Il primo preside della Facoltà Teologica

Il Mantello della Giustizia, Marzo 2020

Ricordando don Benito Marconcini

 

9788801103366_0_221_0_75di Stefano Tarocchi • Mons. Benito Marconcini nasce a Montaione (città metropolitana di Firenze, diocesi di Volterra) il 18 aprile 1938. Compie gli studi classici all’università di Firenze, dove consegue la laurea in lettere. Successivamente ottiene la licenza al PIB e il dottorato all’Angelicum.

Nel 1965 diventa prefetto degli studi presso il Seminario regionale di Siena, dove già aveva studiato teologia: ha a che fare con un centinaio di studenti della metropolia con le diocesi che vi afferivano (Montepulciano, Chiusi e Pienza, Grosseto, Pitigliano, Sovana e Orbetello) e l’allora Congregazione dei seminari (poi Congregazione per l’educazione cattolica).

Don Benito vi svilupperà le sue doti di mediazione, che dovrà impiegare nel corso del suo ministero e della sua vita accademica. In quegli anni dà anche il via alla scuola di formazione biblica e teologica per laici presso il centro culturale San Donato di Siena. Viene ordinato presbitero a Volterra nel 1962 (e dal 1980 farà parte dell’Istituto Gesù Sacerdote dei Paolini di don Alberione).

Nel 1966 cominciò l’insegnamento a Firenze presso lo Studio Teologico Fiorentino: nelle prime stagioni svolgerà gli insegnamenti di metodologia e di ebraico; in seguito insegnerà Profetismo. Memorabile negli anni ‘70 l’esame di ebraico del direttore della nostra rivista, sulla parabola narrata da Natan a David, con il celebre «tu sei quell’uomo!» (2 Sam 12,7), naturalmente nella lingua originale e davanti al riso irrefrenabile di Marconcini.

Non va dimenticato il ruolo di vicepreside, creato poco prima. Sotto questa veste affianca don Valerio Mannucci: don Benito lo accompagna, e di fatto anche lo sostituisce, negli ultimi anni di vita, al tempo della brutta malattia che precede la morte del preside storico dello Studio Teologico Fiorentino (STF). In questi giorni, fra l’altro, ricorre il venticinquesimo anniversario della sua scomparsa repentina.

Don Benito era molto attento alle singole persone: mi vidi assegnare il corso di Vangeli Sinottici e Atti degli Apostoli dopo il meritato pensionamento dell’ottantacinquenne P. Lino Randellini. Gli sono grato anche per l’anno sabbatico nel primo anno del mio dottorato, che obbligò a forzare i sacri parametri degli orari. Non posso poi non ricordare la preziosa collaborazione con Marconcini per lo sviluppo della Biblioteca, che al tempo dirigevo, e che portò ad un salto di qualità anche per l’informatizzazione introdotta nel nostro Studio teologico al tempo. Grazie a lui portammo in facoltà il collegamento alla rete internet, nei suoi vari sviluppi.

Don Benito vedeva lontano. Se eravamo momentaneamente su posizioni differenti, in lunghe conversazioni al telefono, – non si faceva mai negare, – riuscivamo sempre, grazie a lui a trovare un punto di incontro.41ol8U71cvL._SX320_BO1,204,203,200_

Nel frattempo (1993), era diventato preside dello STF, incarico che rivestì fino al 1997, quando lo STF venne eretto a facoltà. Così don Benito fu il traghettatore dallo STF alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale (FTIC) e protagonista attivo del lungo lavoro di preparazione che comportò il superamento di tutti gli ostacoli che si sovrapponevano, soprattutto con la Congregazione per l’educazione Cattolica e in stretta sinergia con il cardinale Silvano Piovanelli, per continuare il lavoro iniziato da tempo. Fu vero fondatore della rinata Facoltà teologica, naturalmente insieme a tanti di noi. Nessuna contiguità con quanti si sono affacciati con ben altri progetti, provvidenzialmente vanificati dai fatti.

Quando arrivò l’ormai insperato decreto da Roma, a poca distanza del terremoto di Assisi, quello Studio teologico della città di Francesco che menti poco lungimiranti volevano associare a Firenze in una modalità inappropriata, quando la semplice distanza lo impediva, fu nominato primo Preside della FTIC (1997) e fu confermato tre anni dopo, fino al 2003.

Alla scadenza dell’incarico don Benito venne nominato prima canonico onorario, e poi effettivo, della Metropolitana fiorentina.

Nel 2008, compiuti i settanta anni, divenne docente emerito. Nel 2010 la facoltà gli offrì una miscellanea per i suoi 75 anni (in realtà erano 72!): Memoria Verbi. Saggi in onore di Mons. Benito Marconcini. A cura di L. Mazzinghi – B. Rossi – S. Tarocchi, («Vivens Homo» 21, 2010). Vi collaborano colleghi e colleghe ed ex-alunni (gli stessi curatori dell’opera), ed ex alunne – la divisione dell’opera in due parti rispettava le specifiche competenze degli esegeti e dei teologi.

Qui vorrei ricordare anche l’uomo sapiente e capace, il ricercatore e docente acuto, ma anche il prete amante e comunicatore della Parola: il saggio uomo di governo, in cui la bonomia non si distaccava mai dalla fermezza – era celebre, e ne sono direttamente testimone, il momento in cui in certe discussioni degli organismi accademici amabilmente aggiungeva: «Ricordate che mi chiamo Benito… e si fa come dico», che portava a risolvere con spirito costruttivo tutte le querelle – soprattutto quelle generate dal principio che Umberto Eco, ne Il pendolo di Foucault ha chiamato la tetrapiloctomia: ovvero l’arte sottile e perversa, erede del bizantinismo, di “spaccare il capello in quattro”, capace di sprecare inutilmente il tempo. 

Così don Benito, usando l’ironia non lasciava mai con la bocca amara nelle situazioni apparentemente senza via d’uscita. La sua spiccata intelligenza relazionale riusciva sempre a trovare i punti di unione, senza mai mortificare i colleghi, né tantomeno alzare la voce.

Nel 2012 festeggiò con diversi dei suoi colleghi il cinquantesimo dell’ordinazione presbiterale. Fu allora che consegnò ai presenti un prezioso libretto (Alla sequela di Gesù. Il discepolo nel Nuovo Testamento, Paoline, Milano 2012) che raccolse nella parte finale la sua sterminata produzione di libri, articoli, voci di dizionario, ecc., che inizialmente era prevista nella miscellanea.

Questo libretto fu il suo testamento spirituale: l’acribia dello studioso, con la sua squisita sensibilità e passione della Parola, ma anche della comunicazione a tutti: agli specialisti, ma anche agli studenti delle facoltà e degli studi teologici, e dell’intero popolo di Dio in una serie senza fine di lezioni e conferenze.

71Z2revashLQuesto era – ed è – il suo messaggio: dopo quell’evento in cui don Benito mostrò tutta la gioia di cinquant’anni al servizio del Signore, purtroppo cominciò il declino psicofisico che l’ha portato alla sua scomparsa.

Per tante volte le persone che, come tanti di noi l’hanno conosciuto, la sua preziosa ed insostituibile collaboratrice Nadia, l’intero personale del convitto ecclesiastico, si sono – ci siamo – interrogati sul misterioso perché un uomo tanto sapiente fosse stato colpito dal male proprio nell’organo che guida tutto il nostro vivere, la mente e il cervello, e l’abbiano reso tabula rasa, da cui ogni tanto, in certi momenti, riemergevano schegge della sua antica sapienza.

Si invera così quello che dice il vangelo di Matteo: «ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13.52).

Così il cuore e il sorriso di don Benito ci rimangono accanto, insieme alle parole di Paolo indirizzate ai cristiani della chiesa di Filippi: «la vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino!» (Fil 4,5).

Che il Signore accolga fra le sue braccia di misericordia don Benito Marconcini e gli dia il premio promesso ai suoi collaboratori fedeli: «servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo Signore” (Mt 25,21)».

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