disponibilità. Che sia pronto all’uso lo strumento, che sia visibile il segno. L’essenza del segno e dello strumento è di essere mediatori, disponibili. Forse qui si trova la chiave della nostra missione in questo incontro della misericordia di Dio con l’uomo»; occorrerà, quindi, anche 4. imparare dai buoni confessori, quelli che hanno delicatezza con i peccatori e ai quali basta mezza parola per capire tutto, come Gesù con l’emorroissa, e proprio in quel momento esce da loro la forza del perdono … senza avere mai lo sguardo del funzionario, di quello che vede solo “casi” e se li scrolla di dosso».

Lasciamo Francesco parlare infine ancora una volta: «chiediamo due grazie al Buon Pastore: quella di lasciarci guidare dal sensus fidei del nostro popolo fedele, e anche dal suo “senso del povero”. Entrambi i “sensi” sono legati al “sensus Christi”, di cui parla san Paolo, all’amore e alla fede che la nostra gente ha per Gesù». Per questo la meditazione si è mutata in preghiera: «non permettere che il tuo popolo, Signore, si separi da Te. Che niente e nessuno ci separi dalla tua misericordia, la quale ci difende dalle insidie del nemico maligno. Così potremo cantare le misericordie del Signore insieme a tutti i tuoi santi quando ci comanderai di venire a Te».

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Silvano Piovanelli e la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale

1470118323041-1772820907di Stefano Tarocchi • La recente scomparsa, il 9 luglio 2016, del cardinale Silvano Piovanelli, arcivescovo emerito di Firenze, è stata l’occasione per approfondire la memoria su questo prete fiorentino, indubbiamente molto amato da tutti, laici e preti, credenti e non credenti, che l’arcivescovo Giovanni Benelli volle suo stretto collaboratore. L’allora proposto di Castelfiorentino passò da pro-vicario a vicario generale e quindi vescovo ausiliare, fino a quando nell’improvvisa scomparsa del cardinale Benelli fu nominato da Giovanni Paolo II arcivescovo di Firenze, ruolo che ha ricoperto fino al 2001, quando si è ritirato alla pieve di Cercina e quindi al Convitto Ecclesiastico, nel viale Machiavelli.

Fra tutte le grandi scelte del cardinale Silvano se ne ascrivono due in particolare che sono finite in secondo (o terzo) piano: la reti dei settimanali diocesani e la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale.

Di altre si dovrà necessariamente riaprire la lettura: un esempio per tutte il Sinodo Diocesano, il il 34° della storia e il primo celebrato dopo il Concilio Vaticano II (1988 – 1992). Chi scrive ne ha parlato nell’ultimo colloquio che ho avuto con lui venti giorni circa prima della morte: potei vedere nella grande sofferenza della malattia gli occhi illuminarsi rammentando le figure di preti fiorentini ormai scomparsi che vi collaborarono (uno per tutti: don Enrico Chiavacci, messo a capo della commissione teologica, alla quale Piovanelli chiamò anche il sottoscritto a far parte).

Proprio Enrico Chiavacci, insieme a Valerio Mannucci, Lino Randellini, Gino Ciolini, e Raffaello Parenti, Mario Lupori, furono protagonisti nell’immediato post concilio di quel movimento, che arricchitosi via via di altri prestigiosi teologi di varie discipline che portarono dapprima all’affiliazione la Facoltà di Teologia della Pontifica Università Gregoriana (1976), durante l’ultimo periodo dell’episcopato di Ermenegildo Florit, e poi dopo il breve mandato del cardinale Benelli, all’aggregazione (1990) la medesima facoltà della PUG, intensamente cercata da Valerio Mannucci, come primo passaggio dallo Studio Teologico Fiorentino alla costituenda facoltà.

Qui non è nemmeno il caso di rammentare che questo percorso era nato molto lontano: sia detto senza polemica per quanti nel corso degli anni si sono chiesti il senso di una facoltà di Teologia a Firenze (e forse hanno operato neanche troppo nascostamente in questa direzione…), con le università romane a così breve distanza. Seguendo questa logica – mi si permetta la franchezza – da circolo ricreativo, molte altre realtà potrebbero essere discusse.

La nascita dello Studium generale florentinum (31 maggio 1348 con papa Clemente VI) ne è un esempio. L’attività di quella che si chiamò l’Università dei teologi di Firenze, confermata successivamente da papa Leone X nel 1515, proseguì di fatto inalterata fino al 1931, quando la Costituzione apostolica di Pio XI Deus scientiarum Dominus, sospese a tutte le Università ecclesiastiche (e quindi anche all’Università dei teologi) la facoltà di concedere gradi accademici, finché non avessero riorganizzati i loro quadri in conformità a nuove istruzioni. L’attività della Università solo sospesa, in attesa di espletare gli adempimenti richiesti (e da qui di fatto ricomincerà realmente nel 1990).

Dobbiamo perciò tornare all’episcopato di Piovanelli e al 1986, quando viene inoltrata all’esame della Congregazione per l’Educazione Cattolica la documentazione per la trasformazione dello Studio in Facoltà teologica: nello steso anno la presidenza della CEI riconobbe «l’opportunità di dotare il centro Italia di una Facoltà teologica e la qualificazione di Firenze ad essere sede di tale istituzione». Al tempo stesso suggeriva «che l’istituenda Facoltà si preoccupasse di sostenere e promuovere la cultura teologica nel territorio dell’Italia Centrale, anche con gli opportuni collegamenti con le istituzioni teologiche promosse da diocesi e regioni limitrofe». La stessa Congregazione per l’Educazione Cattolica riconoscendo la secolare vocazione teologica di Firenze, confermava il recente impegno e, in relazione alle nuove esigenze spirituali, incoraggiava ad affrontare con sempre maggiore attenzione e competenza le molteplici problematiche religiose attorno al tema centrale dell’uomo.

L’8 settembre 1997, natività della Beata Vergine Maria, la Congregazione per l’Educazione Cattolica emanò inopinatamente il decreto che costituiva la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, senza lasciarsi fuorviare da accorpamenti impropri con altre realtà accademiche. Per la città che ha la sua cattedrale dedicata a S. Maria del Fiore, unendo così la civitas e la comunità dei credenti unita intorno al vescovo, non è una circostanza casuale

Questa la storia e le sue circostanze: ma dietro, insieme a chi è stato prima rammentato, c’era indubbiamente il cardinale Silvano. Piovanelli aveva anzitutto previsto la dotazione di un fondo economico cospicuo, che permettesse alla costituenda facoltà di costruire la propria attività e ricavare sufficienti energie per il proprio mantenimento. Vi riuscì, nonostante molti ostacoli.

Ma va rammentata anche l’indubbia capacità di mediare anche presso la congregazione, il cardinale prefetto, il segretario generale e i funzionari: non è facile farsi ascoltare, mediare senza creare l’effetto paradosso contrario.

Anche per questo motivo la FTIC, che già aveva dedicato a Piovanelli il volume Il vescovo fra storia e teologia. Saggi in onore del card. Silvano Piovanelli (Vivens Homo 11 [2000], il 28 febbraio 2014, a distanza di pochi giorni dal suo novantesimo genetliaco (era nato il 21 febbraio 1924), gli conferì il Dottorato ad honorem in Sacra Teologia, memore della sua «scelta programmatica, maturata nell’ambito del Sinodo, di attivare annualmente la lettura, lo studio, la meditazione personale e comunitaria su un libro biblico proposto dalla Diocesi».

Tutto questo conduceva al filo rosso delle sue dieci lettere pastorali che si caratterizzano abbiano per lo più titoli desunti dalla Bibbia: a cominciare dalla lettera del 1983: «Cinque pani e due pesci», ripresa anche l’anno seguente, alla lettera «Lasciatevi riconciliare» (1985). La lettera «A ciascuno secondo il suo bisogno» (1986), e ancora le lettere «Siate testimoni» (1993) e «Prodigatevi nell’opera del Signore (1994), scritte sulla scia del Sinodo diocesano appena concluso – che consegnano alla chiesa fiorentina, in un cammino biennale, il Libro degli Atti degli Apostoli come primo “testo biblico di riflessione”. E quindi la lettera «Tu credi in Gesù Cristo» (1998) e «Lo Spirito dà la vita» (1999), negli ultimi due anni di preparazione al grande Giubileo del 2000, fino alla lettera «Proclamiamo l’anno di grazia del Signore» (2000).

Degna di nota è la lettera «Andiamo alla Casa del Signore» (1996), in cui il Cardinale Piovanelli, in occasione dei 700 anni della posa della prima pietra della Cattedrale, introduce il popolo di Dio, con tratto denso e tuttavia vivace, alla geografia fisica e teologica di S. Maria del Fiore, in un percorso quanto mai attuale. Piovanelli ha perseguito così una storia dell’esegesi in senso lato, che si riconduce al percorso vitale della catechesi, e comunque della comunicazione della fede.

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